KAMPALA, 16 marzo 2005 (IPS) – La povertà urbana ha un volto familiare: è l’immagine delle baraccopoli, sovraffollate e cosparse di immondizia. Perciò è facile rimanere sorpresi del fatto che ben tre quarti delle persone più povere nel mondo – circa 900 milioni – vivono in aree rurali.
“La normale esperienza della maggior parte della popolazione rurale non solo è la povertà, ma la povertà estrema”, dichiara il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (IFAD), nel suo documento “Strategie regionali per l’Africa orientale e meridionale 2002”. L’IFAD è un’agenzia delle Nazioni Unite che si batte per porre fine alla povertà rurale nelle nazioni in via di sviluppo.
Il decentramento – ossia il passaggio di poteri dai governi, in capitali spesso lontane, alle autorità locali – viene spesso considerato una delle strategie con maggiori promesse per aiutare i poveri rurali. Oggi, la maggior parte di queste persone dipendono dall’agricoltura per la loro sopravvivenza; eppure, hanno sempre avuto uno scarso controllo sulle politiche rivolte alle aree rurali, e che influiscono direttamente sui risultati dell’agricoltura.
Nonostante le iniziative, rivolte al decentramento, di governi e agenzie per gli aiuti allo sviluppo, il bilancio sull’esito di questi sforzi è, in molti casi, ancora incerto. La scorsa settimana, IFAD e il governo dell’Uganda hanno organizzato un seminario nella capitale, Kampala, per discutere di come migliorare le politiche per il decentramento in tre paesi dell’Africa orientale.
James Carruthers, vicepresidente del Dipartimento di Programmazione dell’IFAD, ha dichiarato: “Vogliamo capire come migliorare la nostra presenza nel paese, immettendo qualche risorsa in più all’interno del paese stesso, nelle istituzioni presenti, e nei governi”. I paesi in questione erano l’Uganda, l’Etiopia e la Tanzania.
In Uganda, il decentramento è stato avviato da oltre dieci anni, dopo che ai cosiddetti “Consigli della resistenza” – che hanno reso possibile al Movimento di resistenza nazionale (NRM) di prendere il controllo del paese – fu concessa l’autorità per gestire le comunità locali. L’NRM è salito al potere dopo una guerra durata cinque anni contro il dittatore Milton Obote.
Circa il 70 per cento della popolazione ugandese, che conta 24 milioni di abitanti, vive dell’agricoltura.
“Il decentramento ha modificato il panorama politico della nazione. Questa politica ha messo radici, ed è più o meno irreversibile”, ha detto Henry Muganwa Kajura, secondo vice primo ministro e ministro dei servizi pubblici.
“In Uganda sappiamo bene che il decentramento non è una panacea, ma ha un forte potenziale per portare al buon governo, alla riduzione della povertà e allo sviluppo”, ha però aggiunto.
Il ministro per il governo locale, Tarsis Kabwegyere, è dello stesso parere.
“Il processo di trasformazione deve ancora avanzare ed essere sostenuto, perché siamo ancora lontani da ciò che dovremmo essere”, ha detto. “Siamo in una fase di crescente domanda per convertire il decentramento in trasformazione e sviluppo”.
In parte, i problemi dovuti al decentramento sembrano emergere dal fatto che le autorità locali – pur avendo il potere per gestire alcune operazioni ordinarie nelle comunità, e per pianificare il loro sviluppo – spesso non hanno i fondi per farlo.
“La mancanza di risorse finanziarie (in Uganda, Etiopia e Tanzania) colpisce proprio gli aspetti basilari della fornitura dei servizi. E la scarsità di risorse per operare, anche a lungo termine, nei tre paesi rende difficile sostenere e designare le infrastrutture necessarie alla gestione dei governi locali”, si legge nel rapporto IFAD 2004, intitolato “Risultati e impatto dell’IFAD in ambienti decentralizzati: le esperienze di Etiopia, Tanzania e Uganda”.
Come nel caso dell’Uganda, anche l’economia della Tanzania è prevalentemente agricola: circa il 70 per cento dei suoi 31,3 milioni di abitanti vive in aree rurali.
Mentre, però, le iniziative per il decentramento risalgono al periodo coloniale, il concetto di devoluzione dei poteri dalla capitale è, per alcuni aspetti, ancora controverso.
“Il decentramento è un processo politico, e i governi lo porteranno avanti solo se la barca non oscillerà”, ha osservato Charles Keenja, ministro dell’agricoltura e della sicurezza alimentare della Tanzania.
Il rapporto IFAD 2004 sottolinea anche i limiti politici del decentramento: dare potere alle autorità locali non garantisce automaticamente che le preoccupazioni dei cittadini riusciranno a farsi sentire su quelle del governo centrale.
“Secondo quanto stabilito – segnala il rapporto – è l’esecutivo, e non il ramo eletto del governo locale, a dominare le decisioni in questi tre paesi”. “L’esecutivo, a sua volta, è controllato da un partito politico o coalizione che è stato al potere, al centro, per 12 anni in Etiopia, 33 in Tanzania e 18 in Uganda”.
Politiche di decentramento efficaci dovrebbero rivolgersi ai mali che colpiscono da sempre gli agricoltori africani, come l’accesso limitato alla terra, adeguati rifornimenti di acqua e il capitale, necessario per superare il livello della sussistenza.
Portare questi agricoltori al di sopra della povertà è fondamentale anche per realizzare gli Obiettivi del millennio dell’Onu (MDG), che puntano a dimezzare il numero di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno, entro il 2015. (Al vertice del Millennio dell’Onu nel 2000 furono stabiliti otto obiettivi, tra cui l’impegno a ridurre la fame estrema, raggiungere l’educazione primaria universale, promuovere l’uguaglianza di genere e combattere le malattie che hanno un’alta incidenza nei paesi in via di sviluppo).
“Chiaramente è impossibile che esista un continente povero, con una popolazione che vive nella miseria, mentre il mondo continua a girare normalmente. Adesso la miseria qui è la miseria ovunque”, ha detto Kabwegyere dell’Uganda, nel workshop della scorsa settimana.
“È compito di ognuno di noi fare in modo che tutti possano crescere”.

