TOKYO, 2 luglio 2008 (IPS) – Centotrentatré parlamentari provenienti da 23 paesi si sono riuniti con alcuni importanti leader politici nel meeting del GLOBE (Global legislators for a balanced environment), il forum dei legislatori del G8+5 che precede il G8 di Hokkaido del 7-9 luglio. Obiettivo, convincere gli otto grandi – i paesi più industrializzati nel mondo – ad adottare politiche per fronteggiare il cambiamento climatico dopo il 2012, alla scadenza dell’attuale Protocollo di Kyoto.

Keya Acharya/IPS
Keya Acharya/IPS
Il Protocollo di Kyoto, firmato nel 1997, fissava l’obiettivo del 2012 per riportare ai livelli del 2000 le riduzioni certificate (certified emission reductions, CER) e consentiva ai paesi sviluppati l’acquisto di alcuni CER dai paesi in via di sviluppo.
Attualmente alle Nazioni Unite è in corso un acceso dibattito tra diversi schieramenti per trovare un accordo sulle politiche da adottare dopo il 2012 e per stabilire se i principali paesi in via di sviluppo, come India e Cina, debbano essere obbligati a rispettare i target di riduzione delle emissioni dopo il 2012.
Quanto al Giappone – che fatica a raggiungere i propri target di riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2012, nonostante sia dotato di tecnologie estremamente efficienti – il primo ministro Yasou Fukuda ha chiesto ai parlamentari riuniti nel forum un “buon” piano post-2012, riferendosi in particolare all’inclusione di India e Cina.
La comunità internazionale ha affrontato un aspro dibattito sul principio del trattamento “comune ma differenziato”, che stabilisce target differenziati di riduzione delle emissioni in base alle specificità di ciascun paese.
I paesi in via di sviluppo – guidati da India e Cina – si sono finora opposti ai target di riduzione, sostenendo che le responsabilità maggiori sono del mondo sviluppato.
Ma secondo Fukuda, “Non può esserci soluzione senza la partecipazione di tutti”.
“Potenzialmente, Cina e India inquinano l’aria più velocemente di qualsiasi altro paese nella storia”, ha detto il candidato repubblicano statunitense John McCain in un messaggio video al gruppo.
“In tutti i forum della comunità internazionale sul cambiamento climatico si è sempre rivolta un’attenzione eccessiva a India e Cina”, ha spiegato il deputato indiano Vijayendra Pal Singh, membro della Lok Sabha, la camera bassa del Parlamento indiano. “L’India emette ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di carbonio pro capite, la Cina emette 3,4 miliardi di tonnellate all’anno, mentre l’Europa 12 miliardi di tonnellate, e gli Usa 20 miliardi pro capite ogni anno”, ha affermato.
Secondo il parlamentare cinese Wang Guangtao, la Cina sta facendo del suo meglio per diventare un paese ad alta efficienza energetica, ma è sleale esercitare tutte queste pressioni per i target di riduzione, quando la causa principale del problema sono le emissioni dei paesi sviluppati. “Non possiamo concentrarci ingiustamente sulle emissioni dei paesi in via di sviluppo, né possiamo impegnarci su misure che vanno al di là delle nostre capacità; è sbagliato collegare commercio e cambiamento climatico”, ha sostenuto.
Ma gli Usa, che da sempre si oppongono a qualsiasi tentativo di ratifica del Protocollo di Kyoto, sembrano aver finalmente deciso di unirsi al movimento dei paesi intenzionati a mitigare gli effetti del cambiamento climatico globale.
”Dobbiamo occupare il nostro posto al tavolo dei leader, non dietro la porta di servizio”, si legge nella dichiarazione del candidato democratico Barack Obama presentata all’incontro. È una “responsabilità comune quella di limitare le emissioni future”, dichiara Obama.
Ma secondo l’ex primo ministro britannico Tony Blair – che oggi presiede il Climate Group, un gruppo non profit di leader politici e imprenditori – le nazioni devono superare i cavilli sulle emissioni, per andare verso una soluzione pratica provvisoria per i prossimi 30-40 anni
“Non bisogna fissarsi sui target, ma concentrarsi sull’efficienza energetica, cercando di reperire fondi per queste tecnologie e trovando dei meccanismi informali affinché i paesi possano dialogare tra loro”, ha detto Blair, pur ammettendo che senza un accordo tra i principali paesi responsabili delle emissioni non sarà possibile trovare alcuna soluzione.
