PECHINO, 18 marzo 2008 (IPS) – Le azioni repressive contro i tibetani che protestano per il dominio della Cina sulla loro terra natale himalayana – nell'antica capitale di Lhasa e in altre città del Tibet – cominciano a ricordare la brutale repressione delle dimostrazioni di piazza Tienanmen per la democrazia del 1989.

Office of H.H. The Dalai Lama
Ma oggi la Cina ha più interessi in gioco che nel 1989, quando i leader di Pechino schierarono i loro carri armati contro studenti e civili inermi. Oggi, i governanti cinesi potrebbero perdere molto di più dalla brutale repressione in Tibet – forse anche più di quanto non abbia perso il tirannico regime birmano reprimendo le proteste pacifiche dei monaci buddisti, alla fine dell’anno scorso.
Alla Cina mancano appena cinque mesi alla sontuosa “festa di esordio”, i Giochi Olimpici di Pechino, che dovranno mostrare al mondo non solo l’accresciuto profilo internazionale del paese, ma anche un’immagine di prosperità e unità nazionale. I problemi arrivano solo due settimane prima del calcio d’inizio delle celebrazioni olimpiche, con l’arrivo della torcia olimpica a Lhasa.
Le proteste tibetane sfidano un’idea di unità nazionale costruita meticolosamente, portando l’attenzione internazionale sulle promesse incompiute della Cina verso le sue minoranze. Minacciano anche di mettere in cattiva luce l’uso continuato da parte di Pechino dell’intimidazione e della forza contro ogni forma di dissidenza.
Ancora più drammatico per i leader cinesi è il rischio che un esito brutale delle proteste tibetane influenzi l’ago della bilancia nell’imminente e controverso referendum e voto presidenziale a Taiwan – che la Cina vede come una provincia rinnegata. Il 22 marzo, gli elettori dell’isola, che è stata amministrata separatamente dalla Cina per tutto il tempo in cui il Tibet è stato sotto il governo cinese, andranno alle urne per decidere se sostenere o meno il Partito progressista democratico per l’indipendenza attualmente al governo, nel suo tentativo di entrare a far parte delle Nazioni Unite.
Benché i sondaggi a Taiwan diano favorito il Partito nazionalista del Kuomintang, che vuole l’unificazione con la Cina, una qualsiasi offensiva violenta in Tibet potrebbe ancora orientare il voto nella direzione opposta.
Consapevole dei rischi nazionali e internazionali che la dura repressione contro civili e monaci tibetani potrebbe comportare, i leader cinesi hanno risposto sia con la forza che con la propaganda, sperando di contenere il malcontento e di influenzare l’opinione internazionale.
Pechino ha mobilitato figure religiose ufficialmente riconosciute per denunciare i tumulti e gettare discredito sugli appelli internazionali che chiedono una risposta indulgente. L’undicesimo Panchen Lama, la seconda autorità spirituale nella complessa gerarchia tibetana, ha dichiarato domenica scorsa di “sostenere risolutamente gli sforzi del governo e del Partito di garantire la sicurezza e la stabilità a Lhasa”, secondo le notizie dell’agenzia stampa governativa Xinhua.
“Ci opponiamo risolutamente a qualsiasi attività tesa a dividere il paese e a minare l’unità etnica. Condanniamo con forza i crimini di un piccolo gruppo di persone che danneggiano la vita e le proprietà della popolazione”, ha detto Panchen da Lhasa.
Gyaincain Norbu è il Panchen Lama riconosciuto da Pechino, ma non dal Dalai Lama e dai suoi seguaci in esilio. Il giovane tibetano Gendun Choekyi Nyima, di 6 anni, scelto dal leader spirituale del Tibet, il Dalai Lama, per assumere il titolo di Panchen Lama, è scomparso poco dopo che la scelta era stata resa pubblica nel 1995, e di lui non si è più saputo nulla.
Per la comunità in esilio, il ragazzo è diventato il “prigioniero politico più giovane al mondo”. Il suo destino incarna i diritti negati dei tibetani da quando il regime comunista cinese ha preso il potere nel 1950.
Dagli anni ’30, mentre cercava il sostegno popolare nella sua guerra civile contro il Kuomintang, il Partito comunista ha più volte promesso alle minoranze il diritto all’auto-determinazione nazionale, che prevedeva la libertà di auto-governo e istituzioni religiose indipendenti. Ma i comunisti hanno rinnegato quelle promesse dopo essere saliti al potere, e nel giro di pochi anni la richiesta di indipendenza delle minoranze è diventata tradimento.
