RIO DE JANEIRO, 7 luglio 2005 (IPS) – Piuttosto che estendere il diritto di veto a più paesi, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha bisogno di una riforma qualitativa, che
tolga questo potere individuale ai suoi cinque membri permanenti, come condizione per un vero multilateralismo: è l’opinione di alcuni esperti
latinoamericani.
Un cambiamento solo quantitativo del Consiglio di Sicurezza, “mantenendo lo stesso schema” non risponde alla realtà attuale, ed è una ricetta che non risolverebbe la crisi del sistema internazionale, sostiene Cándido Grzybowski, uno degli organizzatori del Forum sociale mondiale (FSM) e direttore dell’Istituto brasiliano di analisi sociali ed economiche.
C’è bisogno di “cambiamenti nel processo decisionale, per ottenere risoluzioni di migliore qualità”, concorda Juan Tokatlián, direttore di Scienze politiche e relazioni internazionali dell’Università di San Andrés, di Buenos Aires.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Onu) “è sempre stato un meccanismo oligarchico, non democratico”, senza “trasparenza nell’informazione che gestisce”, e nei rendiconti finanziari, ha detto all’IPS.
Tuttavia, ciò che è in discussione nel dibattito in corso sulla riforma dell’Onu è solo la composizione del massimo organismo di sicurezza del forum mondiale, che ha 15 paesi membri, di cui dieci a rotazione e cinque permanenti con diritto di veto: Cina, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Russia.
Un comitato di esperti nominato dal segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, ha presentato una serie di proposte di riforma, che prevedono iniziative di ampliamento del Congresso, ma senza modificare il diritto di veto delle cinque potenze mondiali.
Germania, Brasile, Giappone e India reclamano a loro volta seggi permanenti per sé e per due nazioni africane nel quadro di un ampliamento dell’organismo a 25 componenti.
Il dibattito, cominciato all’inizio degli anni ’90 dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda, è degenerato in una controversia per i nuovi seggi, laddove molti paesi si oppongono alle pretese delle quattro potenze regionali e sostengono un sistema di rotazione.
In America Latina, la candidatura brasiliana vede l’opposizione di Argentina e Messico. Ma “se si decide un allargamento del Congresso, l’inclusione del Brasile è un dato di fatto”, perché è l’unico paese nella regione con una vocazione di attore globale”, ha detto all’IPS l’argentino Rosendo Fraga, direttore del Centro studi Nueva Mayoría.
L’Argentina, che un secolo fa era “l’economia più forte dell’America del Sud”, oggi ha un prodotto interno lordo equivalente a un quarto o un terzo di quelli del Brasile o del Messico, e perciò ha perso la “massa critica” a sostegno della sua presenza a rotazione in un seggio latinoamericano permanente nel Consiglio, ha ammesso Fraga.
La leadership regionale del Brasile “si impone come condizione naturale”, per la sua economia, il territorio e la popolazione, “mentre il Messico non ha questa vocazione, e Cile e Argentina non hanno una massa critica”, ha sintetizzato Fraga.
Il Brasile aspira da molti anni ad un seggio nel Consiglio, e lo avvalora con la sue partecipazione attiva in missioni per il mantenimento della pace, come quella che sta guidando ad Haiti, ha dichiarato il diplomatico messicano Andrés Rozental.
Il Brasile non ha mai rifiutato – come ha fatto il Messico – di assumersi le sue responsabilità come paese dominante nella regione dal punto di vista geografico, economico, demografico e politico”, ha segnalato Rozental, in un articolo del Consiglio messicano non governativo per gli affari internazionali, che presiede.
Il Messico è ancora intrappolato in “un dibattito sterile, se convenga o meno occupare il posto che spetterebbe anche a noi per dimensioni, forza economica e popolazione. Fino ad oggi, questa schizofrenia nazionale rimaneva sempre una discussione teorica, senza effetti pratici, perché una effettiva riforma della Carta dell’Onu sembrava una possibilità remota”, ha aggiunto.
L’ex diplomatico ha deplorato che le autorità del suo paese non abbiano “detto chiaramente che anche il Messico aspira al nuovo seggio nel Consiglio di Sicurezza, poiché non accetteremmo una decisione presa senza un processo di consultazione e senza nemmeno un dibattito sul merito di tutte le candidature”.