Gareth Morgan, parlamentare del partito ufficiale d’opposizione del Sud Africa, ha detto a Blair che il suo paese ha urgente bisogno di denaro per dotarsi di tecnologie in grado di contenere la desertificazione e garantire la conseguente sicurezza alimentare e idrica.
Secondo il parlamentare indiano Singh, l’India avrebbe bisogno di fondi “nell’ordine di diversi milioni” per riuscire a sfruttare l’ampio potenziale di risorse solari del paese come metodo di efficienza energetica.
Blair ha concordato sul fatto che la vera sfida è quella di trovare i fondi per le nuove tecnologie destinate ai paesi in via di sviluppo – una sfida che va oltre il “modello di sviluppo per l’estero” dei negoziati. “L’ istinto mi dice che dovremmo cercare dei modi per produrre questo denaro, senza rivolgersi ai singoli ministeri delle finanze”, ha detto.
Graeme Wheeler, presidente della Banca Mondiale, segnala che la banca offre diversi fondi – il Fondo per le tecnologie pulite (Clean Technology Fund), il Fondo strategico per il clima (Strategic Climate Fund) e i Catastrophe Bonds (obbligazioni usate come copertura in caso di catastrofi naturali) – che sono “ottime opportunità” per dare una mano.
Il Fondo per le tecnologie pulite ha in cassa 5 miliardi di dollari per fornire prestiti e concessioni ai paesi in via di sviluppo che adottano tecnologie a basso tenore di carbonio, mentre il più modesto Fondo strategico per il clima si rivolge ai Piccoli stati insulari (SIDS) e ai paesi meno sviluppati (PMS) per aiutarli a sviluppare le proprie capacità di difesa di fronte al cambiamento climatico.
I Catastrophe Bonds vengono acquistati da investitori occidentali che li comprano a tassi d’interesse più alti, ma l’attrattiva, secondo Wheeler, è che si tratta di titoli diversificati, con minori rischi di perdita. Il denaro viene poi corrisposto ai governi in caso di disastri naturali. Attualmente, il Malawi ha un accordo con la Banca Mondiale in caso di disastri naturali.
“Ma la necessità di fondi per i problemi legati al cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo è semplicemente enorme, perciò molte soluzioni devono essere collegate a partnership private”, sostiene Wheeler.
Secondo il parlamentare indiano ed ex ministro dell’ambiente Suresh Prabhu, i fondi per l’adattamento dovrebbero arrivare a 86 miliardi di dollari entro il 2015. “L’adattamento, nei paesi poveri e in via di sviluppo, è figlio dell'industrializzazione, perciò le nazioni industrializzate devono assumersi le loro responsabilità”.
Secondo Prabhu, che ha guidato la strategia di adattamento del GLOBE – da presentare al G8 -, imporre una tassa sul commercio di carbonio in base al meccanismo di sviluppo pulito (Clean development mechanism) potrebbe contribuire a generare i fondi necessari.
Il GLOBE ha dichiarato che il quadro di riferimento per il cambiamento climatico 2012, elaborato dopo diverse discussioni, si “avvicina” al pieno consenso di tutti i partecipanti. “In quanto parlamentari, siamo noi a tenere i cordoni della borsa e vogliamo un feedback diretto”, ha detto a un gruppo di giornalisti il parlamentare canadese Brian Wilfert. “Il GLOBE ci dà il vantaggio di sollevare questioni che potrebbero non essere sull’agenda del G8”.
Wilfert ha dichiarato all’IPS che il Canada – che non è riuscito finora a mantenere gli impegni di riduzione delle emissioni previsti dal Protocollo di Kyoto anche per la prima fase che terminerà nel 2012 – adesso “sta tentando una politica ecologica molto aggressiva”. Il Canada, ha detto Wilfert durante il meeting, ha investito 2 miliardi di dollari in sistemi di cattura e stoccaggio del carbonio.

