LONDRA, 3 gennaio 2007 (IPS) – Saddam Hussein è stato condannato e impiccato senza un giusto processo, hanno dichiarato i principali gruppi di sostegno dei diritti umani dopo la sua esecuzione, avvenuta sabato scorso.
“Amnesty International sostiene che l’intero processo sia stato profondamente difettoso”, ha detto all’IPS James Dyson, di Amnesty. La Corte d’appello irachena non ha fatto fronte ad importanti lacune durante il processo all’ex dittatore davanti al Tribunale penale supremo dell’Iraq (SICT), ha dichiarato Amnesty sabato.
Human Rights Watch aveva presentato il mese scorso un rapporto di 97 pagine, elencando le numerose falle nel processo di Saddam.
“L’alta corte irachena non era libera dalle pressioni politiche provenienti dal gabinetto iracheno”, ha commentato all’IPS Richard Dicker, di Human Rights Watch. “Nel gennaio 2006 il giudice del processo di Saddam si era dimesso per protesta, dopo essere stato criticato pubblicamente dal primo ministro per la sua eccessiva clemenza nel condurre i procedimenti”.
Questo tipo di interferenza politica, ha sostenuto, è “totalmente inadeguata al processo giudiziario”.
Quello di Saddam, ha proseguito Dicker, è stato un “processo farsa”, contrassegnato dalla mancata collaborazione dell’accusa nel fornire agli avvocati della difesa le prove che sarebbero state presentate al processo. Talvolta le prove da presentare venivano consegnate alla difesa all’ultimo momento, e a volte nemmeno quello, ha spiegato. Ciò ha impedito “una difesa efficace e significativa”.
Il rapporto di Human Rights Watch, “Il giudizio di Dujail: il primo processo davanti all’alta corte irachena”, è stato redatto dopo 10 mesi di accertamenti e decine di interviste a giudici, avvocati dell’accusa e della difesa.
Secondo il gruppo di sostegno dei diritti umani, il rapporto ha individuato, tra le altre falle, “violazioni del diritto degli imputati di controbattere ai testimoni dell’accusa, e manifestazioni di parzialità dei giudici”.
Gli avvocati della difesa di Saddam avevano 30 giorni per ricorrere in appello dopo il verdetto del 5 novembre. “Tuttavia, essi hanno avuto accesso alla sentenza solo il 22 novembre, con sole due settimane di tempo per rispondere”. La camera d’appello ha confermato la sentenza di pena di morte il 26 dicembre.
“È impensabile che la camera d’appello abbia potuto riesaminare in modo esauriente la sentenza di 300 pagine e le argomentazioni scritte della difesa in meno di tre settimane”, ha osservato Dicker in una dichiarazione diffusa da Human Rights Watch. “Il processo d’appello è apparso persino più difettoso del primo processo”.
Sia Amnesty che Human Rights Watch avevano già documentato per diversi anni gli abusi dei diritti umani compiuti sotto il regime di Saddam Hussein, in un’epoca in cui i governi occidentali avevano scarso interesse per quei rapporti, per non parlare della volontà di fare qualcosa al riguardo.
“Questi crimini comprendono l’uccisione di più di 100.000 kurdi iracheni nell’Iraq del nord, come parte della campagna di Anfal del 1988”, sostiene Human Rights Watch. L’esecuzione di Saddam Hussein significa che ora la verità potrebbe non venire mai più a galla.
“Al momento della sua impiccagione, Saddam Hussein ed altri imputati erano sotto processo per genocidio nella campagna di Anfal del 1988”, osserva Human Rights Watch. “Le vittime, tra cui donne, bambini e anziani, erano state scelte in quanto kurdi rimasti nelle loro terre tradizionali al di fuori delle aree controllate da Baghdad. L’esecuzione di Hussein metterà quindi a repentaglio il processo di questi crimini ancora più gravi”.
Amnesty e Human Rights Watch sono entrambi contrari alla pena di morte per principio, ed entrambi sostengono che la sentenza di morte sia stata emessa a seguito di un processo essenzialmente ingiusto.
“Siamo contrari alla pena di morte in ogni caso, come violazione del diritto alla vita e come massima pena crudele, disumana e degradante, ma la cosa più aberrante è che questa pena estrema venga applicata dopo un processo ingiusto”, ha dichiarato Malcolm Smart, direttore del programma per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International.
“Ed è ancora più preoccupante che, in questo caso, l’esecuzione sia apparsa come un esito scontato, dopo che era stato pronunciato il primo verdetto, mentre la corte d’appello ha dato poco più che una parvenza di legittimità a ciò che era, di fatto, un processo fondamentalmente difettoso”.
Il processo “verrà considerato da molti nient’altro che la ‘giustizia del vincitore’ e, purtroppo, non servirà ad arginare l’implacabile ondata di omicidi politici”, ha commentato Smart. Saddam Hussein è stato condannato a morte il 5 novembre 2006, con l’accusa di aver partecipato all’uccisione di 148 persone del villaggio di al-Dujail a nord di Baghdad, dopo che proprio qui avevano tentato di assassinarlo nel 1982.
Il processo, cominciato nell’ottobre 2005, quasi due anni dopo la cattura di Saddam Hussein da parte delle forze Usa, si è concluso a luglio 2006.
“Tutti gli accusati hanno diritto ad un giusto processo, a prescindere dalla gravità dell’accusa contro di loro”, ha detto Smart. “Questo semplice fatto è stato abitualmente ignorato durante i decenni di tirannia di Saddam. La sua caduta ha riaperto la possibilità di ripristinare questo diritto fondamentale e, al tempo stesso, di accertare, in modo equo, le responsabilità per i crimini del passato. È stata un’opportunità mancata, e resa ancora peggiore dall’imposizione della pena di morte”.
”L’impegno di un governo per la difesa dei diritti umani si misura dal modo in cui tratta i suoi criminali peggiori”, ha detto Dicker. “La storia giudicherà severamente questi comportamenti”.

