GINEVRA, 6 agosto 2008 (IPS) – Le misure di tutela per il sostentamento dei piccoli coltivatori in Africa e in altri paesi in via di sviluppo al posto de i sussidi per favorire gli interessi agricoli commerciali nei paesi ricchi. E' stato questo l'ostacolo insormontabile nei colloqui dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) che ha portato al fallimento del Doha Round la scorsa settimana.
Il Doha Round è crollato senza tante cerimonie martedì 29 luglio, nella nona giornata dell’incontro mini-ministeriale. Il colpo di grazia – il meccanismo di salvaguardia speciale (SSM) – riguardava il sostentamento dei piccoli agricoltori nel mondo in via di sviluppo.
Certo, le contrapposizioni nascevano anche da una serie di altri temi che dovevano ancora essere discussi nei dettagli, come i sussidi elargiti dagli Stati Uniti ai propri coltivatori di cotone, oltre a diverse altre questioni intorno ai negoziati sulle tariffe industriali.
Le divergenze d’opinione sul SSM non hanno creato contrasti solo tra gli USA, da una parte, e India e Cina dall’altra. Un centinaio di altri paesi non condivideva la serie di dati forniti dal direttore generale del WTO Pascal Lamy venerdì 25 luglio (nella quinta giornata di negoziati).
Domenica 27 luglio, questi paesi – il Gruppo dei 33 (che comprende 46 paesi); i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP); il gruppo dell’Africa; e le economie piccole e vulnerabili – hanno presentato cifre diverse.
I contrasti tra USA e India e Cina sono risaltati solo perché i negoziati interessavano soprattutto sette attori: USA, Unione europea (UE), Giappone, Australia, India, Brasile e Cina (anche noti come Gruppo dei Sette, o G7). Gli altri ministri scelti per partecipare a Ginevra erano stati esclusi dai negoziati su questo tema, e aspettavano fuori dalla porta. Per questo è sembrato che Cina e India fossero rimaste da sole a battersi contro il gigante statunitense.
Il SSM doveva essere applicato nel caso di un’impennata nelle importazioni dei prodotti agricoli. Per riuscire a proteggere da eventuali danni il settore agricolo nazionale, il SSM avrebbe permesso di applicare protezioni tariffarie straordinarie per contenere l’aumento delle importazioni.
Ma per il gruppo di paesi in via di sviluppo, il margine proposto da Lamy del 140 per cento sarebbe stato un limite preoccupante. Avrebbe significato che prima di poter invocare il SSM, le importazioni avrebbero dovuto registrare un aumento del 40 per cento rispetto ai tre anni precedenti.
I paesi in via di sviluppo chiedevano invece un limite del cinque o al massimo del 10 per cento nel possibile rialzo delle importazioni. Un aumento del 40 prima di poter prendere provvedimenti significa che potrebbe essere già troppo tardi, e l’impennata nelle importazioni potrebbe già aver messo fuori gioco i produttori nazionali. Ma gli USA e pochi altri paesi con interessi nelle esportazioni agricole sono stati irremovibili su questo punto.
Negli ultimi due giorni di colloqui, dal G7 sono emerse altre proposte possibili, che l’India avrebbe accettato, ma non gli Stati Uniti. Gli USA chiedevano un SSM debole, per essere certi che il Doha Round avrebbe assicurato loro l'accesso ai mercati agricoli dei PVS. Il vero scontro è stato dunque tra gli interessi commerciali dei paesi esportatori di prodotti agricoli, e il sostentamento degli agricoltori in Africa, Asia e altrove. Gli attriti sul terreno dell'SSM si sono rispecchiati in diversi altri settori. Gli interessi commerciali sono stati considerati più urgenti delle misure sollecitate dai PVS per limitare al minimo lo spettro della disoccupazione e della deindustrializzazione.
Se i colloqui non fossero caduti sul SSM, c’erano concrete possibilità che fallissero nei negoziati sull’accesso al mercato dei prodotti non agricoli (NAMA), o nel settore del cotone, dove il consenso non era nemmeno all’orizzonte.
E restava ancora da risolvere la questione dell’erosione delle preferenze. Nel caso di un’ulteriore liberalizzazione dei mercati globali, molti paesi africani ci avrebbero rimesso invece che guadagnarci, e questo per la dissoluzione delle attuali preferenze commerciali.
In definitiva, ogni richiesta dei paesi africani sul tema dello sviluppo è rimasta inascoltata. Mentre invece le proposte sul tavolo avrebbero garantito trattamenti speciali solo per USA e UE. Stati Uniti e Unione Europea sarebbero riusciti a mantenere tutte le loro sovvenzioni agricole, solo trasformandole in diverse categorie di sussidi. E avrebbero anche applicato una minore percentuale di tagli alle loro tariffe industriali – circa il 30 per cento -, mentre i tagli alle tariffe dei paesi in via di sviluppo sarebbero stati del 58 per cento. * L’analista Aileen Kwa è coordinatrice del programma commercio per lo sviluppo presso l’organizzazione intergovernativa South Centre.

