TERRORISMO: Tre anni di guerra.. perdendo

WASHINGTON, 15 settembre 2004 (IPS) – Tre anni dopo gli attacchi contro le torri del World Trade Center a New York e sul Pentagono, sembrano assai pertinenti le cavillosità del segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld, trapelate 11 mesi fa

“Oggi ci mancano i parametri per sapere se stiamo vincendo o perdendo la guerra mondiale contro il terrorismo”, ha scritto allora in un memorandum diretto ai suoi principali collaboratori.

“Catturiamo, uccidiamo o scoraggiamo forse più terroristi di quanti ne reclutiamo, addestriamo o schieriamo contro di noi attraverso le madrasse (scuole religiose islamiche) e i sacerdoti radicali'”, si chiedeva.

Se così si misura il risultato della “guerra contro il terrore” lanciata dal presidente Usa George W. Bush dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, con aerei di passeggeri sequestrati, assalitori suicidi della rete di Al Qaeda (La Base), Rumsfeld, capo del Pentagono, dovrebbe arrivare alla conclusione che sta gravemente fallendo.

Circa il 70 per cento di chi era a capo di Al Qaeda al momento degli attacchi, è stato catturato o ucciso, come Bush e i suoi principali collaboratori non smettono di ricordare ai nervosi cittadini statunitensi nell’ambito della campagna verso le elezioni presidenziali del 2 novembre.

Ma è anche vero che gli esperti di terrorismo hanno espresso stupore di fronte alla capacità di rigenerazione di questa rete guidata dal saudita Osama bin Laden, in parte attraverso la sua associazione con nuove “franchigie”, cresciute come funghi dopo la pioggia, soprattutto dall’inizio dell’invasione statunitense a marzo 2003.

“Oggi c’è un comando di riserva (di Al Qaeda) intatto, con più di 18.000 potenziali terroristi ai suoi ordini, e il reclutamento si è accelerato a causa dell’Iraq (l’invasione dell’Iraq)”, ha affermato a maggio l’accreditato Istituto internazionale di studi strategici con sede a Londra, nel suo ultimo rapporto, largamente approvato dagli esperti statunitensi di antiterrorismo.

“Le forze politiche Usa stanno completando la radicalizzazione del mondo islamico, che Bin Laden cercava di realizzare sin dai primi anni ’90, con un successo sostanziale ma incompleto”, ha scritto un alto funzionario della CIA, nel nuovo libro intitolato: “Superbia imperiale: perché l’Occidente sta perdendo la guerra contro il terrorismo”.

L’autore del libro, identificatosi come “Anonimo”, è Michael Scheuer. A suo parere, la decisione di invadere l’Iraq, con l’intento dichiarato di porre fine ad una minaccia mortale e portare ad arabi e curdi oppressi la benedizione della democrazia, ha avuto proprio il risultato che più temeva Rumsfeld.

La pensa così anche Richard Clarke, il funzionario di antiterrorismo di maggior rango durante i governi di Bill Clinton (1993-2001) e nella prima metà dell’attuale mandato di Bush.

Secondo “Anonimo/Scheuer”, “Bin Laden non poteva aspettarsi nulla di meglio dell’invasione e occupazione dell’Iraq”, così che “tutti i musulmani del mondo possano vedere ogni giorno in televisione che gli Stati Uniti occupano un paese musulmano, e che insistono affinché delle leggi scritte dall’uomo sostituiscano la parola rivelata da Dio, mentre rubano il petrolio iracheno e spianano il terreno alla creazione della ‘Grande Israele’”.

Questa è proprio la percezione che sembra prevalere nel mondo arabo e islamico, secondo sondaggi d’opinione realizzati lo scorso anno.

“Siamo di fronte a un crollo di fiducia nelle intenzioni statunitensi” secondo Shibley Telhami, della cattedra Anwar Sadat per la Pace e lo Sviluppo dell’Università del Maryland (Usa), che ha pubblicato a giugno i risultati di un sondaggio d’opinione in sei paesi arabi i cui governi sono tra i principali alleati di Washington in Medio Oriente.

