Pechino, 26 aprile 2007 (IPS) – La Cina si attribuisce il merito di aver persuaso il governo del Sudan ad accettare la presenza di una forza internazionale di peacekeeping per mettere fine ai massacri nel Darfur, e intende impedire che vengano imposte ulteriori sanzioni su un paese dove possiede forti investimenti.
Al ritorno da una missione speciale in Sudan, il vice ministro degli Esteri Zhai Jun ha dichiarato alla stampa che è grazie agli sforzi della Cina che Khartoum sta cedendo alle pressioni internazionali per accettare il piano di pace di Annan.
“Non siamo favorevoli ad aumentare le sanzioni o ad estenderle, poiché ci sono molte speranze di risolvere questa questione (del Darfur)”, ha detto Zhai.
Prima del tour di Zhai in Sudan, dove ha incontrato il Presidente e visitato i campi profughi del paese, Khartoum aveva più volte rifiutato di cedere alle pressioni internazionali consentendo l’intervento Onu in Darfur. Il Presidente al-Bashir ha dichiarato che una simile azione avrebbe messo a rischio la sovranità del paese, e ha definito le truppe di pace dell’Onu “neo-colonialiste”.
Pechino continua a mantenere la sua posizione, benché nuove prove dimostrino che il governo sudanese sarebbe direttamente coinvolto nella guerra civile che sta devastando la regione del Darfur. Secondo un rapporto Onu, rilasciato alla stampa, Khartoum avrebbe mascherato degli aerei militari per farli sembrare dei velivoli Onu, e li avrebbe usati per bombardare i villaggi del Darfur.
Il Presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir afferma da tempo che il suo governo non ha niente a che vedere con la guerra civile in corso nella regione, che ha già causato oltre 200.000 morti e 2,5 milioni di sfollati.
Il conflitto in Darfur è cominciato nel 2003, quando alcune tribù africane di etnia nera si sono ribellate contro il governo arabo di Khartoum, accusandolo di decenni di discriminazioni ed emarginazione. Secondo i gruppi per i diritti umani e l’Onu, il governo ha risposto armando e sguinzagliando le milizie dei Janjaweed, ritenuti responsabili di aver distrutto centinaia di villaggi, uccidendo gli abitanti e violentando le donne.
Le nuove prove del coinvolgimento di Khartoum in queste atrocità sarebbero emerse da un dossier riservato dell’Onu trapelato la scorsa settimana. Corredato di fotografie, il rapporto sostiene che il governo del Sudan avrebbe dipinto alcuni aerei militari di bianco – un colore generalmente riservato all’Onu – utilizzandoli per trasportare ami per le milizie Janjaweed, oltre che per voli di ricognizione e azioni di bombardamento sul Darfur.
La Cina ha però preferito puntare su ciò che ha definito una “mossa positiva verso la pace”, portata a termine la scorsa settimana. Dopo mesi di inutili sforzi diplomatici, il Sudan ha infine accettato di ricevere aiuti su ampia scala dall’Onu, con l’invio di 3.000 agenti di polizia militare, oltre a sei elicotteri d’attacco e ad altre unità dell’aviazione in Darfur.
Questo rapporto rappresenta il secondo passo di una proposta su tre fasi, a lungo rinviata, lanciata dall’ex segretario dell’Onu Kofi Annan con l’obiettivo di creare una forza congiunta Onu-Unione Africana di 21.000 unità, che andasse a sostituire le forze dell’Unione africana attualmente operative sul posto, di soli 7.000 uomini.
Secondo il ministro degli Esteri cinese, questo non sarebbe il “momento adatto” per discutere di sanzioni, e i poteri mondiali dovrebbero invece cogliere questa opportunità diplomatica per concentrarsi sull’insediamento di una forza Onu nella regione del Darfur, devastata dalla guerra.
“È il momento di intraprendere delle misure costruttive per attuare l’accordo, invece di parlare di nuove sanzioni”; ha detto il portavoce del ministro Liu Jinchao durante un briefing con la stampa tenutosi a Pechino la settimana scorsa.
Nonostante la volontà di compromesso dimostrata da Khartoum, Usa e Gran Bretagna hanno minacciato di inasprire le sanzioni, se il Sudan non agirà in modo rapido e risoluto per fermare le violenze.
“Il tempo delle promesse è finito. Il Presidente Bashir deve agire. Se il Presidente Bashir non adempierà ai suoi obblighi, allora saranno gli Stati Uniti ad agire”, avrebbe dichiarato George W. Bush la scorsa settimana.
Tra le misure prese in considerazione: sanzioni contro le imprese coinvolte in affari con il Sudan, con il congelamento dei beni finanziari, embargo sulle armi e creazione di no-fly zone.
La Cina ha avvertito però che nuove sanzioni non farebbero che acutizzare la crisi umanitaria nella regione. “Sarebbe meglio non muoversi in questa direzione (imponendo sanzioni)”, ha detto sempre la scorsa settimana il vice ambasciatore Onu in Cina Liu Zhenmin. “Credo che entro qualche settimana, o qualche mese, il processo politico produrrà dei risultati”.
La Cina teme che l’inasprimento delle sanzioni possa far deragliare il processo politico faticosamente messo in piedi dai suoi diplomatici, e di cui Pechino si attribuisce il merito.
L’intervento cinese segna un grosso cambiamento rispetto alla politica adottata in passato, quando Pechino appariva riluttante ad usare la propria influenza in Sudan. La Cina, membro con potere di veto nel Consiglio di Sicurezza, ha investito miliardi di dollari nello sviluppo dei campi petroliferi del Sudan, ed è uno dei principali partner commerciali della nazione africana.
L’amministrazione Bush ha sollecitato a lungo la Cina perché aumentasse le pressioni per convincere il governo sudanese a collaborare con l’Onu, suggerendo come possibili leve i grossi acquisti di petrolio, gli investimenti e le vendite d’armi di Pechino. Ma la Cina ha preferito vedere il Sudan come un’importante fonte di energia per la propria economia in espansione, rifiutando di prendere posizione sulla politica interna del paese.
Negli ultimi mesi, però, la “politica passiva” della Cina nei confronti del Sudan è finita nel mirino delle organizzazioni non governative e degli attivisti dei diritti umani, secondo i quali Pechino, rifiutandosi di agire, avrebbe di fatto tollerato le atrocità.
L’attrice Americana Mia Farrow, ambasciatrice delle Nazioni Unite, ha associato i Giochi Olimpici del 2008, che ospiterà Pechino, ai massacri in Darfur. In una campagna che definisce le Olimpiadi di Pechino “Olimpiadi del genocidio”, la Farrow, insieme ad altri gruppi per i diritti, ha voluto rimproverare pubblicamente la Cina per il suo presunto ruolo nella crisi in Darfur.
Pechino ha difeso l’impegno della Cina in Darfur, imputando il conflitto civile e la crisi umanitaria nella regione alla povertà. Zhai ha definito gli aiuti e gli investimenti cinesi nel paese come possibili soluzioni alla crisi.
“Se le condizioni di vita della popolazione sudanese non miglioreranno – ha detto il vice ministro cinese ai giornalisti -, continueranno a combattere per le risorse naturali limitate, aggravando la situazione”.

