Amman, 9 novembre 2009 (IPS) – Nel 1969 Leila Khaled è diventata un'icona della lotta palestinese. Aveva 24 anni quando prese parte al dirottamento di un Boeing 707 organizzato dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. La prima di una lunga serie di azioni di alto profilo mirate a dare spazio ai palestinesi sullo scenario politico mondiale.
Khaled faceva parte anche del gruppo che dirottò un volo TWA Roma – Atene nel 1969. Nel dirottamento non ci furono vittime, ma successivamente l'aereo fu fatto esplodere. L'anno successivo prese parte a un tentativo di dirottamento di un volo El Al, ma venne catturata e consegnata alla polizia britannica, dopo il dirottamento su Londra del volo proveniente da Amsterdam e diretto a New York. Khaled fu poi rilasciata in uno scambio di prigionieri.
Allontanata dalla sua casa di Haifa durante la creazione di Israele, l'”eroina della lotta armata “, come la definì il Time nel 1970, è ancora oggi è una delle principali leader della sinistra palestinese e strenua portavoce nella lotta incessante per l'affermazione dei diritti dei Palestinesi. IPS l'ha intervistata nella sua casa a Amman.
D: Potremmo iniziare dal Rapporto Goldstone sull'invasione di Gaza, e in particolare sulle ricadute politiche per il ruolo giocato dal Presidente dell'Autorità palestinese (AP), Mahmoud Abbas, nel rinviare il dibattito sul dossier a Ginevra.
Leila Khaled: Abbiamo già detto che è stato un errore politico. Un grave errore, non solo tattico. Abbiamo chiesto un'indagine completa. Chi diede l'ordine di rimandare il dibattito? Si tratta di un rapporto delle Nazioni Unite. Ci sono voluti mesi per completarlo. Avremmo dovuto accettarlo subito, perché è una denuncia dell'invasione e di tutto ciò che ne è derivato, al punto che Israele dovrebbe essere portato davanti al Tribunale Penale Internazionale per accusarne i criminali di guerra, sul piano politico o su quello militare.
D: In generale, cosa pensa dell'invasione di Gaza?
LK: Non è una novità, né tantomeno è la prima volta. Ma ora abbiamo la possibilità di far accusare i criminali di guerra.
D: Quanto al conflitto tra Fatah e Hamas, cosa pensa di ciò che è accaduto a Gaza nel 2007, e di quanto è accaduto da allora in Cisgiordania (sotto l’allora premier Salam) Fayyad e Abbas?
LK: La situazione è molto grave, perché i palestinesi sono ancora sotto l’occupazione. Il nostro popolo a Gaza è sotto assedio. A Ramallah, l'Autorità Palestinese è priva di (sovranità), sia nell'entroterra che sul confine. Ancora oggi gli Israeliani confiscano la terra, abbattono le case, arrestano la gente, in qualunque momento e in qualsiasi posto.
In termini politici, la divisione tra i palestinesi compromette la nostra capacità di affrontare tutte le sfide israeliane. Noi, ma non solo noi, stiamo chiedendo a gran voce una riconciliazione tra le due fazioni, perché la divisione non favorisce il nostro popolo. Al contrario, ha indebolito i palestinesi (rispetto a) Israele, così come, a livello internazionale, ha minato la solidarietà verso la tutela dei diritti umani dei palestinesi. Dunque possiamo definirla una catastrofe.
D: Pensa che l’elezione di Hamas nel 2006 l’abbia legittimata a governare, una legittimità contestata a Gaza da Abbas e (dall’alto ufficiale di Fatah) Mohammed Dahlan, oltre che dagli israeliani, nel loro intento di rovesciare l’organizzazione integralista? Ognuno accusa l’altro di tentato colpo di stato. Qual è il suo giudizio?
LK: Riteniamo che Hamas non abbia usato la propria legittimità nel modo giusto. Avevano ottenuto la maggioranza alle elezioni, ma non si sarebbero dovuti spingere a risolvere con le armi le loro contraddizioni con Fatah. Ciò non ha portato alcun beneficio ai palestinesi. Gaza è ancora sotto assedio, e nel frattempo, hanno lasciato che l’Autorità palestinese facesse ciò che voleva in Cisgiordania.
Avrebbero potuto dialogare, discutere di più, negoziare. Solo così dimostreremo di essere un popolo democratico. Storicamente, abbiamo sempre avuto idee e visioni diverse, ma non abbiamo mai cercato di risolverle con le armi. La principale contraddizione sta nell'occupazione, non in noi.
D: Il Generale americano Keith Dayton sta addestrando una forza di sicurezza palestinese apertamente schierata contro Hamas, ma anche contro il Fronte popolare (PFLP). Come interpreta la contraddizione di cui parla alla luce di questo?
LK: L’apparato costruito dal piano Dayton non serve a difendere il nostro popolo, bensì a impedirci di organizzare la resistenza. Ovvero, non si tratta solo di addestramento, ma anche di confronto diretto con le cellule della resistenza – di tutte le fazioni, non solo di Hamas. Nel frattempo, ogni giorno Israele entra nelle città, arrestando e uccidendo la popolazione. L’Autorità palestinese (dovrebbe) potenziare il sostegno a chi è già pronto per la resistenza, ma purtroppo questa è una delle maggiori contraddizioni palestinesi: l’AP, che sia o meno al governo, le forze di sicurezza o la polizia, sono create secondo la logica di Dayton, non a beneficio del nostro popolo.
