CITTÀ DEL MESSICO, 7 agosto 2008 (IPS) – Degli oltre 30 milioni di persone che convivono con l’HIV, metà sono donne e la percentuale di contagio tra loro è in aumento, soprattutto nell’Africa subsahariana. Come se non bastasse, i gruppi per i diritti femminili affermano che le ineguaglianze di genere alimentano l’epidemia: è in corso una inconfutabile femminilizzazione dell’HIV.

Zofeen Ebrahim/IPS
Zofeen Ebrahim/IPS
A margine della diciassettesima Conferenza Internazionale sull’AIDS che si svolge a Città del Messico, Nazneen Damji, esperta di programmi sulla parità di genere e sull’HIV/AIDS presso il Fondo di sviluppo per le donne delle Nazioni Unite (UNIFEM, United Nations Development Fund for Women), spiega alla corrispondente dell’IPS Zofeen Ebrahim la difficile realtà che si cela dietro le crude statistiche sull’AIDS.
Ebrahim spiega che il numero di donne contagiate è in aumento, e molte portano anche il doppio fardello di prendersi cura dei malati e dei moribondi. Le vedove vengono cacciate via dalle proprie case e diseredate. Le ragazze – le più esposte al contagio – sono meno in grado di proteggersi, se non hanno voce e possibilità di accedere alle informazioni e ai servizi.
Le donne, specialmente quelle colpite dall’epidemia, non possono più essere lasciate fuori dalla formulazione delle politiche, dalla loro attuazione e dallo stanziamento di fondi, sostiene Ebrahim, e le politiche globali e nazionali non sono sensibili alla questione di genere la diffusione dell’HIV e dell’AIDS difficilmente diminuirà.
Alcuni passaggi dell’intervista:
IPS: Ha la sensazione che in questo forum sull’AIDS le questioni femminili e di genere siano oscurate dai discorsi sull’omosessualità maschile e l’omofobia?
Nazneen Damji: Mi pare che le questioni riguardanti le donne e i loro diritti non emergano molto. Ho la forte sensazione che di questi temi così importanti si parlerà poco, però la conferenza è iniziata da poco, aspettiamo di vedere. D’altra parte, considerato il contesto latinoamericano, non si possono ignorare neanche le questioni dell’omosessualità maschile e dell’omofobia.
C’è un dato da non sottovalutare, però: il novanta per cento delle donne sieropositive in Messico ha contratto l’infezione non per uso di droga iniettabile o per emotrasfusioni, ma attraverso rapporti eterosessuali. Come in ogni altra regione, anche qui le donne devono essere protette dal contagio tramite la possibilità di accedere all’informazione, agli esami clinici, alla consulenza medica e ad altri servizi sanitari. E in più devono essere messe in condizione di poter usare il preservativo. I preservativi vanno usati, per essere utili.
L’importante è garantire che la soluzione sia adattata ai diversi contesti di regioni diverse. In questo momento si tende a dare più risalto alle discriminazioni e all’omofobia.
E questo è importante, perché i governi devono prenderne atto e agire di conseguenza. Quelli che si sollevano sono problemi importanti… la risposta all’HIV e all’AIDS deve essere onnicomprensiva e prendere in considerazione le realtà di tutti i gruppi colpiti.
Non dobbiamo scegliere per forza di schierarci da una parte. La cosa più importante è colmare i vuoti che esistono tra le varie questioni.
IPS: Anche se i gruppi di donne non vogliono lasciar passare in secondo piano le questioni di genere, sono riusciti a sensibilizzare i governi? E questi ultimi stanno facendo abbastanza?
ND: Può darsi che non facciano abbastanza, ma si muovono nella direzione giusta e abbiamo l’esempio di paesi che promuovono attivamente l’integrazione delle pari opportunità di genere nelle politiche e nei programmi.
Prendiamo il caso della Nigeria. Il Piano d’Azione Nazionale per l’HIV/AIDS che hanno varato è molto attento alle questioni di genere. Hanno persino istituito un Comitato Tecnico di Genere a sostegno del progetto. E' fondamentale che queste strategie siano attuate, mediante progetti con adeguata copertura economica per fornire le risorse necessarie alle donne.