Ma è poco probabile che il Brasile e altri aspiranti riescano a raggiungere lo status delle cinque potenze con potere di veto, in nome della modernizzazione e della democratizzazione del Consiglio. Gli aspiranti al seggio devono fronteggiare, tra gli altri ostacoli, l’opposizione di vicini forti, come accade tra Cina e Giappone e tra Argentina e Brasile.
Il Consiglio di Sicurezza, creato per mantenere la pace e la sicurezza mondiali, comprende competenze militari e diplomatici. Come potrebbe accettare come membro permanente la Germania o il Giappone, che “non controllano la loro stessa sicurezza”, visto che sul loro territorio hanno basi statunitensi?, si è chiesto l’argentino Tokatlián.
Il Brasile non ha credenziali decisive per realizzare la sua ambizione, ossia un potere militare capace di intervenire velocemente all’estero “per imporre la pace” e non solo per mantenerla, ha osservato il ricercatore Geraldo Cavagnari, del Nucleo di studi strategici dell’Università di Campinas ed ex ufficiale dell’esercito brasiliano.
Questo è “un profilo che manca ancora al Brasile”, e che esige risorse sofisticate, rischi e costi elevati, anche umani, dal momento che comporta “l’interporsi tra forze in conflitto”, ha spiegato.
I militari brasiliani cominciano a vivere questa situazione ad Haiti, dove comandano una missione di pace dell’Onu senza molto successo, ha detto.
L’ambizione del Brasile è “una follia”, un prodotto del “vecchio militarismo nazionalista e del sogno di grande potenza”, che probabilmente sta provocando effetti negativi come i contrasti con l’Argentina e con altri vicini, oltre a concessioni commerciali e politiche alla Cina, ha sostenuto Grzybowski.
Questa pretesa influisce anche sulla politica nucleare nazionale, con le pressioni per riattivare un programma per nuove centrali nucleari, “nonostante le posizioni contrarie delle autorità energetiche”, ha osservato.
Il Consiglio di Sicurezza deve persistere in una riforma dell’Onu, ma “ridefinendo la sovranità nazionale, in nome della quale si praticano genocidi”, e facendo prevalere i diritti umani; non omettendoli laddove vengano perpetrati “crimini contro l’umanità”, come quelli commessi in Ruanda nel 1994, ha proseguito.
È più democratico adottare la rotazione dei membri del Consiglio, e un veto che sia possibile solo se collettivo, cioè sostenuto da un minimo di voti dell’organismo, di “un terzo, per esempio”, ha proposto Grzybowski.
Anche la necessità di decisioni rapide suggerisce una composizione assai numerosa, come la proposta di 25 membri, ha segnalato. La quantità renderebbe difficile il consenso, ha detto Tokatlián.
Entrambi gli esperti considerano “molto preoccupante” la scarsa partecipazione della società in questo dibattito.
Nel FSM, che si riunisce annualmente in incontri di massa sin dal 2001, si discute la riforma dell’Onu nell’ambito del tanto ricercato “nuovo ordine democratico internazionale”, ha ricordato Grzybowski, membro del Consiglio Internazionale del Forum.
Le proposte ufficiali di riforma dell’istituzione mondiale attualmente in discussione sono deplorevoli, ha commentato. L’agenda dello sviluppo si limita agli Obiettivi del millennio, che sono “traguardi di compensazione minimi” che non affrontano le cause della povertà.
Gli Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG) si propongono, tra gli altri obiettivi, di arrivare al 2015 con una percentuale di indigenti e affamati del 50 per cento in meno rispetto a quella del 1990.
Secondo Grzybowski e molti attivisti del FSM, serve un cambiamento molto diverso.
Ad esempio, mettere l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC/WTO), il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale sotto il controllo dell’Onu, affermare il predominio dei diritti umani e promuovere la sicurezza umana, rafforzando alcune commissioni e consigli del forum mondiale che oggi sono solo consultivi.
*Contributi di Marcela Valente (Argentina) e Diego Cevallos (Messico).

