GINEVRA, 17 aprile 2009 (IPS) – Mentre la crisi continua a sconvolgere l’economia, gli effetti sul commercio internazionale sono sempre più gravi. L’Unctad stima che le esportazioni di merci dai paesi in via di sviluppo potrebbero crollare del 15,5% quest’anno. A livello regionale, si prevede un calo del 16,8% in Asia, del 12,5% in Africa, e del 10% in America Latina.

Supachai Panitchpakdi, segretario generale della Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad).
IPS/Unctad
Anche l’occupazione subirà un forte impatto. Su circa 51 milioni di persone che quest’anno rischiano il posto di lavoro, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), 22 milioni saranno donne. I settori inizialmente più colpiti dalla crisi, come la finanza, le assicurazioni, il mercato immobiliare e il settore manifatturiero sono sempre stati dominati prevalentemente dagli uomini. Ma ora la crisi comincia a diffondersi nel settore dei servizi, dove in molti paesi c’è una prevalenza di lavoratrici donne.
La diffusa emarginazione delle donne nella sfera sociale, economica e politica significa che saranno loro a sostenere il peso maggiore delle difficoltà. Hanno ancora un minore accesso all’educazione e ad altri servizi sociali, un lavoro meno assicurato, stipendi più bassi e una insufficiente rappresentatività politica. Questa situazione non solo è moralmente inaccettabile, ma è anche un ostacolo allo sviluppo economico. Le donne contribuiscono in modo significativo all’economia, ad una migliore governance, oltre che alle loro comunità e nuclei familiari. Discriminazione ed emarginazione ostacolano però questo contributo, danneggiando la società. Come le disuguaglianze di reddito, la discriminazione di genere tende a fermare crescita e sviluppo paralizzando parte del nostro capitale umano.
È però ampiamente dimostrato che dare maggiori opportunità alle donne comporta dei miglioramenti nella riduzione della povertà e nella crescita economica. Alcuni studi hanno in effetti dimostrato che le donne tendono a spendere una parte maggiore del loro reddito nell’educazione dei figli e in altri obiettivi dello sviluppo umano, rispetto agli uomini. È quindi tempo che la parità di genere venga ampiamente incorporata nelle politiche per lo sviluppo.
La politica commerciale influisce sull’uguaglianza di genere in due modi in particolare. Primo, il commercio tende ad avere forti effetti redistributivi, favorendo alcuni settori e gruppi sociali a discapito di altri. E visto che le attività economiche e sociali differiscono secondo il sesso, gli effetti redistributivi influiranno in modo diverso sul genere. Le usanze socio-culturali di un paese possono limitare la mobilità delle donne, e anche determinare le tipologie di lavoro considerate più appropriate per le donne. Prendiamo ad esempio l’industria tessile in molti paesi in via di sviluppo, dove più dell’80% dei lavoratori è costituito da donne: le misure commerciali che determinano l’espansione o la contrazione del settore avranno un forte impatto sulla loro occupazione.
Alcune prove suggeriscono che, in sostanza, il commercio avrebbe favorito le donne. È il caso soprattutto di alcune economie in via di sviluppo a rapida crescita. Qui, le donne sono attive in alcuni dei principali settori dell’esportazione, come il tessile e l’elettronica, e la liberalizzazione degli scambi e l’integrazione regionale hanno portato ad un aumento delle opportunità di lavoro per le donne. Riuscire a guadagnare denaro è un enorme vantaggio, che conferisce empowerment alle donne sia dentro che fuori l’ambito familiare.
Ma ci sono anche altri casi documentati in cui le donne sono penalizzate dal commercio. La liberalizzazione agricola ha spesso comportato l’impossibilità di competere sui mercati internazionali per i piccoli agricoltori (di cui la maggior parte sono donne), che sono quindi costretti a svolgere attività di sussistenza. In altri casi, le donne impiegate nei settori che competono con le importazioni e nelle piccole imprese non riescono a fare concorrenza alle merci straniere, e perdono il lavoro.
Le politiche commerciali possono recare svantaggio alle donne anche in un altro modo. La teoria che sta alla base della liberalizzazione degli scambi è che i lavoratori esclusi dai settori che competono con le importazioni possono essere reimpiegati nei settori dell’esportazione in espansione o beneficiare di altre nuove opportunità. In pratica, però, chi non è in grado di adattarsi rischia di finire in una situazione peggiore. Purtroppo, l’adattamento spesso rappresenta un problema soprattutto per le donne, a causa dei loro svantaggi relativi in termini di educazione, controllo delle risorse, accesso al credito, nuove tecnologie, formazione, e reti di marketing. Il problema è spesso più evidente nei paesi in via di sviluppo, dove le differenze uomo-donna possono essere maggiori, e dove la scarsa efficienza delle istituzioni statali, delle reti di sicurezza e delle politiche di indennità può rendere più difficile un adeguamento.
Data la complicata relazione tra politiche commerciali e parità di genere, serve più ricerca sul tema, e una maggiore sensibilità tra i responsabili delle politiche. Questi potrebbero valutare elementi legati alla questione di genere nel delineare le politiche sul commercio, per comprendere meglio le implicazioni sulle donne e sulla parità di genere. Valutazioni di questo tipo possono aiutare i governi a stabilire migliori politiche complementari per ridurre l’impatto negativo delle politiche commerciali sulle donne, e ad identificare le misure necessarie perché possano avvantaggiarsi dal commercio. Prendere in considerazione la questione femminile potrebbe essere necessario anche nel contesto dell’attuale crisi finanziaria globale, e dei pacchetti di stimolo ideati per fronteggiarla. Il lavoro femminile ha alimentato in larga misura la crescita commerciale precedente alla crisi. Per questo, le donne saranno le prime a subire le conseguenze della crisi commerciale, dei licenziamenti, e del rimpatrio dei lavoratori migranti.
Ma questo non significa che non esistano delle risposte. Possiamo prendere in considerazione la questione di genere nel formulare i pacchetti di stimolo e le misure di protezione sociale; estendere il microcredito, che di fatto influisce sul sistema delle piccole e medie imprese, gestite soprattutto dalle donne nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo. Dovremmo poi creare un ambiente più favorevole agli scambi, anche attraverso migliori finanziamenti per il commercio. E considerare il possibile ricorso a misure statali per le priorità strategiche di sviluppo nazionale, come il sostegno alle imprese gestite da donne.