In questo, gli strumenti di pianificazione del bilancio che tengono conto delle differenze di genere offrono grandi potenzialità per l’applicazione nel contesto della programmazione sull’HIV e l’AIDS.
L’UNIFEM contribuisce a far aumentare l’interesse e le capacità complessive in più di trenta paesi, per quanto riguarda la pianificazione di bilancio attenta alle tematiche di genere.
Anche l’India ha inserito le strategie di genere nella sua Organizzazione Nazionale per il Controllo dell’AIDS (ONCA). In realtà, stanno lavorando per garantire che il genere e l’HIV/AIDS siano temi trasversali che attraversano vari settori. UNIFEM e altri partner dell’ONU si sono impegnati per sostenere questi sforzi.
IPS: I governi sono sinceri, nei loro sforzi?
ND: Sì, sono certa che siano sinceri. Però dev’esserci anche la capacità di attuare i progetti, e questo significa che il settore pubblico deve essere preparato adeguatamente. E bisogna dare più importanza al controllo dei progressi fatti.
IPS: In questa conferenza si parla molto della circoncisione maschile: c’è qualche relazione tra questa e il genere?
ND: Credo che tutte le questioni vadano affrontate in un’ottica di genere. È positivo che i nuovi risultati indichino una riduzione nel rischio di HIV e AIDS per gli uomini circoncisi, ma è meglio non avere un approccio unilaterale.
Un approccio onnicomprensivo alla prevenzione – che include la circoncisione maschile e gli sforzi di prevenzione per raggiungere tutte le donne – può contribuire a ridurre il contagio sia nelle donne sia negli uomini.
IPS: Che rapporto c’è tra la violenza sulle donne e l’HIV/AIDS?
ND: La violenza è un’ulteriore dimensione dell’HIV e dell’AIDS. La buona notizia è che, dopo la Conferenza Internazionale sull’AIDS di Toronto, si riconosce e si affronta sempre di più il modo in cui la violenza sulle donne e la paura di questa violenza alimenta la diffusione dell’HIV/AIDS.
Resta però da vedere come reagire e come far convergere queste intersezioni.
La violenza è sia una causa che un effetto dell’HIV e dell’AIDS. Ma è un ostacolo agli sforzi di prevenzione. Impedisce alle donne di sottoporsi ad esami e limita la possibilità di accedere alla prevenzione e alla cura. E in più impedisce loro di prendere decisioni informate sulla propria salute e sul proprio futuro. In molti casi, le vittime di violenza hanno paura o non sono in grado di imporre l’uso del preservativo.
IPS: Le politiche di genere sono integrate bene nei programmi nazionali sull’HIV/AIDS?
ND: Si cominciano a vedere risultati promettenti. Per esempio, i servizi per le donne cominciano a essere integrati nella risposta alle due pandemie gemelle.
In molti paesi, si sono istituti centri sanitari che curano le vittime di violenze e includono servizi di consulenza sull’HIV, esami clinici e assistenza legale.
Anche se ancora in numero limitato, possono diventare una fonte importante di educazione e cura per l’HIV. Si stanno sviluppando competenze e aumentano le collaborazioni tra gruppi di donne, organizzazioni per la lotta all’HIV/AIDS, vittime di violenza, donne affette da HIV e AIDS e altri partecipanti.
IPS: Qual è il ruolo dell’UNIFEM nel contrastare la violenza sulle donne in relazione all’HIV/AIDS?
La preoccupazione principale dell’UNIFEM è combattere la violenza sessuale. La forza delle sue strategie innovative si moltiplica grazie a campagne di sostegno e partnership con governi, gruppi di donne e altre branche del sistema ONU.
Il Fondo fiduciario dell’ONU per porre fine alla violenza sulle donne – gestito dall’UNIFEM – sostiene una serie di progetti formativi in Asia, Africa, America Latina e Caraibi per la prima iniziativa globale di formazione che affronti il nesso tra violenza sulle donne e HIV e AIDS.