Quando nel 1959 i tibetani si sono ribellati contro l’espropriazione delle proprietà, la chiusura dei monasteri e l’agricoltura corrotta della Cina, che ha determinato una forte carestia, Pechino ha ordinato un intervento militare che ha costretto il Dalai Lama a fuggire in India.
Da allora, il governo tibetano in esilio a Dharamsala, India, ha ripetutamente avanzato le proprie richieste non per la piena indipendenza, ma per un alto grado di autonomia con Pechino. Il Dalai Lama, vincitore del Premio Nobel nel 1989, ha promosso la causa tibetana in un tour per le capitali mondiali, convincendo i leader cinesi a negoziare.
Per un breve periodo a metà degli anni ’80, mentre erano al potere il leader del partito liberale Hu Yaobang e il suo successore Chao Ziyang, Pechino e Dharamsala si stavano ancora preparando a negoziare sul futuro del Tibet.
Ma il processo si è fermato quando i sostenitori della linea dura hanno rovesciato Hu Yaobang. E Zhao Ziyang è stato allontanato per essersi detto favorevole alle dimostrazioni degli studenti nella proteste di piazza Tienanmen.
Nel 1989 sono scoppiati nuovi tumulti a Lhasa, che hanno portato alla dichiarazione della legge marziale e ad una brusca interruzione del dialogo aperto con il Dalai Lama. Il segretario del partito tibetano che diresse la spietata repressione del 1989 era Hu Jintao, l’attuale capo del partito e presidente della Cina.
Lunedì scorso, il Dalai Lama ha dichiarato che “negli ultimi anni, il Tibet è stato testimone di sempre maggiore repressione e brutalità”. Lo ha detto mentre più di 300 monaci sfilavano per le strade di Lhasa per celebrare l’anniversario della rivolta nazionale del Tibet contro l’occupazione cinese.
Per richiamare l’attenzione internazionale in occasione delle Olimpiadi di Pechino, la comunità tibetana in esilio ha organizzato simultaneamente diverse proteste a Kathmandu, Dharamsala, Nuova Delhi e altre capitali mondiali. Quando la polizia cinese ha fatto uso di gas lacrimogeni e ha aperto il fuoco per soffocare le rivolte di Lhasa, le proteste si sono diffuse anche alle regioni della Cina abitate dai tibetani. Sabato scorso, Xiahe nella provincia di Gansu, dove si trova Labrang, luogo santo per i buddisti, ha assistito a nuove proteste di monaci e civili. La Cina parla di 10 morti negli scontri, mentre per le organizzazioni a sostegno della campagna del Tibet sarebbero molti di più.
Contro ogni speranza internazionale di una certa indulgenza di Pechino verso i rivoltosi e persino di una volontà di dialogo con il Dalai Lama, i funzionari cinesi hanno minacciato misure severe contro i detrattori. “Useremo la mano dura contro questi criminali, come previsto dalla legge”, ha detto ai giornalisti a Pechino Champa Phuntsok, presidente del governo tibetano.
”Botte, distruzioni, saccheggi e incendi… condanniamo in modo assoluto questo tipo di comportamento. Questo complotto è destinato a fallire”, ha detto Phuntsok, parlando a margine della sessione annuale in corso del Congresso nazionale del popolo, il parlamento cinese.
Intanto, gli organizzatori delle Olimpiadi di Pechino hanno fatto intendere che i disordini in Tibet potrebbero deviare la staffetta della torcia olimpica, che dovrebbe passare di qua.
“I preparativi per portare la fiamma olimpica in Tibet e poi fino al monte Qomolangma (Everest), stanno procedendo lentamente”, sembra abbia dichiarato Sun Weide, portavoce del Comitato organizzatore delle Olimpiadi di Pechino.
Pur protestando contro la repressione in Tibet e la mano dura contro i dimostranti, il Dalai Lama ha ribadito di sostenere il diritto di Pechino di condurre i giochi Olimpici.
In una conferenza stampa a Dharamsala domenica scorsa, il leader spirituale ha ripetuto che “la Cina merita di ospitare i giochi Olimpici”. Ma ha aggiunto che bisognerebbe anche “ricordargli di essere un buon ospite per le Olimpiadi”.