I quattro obiettivi dell’invasione irachena più citati dalle 3000 persone interpellate sono stati, variabili tra il 50 e il 75 per cento, “debilitare” o “dominare” il mondo islamico, “controllare il petrolio” e “proteggere Israele”.

Inoltre, nella maggioranza dei paesi arabi è scesa ad una sola cifra la percentuale di intervistati di parere “favorevole” a Washington, secondo questo studio ed altri recenti.

Le percentuali sono simili in Pakistan, un alleato chiave degli Stati Uniti nella guerra contro Al Qaeda, e appena superiori in paesi musulmani dell’Eurasia, come la Turchia, schierata con Washington da oltre 50 anni.

Questo ha dato ai potenziali seguaci di Bin Laden un mare molto più esteso nel quale nuotare.

Di conseguenza, e nonostante la forte cooperazione contro il terrorismo ottenuta da Washington da regimi prima più reticenti, come l’Arabia Saudita e il Pakistan, i governi e le popolazioni di questi paesi si sentono lontani dai loro governanti su questo tema, il che offre un terreno più fertile alle squadre di reclutamento di Al Qaeda, specialmente in Iraq.

Diciotto mesi dopo l’invasione, il paese dovrebbe, secondo i piani previsti, consolidare ora un sistema federale democratico, protetto da appena 50.000 soldati statunitensi tranquillamente installati in basi permanenti, con l’appoggio e la gratitudine della popolazione e di un regime filo-occidentale.

Ma il numero dei soldati appostati da Washington è tre volte superiore. Sono circondati da una popolazione risentita e attivamente ostile, molto poco disposta a denunciare l’insurrezione crescente e dai tanti volti, che compie più di 80 attacchi al giorno contro obiettivi statunitensi.

Ciò suggerisce che non sono solo le madrasse e i sacerdoti radicali che creano terroristi, come suggeriva Rumsfeld, ma anche la stessa presenza statunitense.

“La presenza costante delle forze militari statunitensi è parte della soluzione o parte del problema'”, si è chiesto la scorsa settimana il quotidiano britannico Financial Times, ricordando che in Iraq sono morti più di 1000 soldati Usa dall’inizio dell’invasione.

Questa domanda non sembra rientrare tra i ragionamenti cavillosi di Rumsfeld.

“La presenza di combattenti islamici in Iraq è più forte oggi che a marzo 2003. I ‘jihadisti’ (combattenti di ciò che considerano la ‘guerra santa’), vedono in Iraq un’opportunità strategica”, ha osservato Roger Cressey, ex direttore di Minacce transnazionali del Consiglio di Sicurezza Nazionale, un organo della Casa Bianca.

“È difficile trovare un esperto in terrorismo per il quale la guerra in Iraq abbia ridotto, invece di aumentare, la minaccia contro gli Stati Uniti”, ha scritto il giornalista esperto in sicurezza nazionale James Fallows nell’ultima edizione della rivista Atlantic.

Questa situazione non è esclusiva per l’Iraq.

La maggioranza dell’Afghanistan è guidata dai signori della guerra, e la produzione di papavero e oppio ha raggiunto livelli storici dal 2001, mentre il deposto movimento islamico Taliban continua ad effettuare incursioni nel sud e sudest.

Gli ultimi sondaggi mostrano uno sconforto crescente nel modo di condurre la guerra, anche nei paesi dell’Europa occidentale acclamati da Rumsfeld come “la nuova Europa” perché i loro governi si sono allineati con Washington e hanno collaborato alla guerra in Iraq.

Il risultato è che cresce l’appoggio ad una politica estera europea indipendente, dopo mezzo secolo di comando statunitense, e aumenta anche il rischio politico per i governanti che, come l’ex presidente del governo spagnolo José Maria Aznar e il primo ministro britannico Tony Blair, hanno aderito senza riserve alla “guerra contro il terrore” di Bush.

Mentre gli Stati Uniti unificano il mondo islamico contro se stessi, il governo di Bush ha anche demoralizzato e diviso l’Occidente.

Forse è ora che Rumsfeld ragioni un po’ di più.