NAZIONI UNITE, 7 febbraio 2008 (IPS) – Le Nazioni Unite, che di recente hanno espresso grave preoccupazione per la sicurezza del loro personale in Algeria e Sudan, devono ora fare i conti con due nuove zone ad alto rischio: Kenya e Ciad.
Dopo le crescenti violenze scoppiate in entrambi i paesi, il Segretariato è tornato ad esaminare lo stato della sicurezza per il proprio staff – quasi otto settimane dopo un bombardamento in Algeria che ha provocato la morte di 17 operatori Onu, a metà dicembre.
”Trovo allarmante la situazione della sicurezza, che si deteriora sempre di più a N’Djamena (capitale del Ciad) e altrove”, ha detto il segretario generale Ban Ki-moon ai giornalisti martedì scorso.
”Non possiamo più garantire l’integrità e la sicurezza del personale dell’Onu in Ciad, e abbiamo già evacuato quasi tutto lo staff, con l’aiuto del governo francese, verso i vicini Camerun e Gabon”, ha riferito.
Ban assicura che un piccolo nucleo centrale del personale Onu si trova ancora in Ciad, ma potrebbe essere presto evacuato, con l’aiuto francese, se la situazione politica e militare nel paese continuerà a deteriorarsi.
Lo scorso week-end, un gruppo ribelle ha attaccato la capitale, minacciando di rovesciare il governo del presidente Idriss Deby, ora al potere da quasi 17 anni.
Sembra che i ribelli siano appoggiati dal governo del Sudan, che però ha negato ogni coinvolgimento.
Parlando delle recenti violenze in alcune zone dell’Africa, Ban Ki-moon si è detto preoccupato per l’incolumità e la sicurezza del personale dell’Onu sul campo.
“Gli ultimi avvenimenti in Kenya, Ciad, Darfur (Sudan) e Algeria servono solo a far risaltare l’urgenza del problema”, ha aggiunto.
Nelle prossime settimane, ha annunciato, dovrebbe parlare ai 192 Stati membri per chiedere di rafforzare la sicurezza e l’incolumità del personale Onu nei loro rispettivi paesi.
L’amministratore del Programma Onu per lo sviluppo (UNDP) Kemal Dervis, il cui ufficio è rimasto distrutto nell’attacco di Algeri, ha segnalato il mese scorso che, in almeno sei paesi, allo staff dell’Onu è stato consigliato di lavorare da casa, dal momento che alcune delle agenzie sul campo sono diventate “obiettivi specifici” dei gruppi terroristici.
Dervis non ha voluto dire di quali paesi si tratta, ma ha ammesso che l’Algeria era tra questi. Le minacce contro gli operatori Onu sono state rivolte anche contro funzionari e peacekeeper di paesi come Iraq, Somalia, Afghanistan e Libano.
Martedì scorso, il segretario generale ha anche annunciato l’istituzione di una commissione indipendente per l’“integrità e la sicurezza del personale dell’Onu sul campo in tutto il mondo”.
La commissione, che sarà presieduta dall’ex inviato speciale dell’Onu Lakhdar Brahimi, comprenderà esperti internazionali nel campo della integrità e sicurezza, i cui nomi verranno presto resi noti.
Quando il mese scorso il segretario generale ha annunciato la nomina di una commissione indipendente, il governo algerino ha espresso forti riserve, in primo luogo per ragioni politiche. L’Algeria ha anche negato l’accusa di aver ignorato le richieste dell’Onu di rafforzare le misure di sicurezza, anche con blocchi stradali, prima del bombardamento degli uffici dell’Onu nella capitale Algeri.
Brahimi, ex ministro degli esteri algerino, è stato inviato speciale dell’Onu in Afghanistan, Haiti e Iraq – con incarichi e in periodi differenti.
Alla domanda se la nomina di Brahimi fosse tesa a tranquillizzare il governo algerino, Ban ha osservato: “Mi sono consultato con il governo algerino, e abbiamo pensato che Brahimi sarebbe stato la persona adatta per condurre questa commissione indipendente”. Ha poi aggiunto: “Sono certo che tutti concorderanno sulla sua integrità; pur essendo algerino, è più conosciuto come leader cosmopolita”.
Ban ha anche detto di aver discusso la nomina di Brahimi con alcuni dei principali stati membri, “e nessuno ha espresso dubbi sulla sua integrità come presidente della commissione indipendente”.
Quanto al Kenya, il segretario generale ha osservato: “Come ho detto all’Unione africana la settimana scorsa, gli scontri etnici minacciano un’escalation fuori controllo”.
Sul Ciad, ha riferito Ban, “ho sollecitato il Consiglio ad agire prontamente per tentare di porre fine a questa terribile crisi. Ha conseguenze devastanti non solo per il popolo del Ciad e per i rifugiati del Darfur che cercano rifugio qui, ma anche per il Darfur stesso”. Riguardo al Darfur, secondo il segretario generale, “l’insicurezza continua a limitare seriamente l’accesso umanitario ai civili che hanno bisogno di assistenza”.
Alla domanda se il Sudan avesse accettato truppe non africane nella Missione Unione Africana – Nazioni Unite in Darfur (UNAMID), Ban ha risposto che la forza di peacekeeping ha ancora bisogno di elicotteri e di altre unità.
”I paesi che hanno chiesto l’intervento in Darfur hanno l’obbligo speciale di adempiere alle loro promesse”, ha aggiunto. Lo spiegamento del contingente UNAMID – forte di 26mila unità, e definito la singola forza di peacekeeping più grande nel mondo -, è stato ostacolato dalla mancanza di truppe e di apparati militari.
Il governo del Sudan, che vorrebbe una forza di mantenimento della pace tutta africana, ha rifiutato lo schieramento di unità militari dalla Tailandia, Nepal, Norvegia e Svezia. Finora, sono state dispiegate in Darfur solo 9mila delle 26mila unità proposte.
Ban ha fatto sapere che tra i temi in discussione nel suo incontro con il presidente del Sudan Omar al-Bashir la scorsa settimana, vi era la proposta di unire forze composite. Uno degli “argomenti principali” è stato proprio il possibile spiegamento di soldati non africani. ”La nostra idea è che – seppure ci sarà ancora da lavorare a livello tecnico – cercheremo in un primo momento di schierare peacekeeper africani che sono già disponibili, come per esempio gli egiziani o gli etiopi”.
Poi, una volta ottenuta questa formazione, ha spiegato, “cercheremo di allineare soldati dalla Tailandia e dal Nepal”.

