GERUSALEMME, 17 marzo 2008 (IPS) – La recente decisione del primo ministro israeliano Ehud Olmert di riprendere la realizzazione di centinaia di unità abitative in un insediamento della West Bank è un ulteriore colpo ai vacillanti negoziati di pace israelo-palestinesi.
I continui attacchi missilistici di Hamas sulle comunità israeliane, e le relative rappresaglie di Israele, generano un clima che difficilmente porterà alla pace, malgrado l’accordo di tre mesi fa nel quale Olmert e il presidente palestinese Mahmoud Abbas si impegnavano a riprendere i negoziati. Oggi, i progetti di Israele per la realizzazione di centinaia di unità abitative intorno a Gerusalemme Est, città che i palestinesi rivendicano come capitale del loro futuro stato, alimentano dure critiche e accuse internazionali, costituendo una minaccia ai più recenti sforzi di riconciliazione.
La decisione di Olmert consentirà la costruzione di 750 abitazioni nell’insediamento della West Bank di Givat Ze'ev, vicino Gerusalemme. Il partito ultra-ortodosso Shas, battutosi strenuamente per i nuovi edifici, si assume il merito della decisione. Eli Yishai, leader del partito, ha infatti promesso altre costruzioni nell’insediamento, e oggi insiste perché il primo ministro consenta ulteriori costruzioni in un quartiere di Gerusalemme Est. ”Dopo le ultime otto vittime, per ogni morto saranno costruite 100 case”, ha dichiarato Yishai, suggerendo un legame tra la decisione del primo ministro e il recente attacco in una scuola rabbinica di Gerusalemme, nel quale un sicario palestinese ha ucciso otto giovani studenti. I portavoce del governo hanno negato qualunque collegamento tra l’attentato e le costruzioni nell’insediamento.
Tuttavia, i commenti di Yishai testimoniano la debolezza politica di Olmert. Il primo ministro aveva dichiarato che il governo non avrebbe più costruito negli insediamenti della West Bank, ma sa bene che l’uscita dello Shas dalla coalizione di governo metterebbe in grave crisi la maggioranza parlamentare, provocando elezioni certamente indesiderabili. Il via alle costruzioni deciso da Olmert è arrivato proprio dopo la minaccia dello Shas, che aveva dichiarato di astenersi dal voto di fiducia al governo.
Poche settimane prima, Olmert aveva detto ai palestinesi che la questione dello status di Gerusalemme non sarebbe stata nell’agenda dei negoziati, annuncio che seguiva le dichiarazioni del partito oltranzista di lasciare la coalizione qualora lo stato di Gerusalemme venisse messo in discussione.
”Per anni, le coalizioni di governo hanno usato la scusa (della sopravvivenza politica) per proseguire nella politica degli insediamenti”, sostiene Akiva Eldar, co-autore di “Lords of the Land: The War over Israel's Settlements in the Occupied Territories, 1967-2007”.
Secondo Eldar, fortemente critico nei confronti della politica degli insediamenti, la comunità internazionale – Usa, Onu e Ue – non esercita sufficiente pressione su Israele per la sua inarrestabile espansione negli insediamenti. “Supponiamo che gli Usa dicano a Israele, ‘Non ci interessa la posizione dello Shas’”, ha proseguito Eldar. “Come reagirebbe il governo? Tutto sta nel capire chi esercita maggior influenza sul governo. Dov’è la comunità internazionale?”.
Le nuove consultazioni di pace tra Olmert e Abbas sono frutto del vertice presieduto dagli Usa lo scorso novembre ad Annapolis, Maryland, in cui entrambi si erano impegnati a raggiungere un accordo entro la fine del 2008, accettando di portare al tavolo dei negoziati tutte le questioni, tra cui Gerusalemme, i confini, gli insediamenti e il destino dei profughi palestinesi.
La roadmap per la pace, mai realizzata, sulla quale le parti si erano impegnate nel 2003, chiede che Israele blocchi tutte le costruzioni e smantelli le decine di avamposti creati negli insediamenti della West Bank negli ultimi anni. D’altra parte, il piano impone ai palestinesi la fine della violenza ed esige che l’Autorità Palestinese sciolga i gruppi armati.
Tuttavia, Israele sostiene che non esiste un divieto di costruire sugli insediamenti già esistenti, soprattutto per quelle aree che intende mantenere in un futuro accordo di pace con i palestinesi, rivendicando una posizione in pieno conflitto con la comunità internazionale. “Non abbiamo mai promesso di fermare tutte le costruzioni nella West Bank”, ha dichiarato di recente il ministro della casa Ze'ev Boim, stretto collaboratore di Olmert.
”Non ci impegneremo mai a congelare le costruzioni nel blocco degli insediamenti”, ha detto Mark Regev, portavoce del governo, utilizzando il termine che Israele ha ufficialmente adottato per quelle aree che vorrebbe mantenere in un accordo definitivo con i palestinesi. “Il primo ministro ha dichiarato pubblicamente, durante e dopo Annapolis, che le costruzioni continueranno nei vasti blocchi degli insediamenti”.
Eldar sostiene che i palestinesi non hanno mai accettato l’idea del “blocco degli insediamenti” e che le continue costruzioni da parte di Israele “sono un messaggio per i palestinesi, per dire che Israele non rispetta gli accordi”.
Il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni, la settimana scorsa ha mostrato di volersi allontanare dalla linea di governo, quando, parlando agli studenti dell’università di Harvard, ha dichiarato che l’espansione degli insediamenti è “di scarso aiuto”.
Riferendosi alle costruzioni approvate da Olmert, descritte come “non sostanziali”, Livni ha detto che ” il governo israeliano non persegue la politica di espansione negli insediamenti”.
I palestinesi non ne sono convinti; per loro, la costruzione negli insediamenti rappresenta una minaccia diretta alle aspirazioni di uno stato palestinese nella West Bank, che sia territorialmente contiguo e non una combinazione di distretti non collegati tra loro. Per la popolazione, la questione delle costruzioni a Gerusalemme Est, zona conquistata da Israele nella guerra dei sei giorni del 1967, minaccia seriamente la loro presenza in città e il loro diritto a risiedervi.
Saeb Erekat, assistente di Abbas, ha parlato della decisione di costruire negli insediamenti come di “un ulteriore schiaffo al processo di pace”, che sta “danneggiando e distruggendo” la credibilità dell’Autorità Palestinese agli occhi della sua stessa popolazione, e che “minaccia tutti gli sforzi tesi a resuscitare i negoziati”.

