COLOMBIA-USA: Un sorso amaro di Coca-Cola

NEW YORK, 10 maggio 2004 (IPS) – La Coca Cola è considerata un simbolo di giovinezza, diversità e globalizzazione. Ma per alcuni attivisti negli Stati Uniti rappresenta l’esatto contrario: molti decidono di non berla, e accusano la potente impresa che la produce di violare i diritti umani in Colombia

Lenore Palladino, studentessa universitaria di 23 anni che vive a New York, cerca con passione di coinvolgere altri giovani nella lotta contro il principale simbolo del consumismo di massa del pianeta.

“Come studenti, abbiamo potere”, dice Palladino, con voce suadente e fiduciosa. Davanti a lei, un gruppetto di ragazzi la ascoltano seduti in semicerchio intorno a una grande pizza.

“Vogliamo che le università recedano il loro contratto con la Coca Cola. Basta Coca Cola nelle mense, basta Coca Cola nelle macchinette distributrici”, dice Lenore.

Numerosi studenti a New York si stanno organizzando per fare pressioni alle giunte universitarie perché ritirino i loro investimenti dalla multinazionale che possiede la franchigia di bibite più popolare al mondo, e perché mettano fine a qualsiasi legame con la compagnia.

Si tratta di una campagna alla quale partecipano studenti, sindacati e attivisti che si battono per i diritti umani in Colombia e Stati Uniti (Usa).

La Coca Cola è accusata di violazione dei diritti del lavoro, tortura, sequestro e omicidio di lavoratori in alcune sue strutture di imbottigliamento, una denuncia pubblica che contraddice l’immagine di allegria, amicizia e tolleranza mostrata dall’impresa.

Dagli anni ’90, secondo gli universitari, la Coca Cola ha contrattato paramilitari per intimorire e assassinare alcuni sindacalisti colombiani, paese coinvolto da cinquant’anni in un sanguinoso conflitto che interessa guerriglie di sinistra, paramilitari di destra, narcotrafficanti e forze governative.

Spesso, i sindacalisti vengono accostati ai guerriglieri dai paramilitari e le forze del governo.

La Confederazione internazionale di organizzazioni sindacali libere (CIOSL) ha segnalato che nel 2003 sono stati assassinati 70 dirigenti sindacali colombiani. Numero inferiore ai 184 morti del 2002. In ogni caso, la CIOSL ha avvertito che il governo di Alvaro Uribe si è dedicato a criminalizzare la protesta sociale.

Gli attivisti anti-Coca Cola avvertono che l’impresa di matrice statunitense ha approfittato di questo ambiente per commettere abusi.

Due avvocati Usa, Daniel Kovalic e Terry Collingsworth, hanno sporto querela nel 2001 presso un tribunale federale di Miami contro la Coca Cola Company, con sede nella città meridionale di Atlanta.

La portavoce della multinazionale Lori George Billingsley ha giudicato le accuse “completamente false”. “Sfortunatamente – ha sostenuto – la Colombia continua ad essere un paese pericoloso e difficile per vivere e lavorare”.

“La violenza colpisce molte persone in tutti i settori, e non si limita ai sindacalisti”, ha aggiunto Billingsley, intervistata per posta elettronica.

LE ACCUSE

Il 5 dicembre 1996, il sindacalista Isidro Gil lavorava come portiere in un’impresa d’imbottigliamento della Coca Cola nel piccolo villaggio colombiano di Carepa. All’improvviso, secondo la versione degli attivisti, un gruppo di uomini armati è entrato sparandogli dieci colpi.

Il giorno dopo, il gruppo è tornato alla fabbrica ed ha chiamato a raccolta i lavoratori per avvertirli che sarebbero stati uccisi se non avessero abbandonato il sindacato.

“C’erano troppi testimoni”, ha dichiarato Jana Silverman, studentessa presso la Columbia University di New York, secondo la quale ciò che è accaduto allora è solo la punta dell’iceberg.

“Dagli anni ‘90” gli imbottigliatori della Coca Cola in Colombia “hanno ucciso nove lavoratori”, l’ultimo era Adolfo Munera, nel 2002 nella città di Barranquilla, ha aggiunto Silverman, che si trasferirà in Colombia nei prossimi mesi.

Per adesso, da New York, la ragazza invia messaggi elettronici per promuovere la sua causa. Partecipa inoltre a manifestazioni pacifiste per chiedere la fine della guerra civile in Colombia e sollecita la Coca Cola ad abbandonare la pratica di persecuzione dei sindacalisti e ad offrire un rimborso ai familiari di Gil e delle altre vittime.

La morte di Gil è l’episodio centrale della querela contro la Coca Cola.

All'interno di questa discussione, il sindacato colombiano Sinaltrainal, la Fondazione pro Diritto del lavoro internazionale e i Lavoratori uniti dell’acciaio degli Stati Uniti accusano le imprese d’imbottigliamento della Coca Cola di “contrattare o dirigere forze paramilitari di sicurezza che hanno impiegato la violenza estrema e hanno ucciso, torturato, detenuto illegalmente e messo sotto silenzio i sindacalisti”.

A marzo 2003, il tribunale ha sentenziato che non c’erano i presupposti legali perché la Coca Cola Company fosse ritenuta responsabile del comportamento della sua filiale colombiana. Kovalic e Collingsworth hanno ricorso in appello. “La soluzione per tale scontro può richiedere alcuni anni”, ha ammesso Kovalic al telefono dal suo ufficio di Pittsburgh.

Secondo l’avvocato, non ci sono dubbi che la multinazionale è direttamente responsabile dei crimini che le vengono imputati. Ma l’impresa nega ogni responsabilità.

“Tutte queste società d’imbottigliamento fabbricano Coca Cola, lavorano secondo un accordo di franchigia con la Coca Cola, esistono soltanto per fabbricare Coca Cola, ricavano benefici per la Coca Cola e la Coca Cola li controlla. La Coca Cola è colpevole' Assolutamente”, ha affermato.