DURBAN, 3 luglio 2008 (IPS) – Rifugiati e migranti non hanno un accesso adeguato ai servizi sanitari in Sud Africa, denunciano alcune organizzazioni umanitarie e Ong. E questo va soprattutto a discapito delle persone affette dall’Hiv e che hanno continuo bisogno di farmaci antiretrovirali (ARV): un’interruzione del trattamento può causare malattie, resistenza ai farmaci e persino la morte.

migranti sono a rischio elevato di Hiv/Aids e altre malattie, eppure si vedono negare le cure
Kristin Palitza/IPS
“Gli spostamenti comportano un rischio elevato per le persone con malattie croniche di non poter accedere alle medicine di cui hanno bisogno”, spiega il portavoce di Treatment Action Campaign (TAC) Nathan Geffen. “Ma finora (rifugiati e migranti) hanno ricevuto uno scarso sostegno da parte del Dipartimento nazionale della sanità”.
La regolarità è assolutamente cruciale per le persone sotto trattamento ARV, e un’interruzione delle cure può avere gravi conseguenze sulla salute e portare addirittura alla morte del paziente. “La sospensione della terapia può portare ad un aumento della carica virale e ad una diminuzione dei valori nella conta dei CD4 (che misura il numero di cellule T nell’organismo) per un periodo di tempo relativamente breve”, spiega Geffen.
Alcune Ong africane come TAC – un gruppo di pressione nazionale fondato nel 1998 dall’attivista Zackie Achmat, affetto da Hiv, che si batte per un migliore accesso alle cure ARV – hanno registrato alcuni casi di immigrati positivi all’Hiv che dopo aver cominciato una terapia personalizzata nel loro paese d’origine non hanno potuto portarla avanti perché gli ambulatori del Sud Africa rifiutavano loro le cure, illegalmente.
Sebbene dal 1988 i rifugiati abbiano lo stesso diritto di accedere ai servizi sanitari dei cittadini sudafricani, molti non possono esercitarlo. “Per legge i rifugiati hanno accesso ai servizi di cure sanitarie in Sud Africa, ma in realtà hanno difficoltà ad accedervi”, segnala Gloria Peutras, coordinatrice regionale per l’Hiv e la salute pubblica dell’ufficio dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).
L’Unhcr ha registrato casi di medici e infermiere di ambulatori nazionali che hanno rifiutato le cure ad alcuni pazienti stranieri perché non conoscevano la legge, spiega. “Il nostro staff ha riportato casi in cui alcuni operatori sanitari mostravano comportamenti xenofobi e preferivano prestare le terapie solo ai sudafricani”, riferisce Peutras.
Médécins Sans Frontières (MSF) ha riferito episodi analoghi: “Abbiamo constatato che i rifugiati non ricevevano cure adeguate negli ambulatori”, osserva il capo progetto di MSF Jonathan Whittall. “Abbiamo assistito a episodi di discriminazione contro alcuni pazienti stranieri da parte di cittadini sudafricani negli ambulatori, dove il personale di MSF deve spesso accompagnare personalmente i rifugiati per assicurarsi che ricevano attenzione medica”.
Eric, un rifugiato di 33 anni proveniente dal Burundi, conferma che i comportamenti xenofobi sono diffusi tra il personale sanitario sudafricano: “Veniamo trattati con disprezzo, ci dicono di aspettare in fondo alla coda o addirittura ci ignorano. E alla fine, molti di noi vengono rimandati a casa senza cure”.
Gli immigrati sono gli ultimi della lista in un sistema che funziona male anche per i cittadini sudafricani. Secondo TAC, circa mezzo milione di sudafricani positivi all’Hiv – che sono qualificati per le cure con una conta di CD4 inferiore a 200 – sono attualmente in lista d’attesa; il dipartimento della salute sudafricano parla invece di numeri inferiori, di circa 30mila pazienti.
I rifugiati che si sentono discriminati o che sono privi di documenti, che non hanno possibilità di trasporto o non dispongono di risorse finanziarie, potrebbero decidere di non rivolgersi ai servizi sanitari anche se ne avrebbero bisogno.
”Per paura di essere espulsi, molti rifugiati e immigrati illegali si nascondono, o scelgono di non ricorrere alle cure. Anche i rifugiati legalmente riconosciuti restano timorosi (delle autorità sudafricane)”, spiega Whittall.
