OSLO, 7 maggio 2009 (IPS) – Tagliare i ponti con Hamas! No al dialogo con Israele! Tenersi lontani dalla Birmania! In passato, molti hanno esortato a rompere i contatti con i regimi che non ci piacciono. Ma vale la pena ricordare le parole dell’ex ministro degli esteri israeliano Moshe Dayan, più un falco che una colomba: “Se vuoi la pace, non parlare con i tuoi amici. Parla con i nemici”.

Erik Solheim, ministro norvegese dell’ambiente e della cooperazione internazionale
IPS
Molti però sembrano non condividere le parole di Dayan, e pochi hanno un'idea realistica sull’effettiva utilità di chiudere i rapporti in situazioni di conflitto.
Il dialogo non è un obiettivo in sé. Lo scopo è limitare i conflitti e salvare vite umane, e dobbiamo sempre avere chiari quali sono i nostri valori fondamentali: il rispetto per gli individui, i diritti umani e la democrazia.
Per più di 20 anni, sono stato un difensore dei diritti umani e della democrazia in Birmania, nella speranza di vedere progressi in questi due campi. Ma sono sempre rimasto deluso. Alla fine di gennaio sono stato in Birmania, e ho potuto constatare quanto negli ultimi decenni il paese sia rimasto sospeso.
Dalla presa di potere della giunta militare nel 1988, la risposta dell’Occidente è sempre stata l’isolamento. Ma il regime non ha mai voluto attuare le necessarie riforme politiche ed economiche. È arrivato quindi il momento di cambiare prospettiva.
Isolare un paese non porta quasi mai a dei miglioramenti, e spesso crea grossi problemi alla sua popolazione. L’esperienza dimostra che lo sviluppo democratico è strettamente legato all’emergere della classe media. È la classe media che possiede le risorse per impegnarsi politicamente nella promozione della libertà d’espressione e di altri progressi sociali. Se un paese resta isolato dal resto del mondo, non vedrà emergere nessuna classe media, e sarà molto più difficile raggiungere lo sviluppo democratico.
Secondo il presidente di Timor Est, José Ramos-Horta, se l’Indonesia fosse rimasta isolata come lo è stata la Birmania, oggi sarebbe ancora una dittatura, e Timor Est non avrebbe ottenuto l’indipendenza nel 2002. Lo sviluppo democratico è stato strettamente connesso alla nascita di una classe media anche in Tailandia, in Corea del Sud e in molti altri paesi dell’Asia orientale.
A causa dell’isolamento, pochi birmani ricevono stimoli dal mondo esterno, e pochi sono coscienti di quanto il loro paese sia rimasto indietro rispetto ad altre nazioni vicine come Cina e Tailandia, sia dal punto di vista economico che tecnologico. Se i capi militari birmani avessero più opportunità di viaggiare all’estero, potrebbero forse far proprie le parole di Mikhail Gorbaciov: “Non possiamo andare avanti così per molto tempo ancora”.
Uno dei tratti distintivi della Norvegia oggi è che siamo aperti al dialogo con tutti. Abbiamo potuto parlare con Hamas; siamo stati tra i primi a stabilire un contatto con il governo di unità nazionale palestinese, e ad aver avuto un accesso privilegiato ai negoziati nel conflitto mediorientale. In Sri Lanka, siamo stati tra i pochi ad entrare in contatto con le Tigri Tamil, e con le autorità del paese. Abbiamo incontrato i maoisti del Nepal prima di chiunque altro. Adesso, i maoisti hanno rappresentanti nell’assemblea nazionale e il primo ministro è un membro del loro partito. Abbiamo parlato con la guerriglia comunista nelle Filippine, e stretto contatti con i gruppi ribelli in Burundi e Sudan. Quando le fazioni in guerra in uno Zimbabwe devastato dal conflitto hanno deciso di istituire un governo di unità nazionale, abbiamo avviato un dialogo con tutte le parti.
Il fatto che abbiamo contatti con regimi e gruppi armati non significa che accettiamo il loro punto di vista, ma soltanto che siamo aperti alla possibilità di dialogo.
L’anno scorso la Birmania è stata colpita dal devastante ciclone Nargis. L’arrivo tempestivo degli aiuti di emergenza ha dimostrato l’efficacia di soccorsi vitali per la popolazione del paese. In quell’occasione, le Nazioni Unite e le Ong hanno fatto un ottimo lavoro, e chi ha partecipato agli aiuti ha definito la situazione “uno spazio umanitario”. La Norvegia, insieme ad altri paesi occidentali e asiatici, ha contribuito a colmare questo spazio, che si è aperto dopo che il segretario generale dell’Onu e il regime birmano hanno stabilito un dialogo.
Oggi, la Birmania deve affrontare sfide importanti a causa della crisi finanziaria. Il regime militare sta pianificando le elezioni, che sicuramente non saranno né libere né trasparenti. Aung San Suu Kyi è ancora agli arresti domiciliari. Purtroppo, ci sono poche speranze di raggiungere un progresso democratico nell’immediato futuro. Ma dobbiamo adottare una prospettiva storica, di ampio respiro, certi che il dialogo e l’apertura si riveleranno più efficaci dell’isolamento.