D: Secondo lei come si sta delineando la prossima intifada? Con il muro che racchiude le comunità palestinesi, e le forze di sicurezza addestrate da Dayton, oggi molti in Cisgiordania pensano che la resistenza contro Israele sia compromessa. Si stanno forse creando i presupposti per un’intifada rivolta contro la stessa Autorità palestinese?
LK: L’intifada deve avere delle motivazioni ben precise e i tempi non sono ancora maturi per una terza intifada, che sia da parte palestinese o israeliana – c’è troppa pressione sul nostro popolo.
La gente si è resa conto di aver sacrificato moltissimo, con la prima e la seconda intifada: intere famiglie, case, bambini. Tutti si sono sacrificati, sia martiri che prigionieri. Oggi ci sono circa 11mila nostri prigionieri nelle carceri israeliane. Il che significa che sono coinvolte 11mila famiglie.
Credo che innanzitutto dobbiamo mettere fine alla separazione, solo così il nostro popolo sarà più forte. Lo abbiamo visto anche durante l’invasione di Gaza: le manifestazioni sono state fermate dalla polizia palestinese, non da quella israeliana. Comunque, secondo me non ci sarà una terza intifada nel breve termine.
D: Dove si collocano oggi la sinistra in generale e nello specifico il Fronte popolare in particolare, alla luce della divisione tra Hamas e Fatah? La sinistra sta vivendo uno dei momenti più negativi nella storia del movimento nazionale.
LK: Credo che gli accordi di Oslo siano stati un punto di svolta nella lotta palestinese. Una parte del nostro popolo, in Palestina, ha sostenuto i negoziati con Israele, ritenendo che avrebbero portato l’indipendenza, la creazione di uno stato. Gli anni sono passati senza portare nulla di tutto ciò, la gente ha capito che non ne avrebbe tratto nulla e così si è scatenata la seconda intifada.
Questi avvenimenti hanno colpito la sinistra, indebolita dalla sua scissione interna. Sono anni che tentiamo di unire la sinistra in un fronte unico; non come partito, ma come fronte con un programma (unico), e per la politica e per la resistenza.
Crediamo che se ce la faremo, avremo una terza via. I media parlano solo di Fatah e Hamas, ma la realtà è ben diversa; ciò mina l’intera situazione.
In particolare, il Fronte popolare ha sostenuto molte sfide. Il nostro Segretario generale, Abu Ali Mustafa, è stato assassinato; Ahmed Sa'adat è in carcere; molte nostre cellule sono state arrestate, molte sono state uccise dagli israeliani. Centinaia di cellule e membri del fronte sono in carcere, e questo indebolisce il Fronte popolare.
D: Nel 2003 parlai con il segretario generale Ahmed Sa'adat di questo tema. Mi disse che Israele usava l’intifada per puntare direttamente contro il Fronte Popolare, per segare le gambe all’organizzazione con arresti e uccisioni. Sia perché considerava il PFLP una minaccia storica, ma anche perché era uscito molto indebolito – sia a livello internazionale che locale – dalla situazione politica degli anni ‘90.
LK: Abu Ali Mustafa è stato assassinato perché aveva dichiarato subito che il PFLP doveva resistere e non scendere a compromessi, in tema di diritti del nostro popolo. Gli israeliani lo avevano capito bene: è stato il primo omicidio israeliano di una personalità del calibro politico di Abu Ali Mustafa. Israele sapeva bene che il Fronte avrebbe potuto resistere. E che ha un programma di resistenza, il che significa che non c’è margine per dei negoziati. Sapeva bene che assassinando il leader o mettendolo in prigione avrebbe indebolito il Fronte, e lo ha fatto. Ma noi possiamo rinascere; anche se abbiamo ancora molto da fare in questo senso.
In generale, comunque, la situazione non è favorevole alla resistenza; né ai palestinesi, ma soprattutto agli arabi. Ciò rende il tutto più fragile, non solo il Fronte popolare. D: Possiamo parlare degli sviluppi della lotta armata palestinese? Quali i limiti e quali le potenzialità, entro i confini del muro e del nuovo “ghetto”?
LK: Di solito la popolazione trova sempre il modo di resistere. Dopo il 1967, abbiamo iniziato i dirottamenti. Poi il nostro popolo ha usato le pietre come forma di resistenza; in seguito, gli attacchi suicidi, che adesso si sono fermati. Infine, da Gaza sono partiti i missili, perché gli israeliani se ne erano andati (e c’erano nuovi spazi); mentre in Cisgiordania la resistenza si è ammutolita.
Lei parla di “ghetti”. Sì, è vero, ora le nostre città sono dei ghetti. Circondate da insediamenti di guerra, cinte da mura, su tutte le porte delle città ci sono checkpoint.
Eppure, la gente troverà il modo di resistere. Modi che neppure io riesco a immaginare. Nessuno aveva pensato all’intifada con le pietre, né che le avrebbero lanciate anche i bambini. Ciò ha suscitato molte critiche contro Israele e più solidarietà verso i palestinesi.
In conclusione: dove c’è occupazione, ci sarà sempre resistenza. Ogni resistenza ha dei tempi e dei modi peculiari. Personalmente, credo che questa calma non durerà. Il mio popolo ha una lunga esperienza di lotta e non può accettare che la situazione continui così. Un giorno il mio popolo si ribellerà di nuovo. Non so come, ma lo farà. © IPS

