Kagame si fa strada in un ‘clima di repressione’

KIGALI, 10 agosto 2010 (IPS) – Alla chiusura delle urne in Ruanda, dove il presidente Paul Kagame ha ottenuto una vittoria schiacciante, si teme che non tutti accetteranno questi risultati, tra denunce di brogli e repressioni.

Zack Baddorf/IPS Zack Baddorf/IPS

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Secondo i critici, le elezioni presidenziali di lunedì, dove secondo gli esiti preliminari divulgati oggi Kagame avrebbe ottenuto il 93 per cento dei voti, non sarebbero state né giuste né libere, visto che alcuni candidati dell’opposizione sono stati arrestati.

La TV panaraba Al Jazeera, citando l’organizzazione Amnesty International, ha denunciato un clima di repressione nel paese, riferendo che 30 periodici sarebbero stati banditi, mentre alcuni giornalisti e figure dell’opposizione avrebbero ricevuto intimidazioni.

La leader dell’opposizione Victoire Ingabire ha auspicato una nuova sollevazione popolare contro il presidente per protestare contro la repressione politica.

Ingabire, a capo del gruppo d’opposizione Forze democratiche unite, che ha rappresentanti in Europa, Usa e Canada, ha affermato che, se Kagame rifiuterà di rinunciare al potere, “la gente userà tutti i mezzi che ha a disposizione per costringerlo a farlo”.

Circa cinque milioni di ruandesi si sono presentati al voto, che si è svolto quasi senza incidenti. Ma secondo Ingabire, il Ruanda sta attraversando una “crisi”, e il paese non sarebbe in realtà interessato alle elezioni ma starebbe vivendo in un “clima di guerra”.

Kagame “vorrebbe restare, ma la popolazione vuole un cambiamento, e lui non accetta di perdere il potere”, ha detto. “Questo è il problema, e se non ci sono possibilità di un cambiamento pacifico… si possono usare altre vie per prendere il potere”.

Il genocidio del Ruanda, nel 1994, ha lasciato più di 800mila morti e centinaia di migliaia di donne vittime di stupro. Kagame ha guidato il paese da allora, prima attraverso un’amministrazione temporanea e poi come presidente eletto nel 2003, con le prime elezioni democratiche del paese.

Lo scorso gennaio, Ingabire è tornata dopo 16 anni di esilio in Olanda. Ad aprile è stata arrestata e accusata di collaborare con i gruppi armati, di negare il genocidio e di “separatismo”, accuse che lei smentisce.

È stata liberata a condizione che non si allontanasse da Kigali. Durante l’intervista rilasciata all’IPS dalla sua abitazione, tre soldati armati sorvegliavano l’edificio. La leader dell’opposizione ha affermato che le forze di sicurezza seguivano ogni suo spostamento.

Ingabire, di etnia hutu, avrebbe voluto candidarsi alla presidenza, ma non ha potuto registrare il suo partito. La leader ha denunciato un forte clima di repressione. Mentre milioni di ruandesi si recavano alle urne ieri, Ingabire ha dichiarato all’IPS che non avrebbe votato. “Non possiamo avere elezioni libere e giuste in Ruanda perché non c’è libertà, in ogni cosa c’è repressione”.

Tra i candidati, una sola donna: Alvera Mukabaramba, del Partito del progresso e della concordia (PPC). Ma secondo Ingabire, i ruandesi non hanno avuto una vera possibilità di scelta, visto che i tre candidati dell’opposizione erano solo “burattini” del presidente.

Il candidato del Partito liberale, Prosper Higiro, ha replicato definendo queste affermazioni “ridicole”. Higiro ha dichiarato che la sua forza politica, creata più di 19 anni fa, è “indipendente” e “autonoma”.

Intervistato nella sede centrale del partito, ha sottolineato che il suo gruppo “non ha relazioni” con nessuna corrente ufficiale. Ma il coordinatore della campagna elettorale ha rifiutato di rivelare le loro fonti di finanziamento.

Higiro ha assicurato che in Ruanda c’è un ambiente politico “libero”. “Va tutto bene, per me non ci sono problemi”, ha detto il candidato. “Nessun problema, non vedo nessuna tensione”, ha concluso. © IPS