‘I veri leader africani non hanno nulla da temere dalla CPI"

KAMPALA, 11 giugno 2010 (IPS) – Mentre la prima Conferenza di Revisione dello Statuto di Roma, che ha dato vita alla Corte Penale Internazionale, si conclude facendo il punto sulle conquiste della CPI e con proposte di nuovi emendamenti per rafforzare la giustizia nel mondo, la prima donna africana Premio Nobel per la Pace conferma il suo forte sostegno all’iniziativa.

Martin Rowe/Wikicommons Martin Rowe/Wikicommons

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Wangari Maathai è conosciuta a livello internazionale per la sua battaglia continua in favore della democrazia, dei diritti umani e della tutela dell'ambiente.

Fondatrice del Green Belt Movement, che lavora per limitare gli effetti devastanti della deforestazione e della desertificazione in Africa, Wangari Maathai ha parlato con l'IPS a Kampala, in Uganda, definendo la CPI l'unica speranza per molte persone a cui è stata negata giustizia, in Africa e nel mondo.

D: Quali sono le ragioni della sua partecipazione a questa storica conferenza della CPI?

R: Sono venuta per esprimere il mio sostegno alla Corte penale internazionale, soprattutto alla luce delle dichiarazioni che sono state fatte, secondo cui la CPI non sarebbe un bene per l’Africa e non dovrebbe essere sostenuta dagli africani perché prende di mira il nostro continente.

So che la maggioranza dei cittadini africani difendono la CPI perché sono vittime di conflitti. Chi non la sostiene sono i leader responsabili di crimini contro l'umanità.

In secondo luogo, in questi conflitti, le donne vengono sfruttate e punite. Sono loro che finiscono nei campi profughi e che perdono il marito e i figli.

Ma il peggior crimine nei loro confronti è senza dubbio lo stupro, usato come un’arma di guerra. Vogliamo che lo stupro sia punibile e che gli autori degli stupri siano ritenuti responsabili di fronte alla legge.

D: Perché la Corte penale internazionale è accusata di concentrarsi solo sull'Africa?

R: È una scusa. Il compito della CPI è quello di giudicare chi commette crimini contro l'umanità e intervenire laddove i meccanismi nazionali non bastano a punire i colpevoli.

In Kenya, non siamo riusciti a gestire la situazione; in Sudan, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha chiesto l’intervento della CPI per i crimini commessi in Darfur. Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Sierra Leone hanno chiesto alla Corte di intervenire perché non potevano fare nulla a livello nazionale.

Non è che l'Africa si trovi nel mirino della CPI. Piuttosto, questo è un campanello d’allarme: in Africa ci sono tantissimi conflitti e gravi violazioni dei diritti umani che i paesi africani non sono in grado di risolvere a livello nazionale.

Ciò che l'Africa deve fare è imparare a fronteggiare questi problemi in modo onesto e giusto. I veri leader africani non hanno nulla da temere dalla Corte penale internazionale.

D: Cosa pensa del coinvolgimento della CPI in Kenya?

R: La Corte è venuta in Kenya perché i keniani non sono riusciti a istituire un tribunale in grado di punire i colpevoli. È vero che la CPI riuscirà a punire solo i pochi; i maggiori responsabili.

Ma ci sono migliaia di persone coinvolte in omicidi, furti e sfollamenti forzati, che dovranno essere giudicate da un qualche tipo di tribunale kenyano. Per un certo verso stiamo integrando e da un altro cooperando con la CPI.

D: La CPI è stata spesso criticata per essere un “cane che non morde” e alcune vittime dicono di essersi sentite abbandonate.

R: È molto importante far capire alla popolazione africana che la CPI non è una panacea e non risolverà tutti i nostri problemi. La CPI è una grande idea ed è riuscita a creare un ponte che prima non esisteva: un ponte che le permette di entrare in un paese e di arrestare i responsabili senza interferenze dai governi nazionali. Un ponte che dovrebbe dare speranza alle vittime di guerra.

Non dobbiamo credere che sia una cosa facile. Ma cerchiamo di nutrire la speranza che questa istituzione ci dà, perché è l'unica che abbiamo al momento.

Se arrestiamo qualcuno, chi vorrebbe cominciare una guerra domani ci penserà due volte.

D: Lei sostiene che la CPI stia rafforzando i sistemi giudiziari nazionali. Quali prove ci sono a dimostrare che è vero?

R: Il Kenya è un ottimo esempio. Dobbiamo recepire a livello nazionale alcuni principi della Corte penale internazionale per riuscire a punire le migliaia di persone che hanno commesso dei crimini durante le violenze post-elettorali. Per molti versi ci sta aiutando a migliorare il nostro sistema giudiziario.

Facendo proprio lo Statuto di Roma, si diventa più esigenti rispetto a ciò che può essere tollerato anche a livello nazionale.

D: Le donne vogliono più visibilità e potere di rappresentanza nei processi di pace. Ci sono prove che dimostrano che una maggiore presenza delle donne nel negoziare accordi di pace serva a raggiungere migliori risultati?

R: Le donne che erano in prima linea nelle istituzioni, sia ministri che potenziali ministri, e che avrebbero dovuto unirsi per proteggerci e salvarci dalla catastrofe [degli scontri post-elettorali], non l’hanno fatto. Quindi, io continuo a dire che, quando hanno il potere, le donne devono dimostrare di saperlo gestire meglio degli uomini.

D: Qual è il legame tra i conflitti, le donne e l’ambiente?

R: Quando gli uomini lottano per il potere, il loro terreno di battaglia è in genere il controllo delle risorse. Per noi è molto importante poter gestire le nostre risorse in modo responsabile, perché quando scarseggiano aumentano le possibilità di conflitto, soprattutto con una popolazione che continua a crescere.

E quando c’è un conflitto, le prime vittime sono sempre le donne. © IPS