BRUXELLES, 4 settembre 2007 (IPS) – Le relazioni commerciali tra Unione Europea e Israele dovrebbero essere interrotte in segno di protesta per le violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi, informa una conferenza delle Nazioni Unite.

Luisa Morgantini
www.luisamorgantini.net
Secondo un cosiddetto accordo di associazione, Israele gode attualmente di libero commercio per le merci industriali, e di un trattamento preferenziale per i prodotti agricoli che entrano nell’Unione Europea.
Per voce di Luisa Morgantini, vice-presidente del Parlamento Europeo, la commissione sviluppo, da lei presieduta, ha chiesto la sospensione di questo accordo. Finora gli appelli sono stati respinti dai governi Ue e dall’esecutivo dell’Unione, la Commissione Europea.
La circostanza si protrae malgrado l’articolo 2 dell’accordo – entrato in vigore nel 2000 – impegni entrambe le parti al rispetto dei diritti umani.
Morgantini ha parlato del conflitto israelo-palestinese ad una conferenza delle Nazioni Unite tenutasi a Bruxelles (30-31 agosto), sostenendo che l’Ue ha commesso “molti errori” nella gestione dei rapporti con il Medio Oriente, soprattutto nell’ultimo anno.
È stato un errore da parte dell’Unione, ha detto, sospendere gli aiuti diretti per l’Autorità Palestinese nel 2006, dopo la vittoria del partito islamico di Hamas alle elezioni politiche che la stessa Unione aveva ufficialmente giudicato giuste e democratiche.
Morgantini ha inoltre denunciato la decisione dell’Ue di concentrare i propri aiuti nella West Bank anziché a Gaza. “Come europei, dobbiamo operare non per dividere, ma per unire i palestinesi”, ha detto. “Talvolta la nostra politica va esattamente nella direzione contraria”.
Morgantini ha anche mostrato preoccupazione per l'operato dell’Ue dal 2005, nell'ambito di una missione di aiuti al confine presso Rafah, unico punto di congiunzione tra Gaza e il mondo esterno.
Il passaggio è stato chiuso dalle forze israeliane quando Hamas ha preso il controllo di Gaza a giugno, e il personale Ue è coinvolto nella missione senza prendere posizione per rimuovere le restrizioni agli spostamenti dei palestinesi.
Secondo Eoin Murray, dell’organizzazione irlandese Trócaire, l’Ue è diventata “un’appaltatrice dell’occupazione” in Palestina e dovrebbe abbandonare la missione di Rafah.
Ogni mattina, ha raccontato all’IPS, i membri della missione Ue viaggiano fino a una postazione oltre il passaggio noto ai palestinesi come Karim Abu Salam, e agli israeliani come Kerin Shalom. “Gli israeliani sostengono di non poter entrare per ragioni di sicurezza”, prosegue Murray. “E l’Ue accetta questa situazione”.
“Aprire Rafah significa essenzialmente aprire la mente delle persone e porre fine all’oppressione di Gaza. Al momento, chi ha il cancro a Gaza muore perché gli israeliani non autorizzano il transito verso l’Egitto per la radioterapia”.
Murray ha chiesto all’Unione di rivedere la disponibilità in un primo tempo mostrata per riparare le infrastrutture civili, comprese scuole e ospedali, distrutte da Israele.
Secondo la Commissione Europea, per i danni causati da Israele sono stati spesi 44 milioni di euro (60 milioni di dollari) con progetti finanziati dall’Ue nei territori palestinesi.
“L’Ue ha saldato il conto di Israele”, ha detto. “L’Unione ha pagato per la ricostruzione senza mai chiedere indietro un soldo, autorizzando Israele ad ignorare le proprie responsabilità secondo la legge internazionale”.
Richard Kuper, portavoce dell’organizzazione “Ebrei europei per una pace giusta” con sede a Londra, denuncia Israele per aver commesso “gravi violazioni” della Quarta Convenzione di Ginevra; concordata nel 1949, la Convenzione stabilisce i diritti delle persone sotto l’occupazione straniera.
Kuper sostiene che Israele sia stato discriminato per “trattamento eccezionale” sia dall’Ue che dagli Usa.
A differenza di altri paesi della regione, ad Israele è consentito lo sviluppo di armi nucleari e non ha ricevuto accuse di violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Kuper ha criticato il Monitoring Centre on Racism and Xenophobia, organismo europeo con sede a Vienna (oggi ribattezzato Fundamental Rights Agency), responsabile di equiparare le critiche ad Israele con l’anti-semitismo.
Nel 2005, il Monitoring Centre ha stilato un elenco con sei esempi di anti-semitismo: cinque di questi sono commenti su Israele.
Kuper ha chiesto all’agenzia di rivedere quella definizione e di chiarire che le critiche per la violazione dei diritti umani da parte di Israele non equivalgono all’odio nei confronti degli ebrei. “Importare il conflitto mediorientale in Europa è la cosa peggiore per gli ebrei e per i musulmani d’Europa”, ha detto all’IPS.
“La nostra totale opposizione all’anti-semitismo, come a qualunque forma di razzismo, è indiscutibile. Siamo profondamente preoccupati per ogni manifestazione di un suo possibile ritorno, come per gli attacchi a cimiteri, sinagoghe o individui, aggrediti perché riconosciuti come ebrei”.
“Ciononostante, non vi è attinenza con i tentativi di definire un ‘nuovo anti-semitismo’ nel quale Israele occupa il ruolo di protagonista come ‘ebreo collettivo'. Ci sembra che esista un tentativo organizzato per rendere sospetta ogni critica ad Israele”.
Secondo l’inviato dell’Autorità Palestinese in Malesia, Abdelaziz Aboughosh, “il prolungato fallimento nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese”, ha provocato “radicati sentimenti di rabbia e frustrazione” tra i musulmani di tutto il mondo.
Aboughosh ha citato l’uso del diritto di veto degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu come fattore di persistenza del conflitto.
“Quando l’Onu tenta di proteggere i palestinesi da violazioni manifeste e ricorrenti dei diritti umani, e dalle atrocità quotidiane perpetrate nei loro confronti, si ritrova senza speranza di fronte alla potenza del veto. Nel frattempo, esistono documenti sui diritti umani usati contro stati del Terzo Mondo per violazioni molto meno gravi”.

