DIRITTI-RUANDA: I sopravvissuti al genocidio, stanchi di promesse vane

KIGALI, 24 Aprile 2006 (IPS) – Sono passati più di dieci anni dal genocidio del 1994 in Ruanda e il risarcimento alle vittime della tragedia continua a tardare tra molte difficoltà, sia per il governo che per gli stessi sopravvissuti.

Oltre 800.000 persone, della minoranza Tutsi e tra i moderati Hutu, hanno perso la vita nell’orgia mortale, cominciata dopo il 6 aprile 1994, quando un aereo che trasportava il presidente del Ruanda Juvenal Habyarimana e la sua controparte del Burundi, Cyprien Ntaryamira, fu abbattuto sulla capitale ruandese, Kigali.

Di fronte alla difficoltà dei tribunali del Ruanda di processare l’altissimo numero di persone accusate degli omicidi, è stato istituito un tribunale speciale – la Corte internazionale per i crimini del Ruanda (ICTR) – nella città di Arusha, Tanzania settentrionale, per incriminare i presunti ideatori del genocidio, (Militanti Hutu e membri dell’esercito ruandese sarebbero tra i principali imputati responsabili dei massacri).

Tuttavia, secondo François Ngarambe, presidente di Ibuka (“Ricorda”, in lingua kinyarwanda), una delle principali organizzazioni non governative che lavora per i sopravvissuti al genocidio, queste persone stanno ancora aspettando di essere risarcite. E questo, nonostante le numerose promesse di aiuto da parte del governo sulle tasse scolastiche per gli orfani, l’assistenza sanitaria e alloggi per i più poveri.

“Siamo stufi di continuare ad ascoltare le false promesse dei politici che non comprendono le nostre sofferenze”, ha dichiarato Marie Claire Murorunkwere, una vedova del genocidio che vive a Ngoma, nella parte orientale del paese.

E Jean Glaubert Burasa – direttore di ‘Rushyashya’, un quindicinale pubblicato a Kigali — aggiunge: “Il rifiuto di risarcire i sopravvissuti è un altro modo di umiliare le vittime, aiutando i responsabili del genocidio”.

Le autorità ruandesi ammettono che la questione dei risarcimenti pone un grosso dilemma.

“Il governo del Ruanda oggi non è nella posizione di promettere ciò che non potrà mai permettersi di offrire”, ha detto all’IPS Edda Mukabagwiza, ministro della giustizia e delle relazioni istituzionali.

Anche solo identificare tutte le vittime, e i danni conseguenti da violenze fisiche e psicologiche, è un compito enorme, che il governo del paese non può affrontare da solo, osserva Mukabagwiza.

Di fronte ai ritardi del governo sui risarcimenti, alcune associazioni per le vittime del genocidio hanno avviato alcune attività per produrre reddito. Tra queste, l’Associazione delle vedove del genocidio dell’aprile 1994 (Association des veuves du génocide d’avril 1994, Avega), che l’anno scorso ha cominciato a produrre cestini per decorazioni, da esportare sul mercato americano.

Denominato “Basket of Peace” (Cesta della pace), il progetto ha ricevuto aiuti dal Canada. Attualmente, partecipano all’iniziativa circa 200 donne, tra cui vedove del genocidio e donne i cui mariti sono in prigione con l’accusa di genocidio, ha segnalato all’IPS Bellancille Umukobwa, presidente di Avega.

Joséphine Nyirantwali è tra coloro che hanno beneficiato di “Basket of peace”. Prima dipendeva interamente dagli aiuti, con i 60 dollari al mese forniti dal Fondo di assistenza per i sopravvissuti al genocidio istituito dal governo nel 1998.

Oggi Nyirantwali è in grado di sostenersi da sola. “È la triste esperienza del passato che mi ha dato il coraggio di lavorare in solidarietà con i miei colleghi”, ha detto.

Anche Donatille Mukagakwaya, una donna hutu il cui marito è in carcere, accusato di aver collaborato nel genocidio, esprime sentimenti analoghi.

“Non siamo responsabili di ciò che è avvenuto in Ruanda. I nostri mariti sono in carcere, e noi non possiamo prevedere cosa accadrà domani. Dobbiamo quindi unire le forze per rispondere ai bisogni delle nostre famiglie”.

Secondo Mandiaye Niang, consigliere speciale presso l’ICTR, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha discusso la creazione di un fondo speciale per risarcire le vittime del genocidio, sulla base delle richieste individuali o collettive.

“L’ICTR potrebbe alla fine doversi assumere un’altra responsabilità… coordinare il risarcimento alle vittime che si sono presentate al suo cospetto, come testimoni”, ha spiegato.

Il tribunale ha già lanciato un programma di assistenza per i testimoni, in Ruanda.

La prima fase dell’iniziativa, cominciata nel settembre 2000, comprende consulenza legale, assistenza psicologica e riabilitazione fisica.

Una seconda fase prevede aiuti finanziari per un programma di nuovi insediamenti.

Secondo Tim Gallimore, portavoce dell’ICTR, il tribunale avrebbe contribuito al 15 per cento dei finanziamenti (circa 52.000 dollari) per i costi iniziali della costruzione di 23 alloggi nel “villaggio della pace” a Kamonyi, un distretto del Ruanda centrale.