Per questo MSF provvede ai servizi sanitari per i migranti, invece di aspettare che i migranti si presentino spontaneamente. L’organizzazione fornisce assistenza sanitaria primaria mobile a rifugiati e migranti nei campi o in altri alloggi. Si offre poi di curare gli immigrati illegali anonimamente così che possano chiedere aiuto senza temere di essere espulsi.
A peggiorare ulteriormente la situazione sanitaria di rifugiati e migranti c’è il fatto che devono spesso sopravvivere in condizioni di vita inadeguate – come sovraffolamento, scarsa alimentazione, ventilazione insufficiente, scarsa igiene e scarso accesso all’acqua pulita – che rappresentano seri rischi per la salute e li espongono a malattie come la tubercolosi, che ha un effetto particolarmente negativo sulla salute delle persone affette da Hiv.
“Oggi in Sud Africa, i diritti costituzionali dei rifugiati quanto a cure sanitarie, cibo e alloggio, sono compromessi. Migliaia di persone vivono affollate in spazi molto ristretti”, dice Geffen. Queste condizioni rappresentano una “enorme minaccia sanitaria” e rendono difficile contenere lo scoppio di epidemie, ha spiegato all’IPS: “C’è un altissimo rischio di tubercolosi e di altre malattie infettive”.
Un altro problema è che i rifugiati hanno scarso accesso all’informazione su Hiv e Aids sia nei loro paesi d’origine che in Sud Africa – come conseguenza di analfabetismo, mancanza d’accesso all’informazione e barriere linguistiche.
”In Sud Africa non sono disponibili informazioni mirate su Hiv e Aids in diverse lingue”, sostiene Whittall. “E lo scarso accesso ai profilattici espone ulteriormente i migranti alle infezioni da Hiv”.
Per di più, il conflitto compromette i sistemi educativi e i programmi sociali, privando bambini e adulti di un’educazione all’Hiv. “Chi vive in uno scenario di conflitto spesso resta isolato e non ha lo stesso grado di consapevolezza presente nelle popolazioni non colpite da conflitti”, osserva Susan Purdin, consulente tecnico sulla salute riproduttiva dell’International Rescue Committee (IRC), nel World Disaster Report 2008, pubblicato la settimana scorsa dalla Federazione internazionale delle Croci Rosse e delle Mezze Lune Rosse.
Questa scarsa conoscenza mette particolarmente a rischio le popolazioni che fuggono da aree a bassa incidenza verso aree ad alta incidenza di Hiv, come il Sud Africa.
Gli spostamenti aumentano poi la vulnerabilità all’Hiv, poiché rifugiati e migranti, soprattutto donne e ragazze, sono più esposte a stupri, violenza sessuale e abusi. La perdita di sostentamento – dice ancora il rapporto – può portare alcune donne ad intraprendere attività sessuali ad alto rischio, come la prostituzione.
MSF ha registrato negli ultimi mesi alcuni casi di aggressione e stupro di rifugiate che avevano appena attraversato il confine tra Zimbabwe e Sud Africa.
“Abbiamo conosciuto una giovane che è stata stuprata dopo aver passato il confine a Musina. Si era recata all’ambulatorio locale dopo la violenza, ma è stata mandata via. MSF l’ha ritrovata cinque giorni dopo, ma a quel punto era troppo tardi per una profilassi post-stupro”, racconta Whittall. Questa profilassi riduce il rischio di infezione da Hiv se somministrata entro 72 ora dall’esposizione al virus.
Le organizzazioni umanitarie sperano che il governo del Sud Africa metta presto in atto delle strategie per l’assistenza a rifugiati e migranti e per il loro accesso ai servizi sanitari. “Il primo passo che dovrebbe fare il governo è assicurarsi che tutti i rifugiati ottengano lo status legale e mettere fine alle espulsioni, così che (queste persone) possano cercare aiuto senza timore”, dice Whittall.
“Abbiamo anche bisogno di protocolli terapeutici standardizzati per l’intera regione della Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe, in modo da avere delle linee guida generali sulle terapie per i rifugiati adeguate ai programmi terapeutici nazionali del Sud Africa”, spiega ancora.

