ARCATA, CALIFORNIA, 16 aprile 2009 (IPS) – In una crisi economica di forti perdite e deboli soluzioni, poche parole in voga hanno viaggiato tanto e tanto velocemente dai margini al mainstream quanto il termine “green jobs”, i lavori verdi.

Mark Sommer, opinionista e direttore del programma A World of Possibilities. www.aworldofpossibilities.org
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Solo fino a cinque anni fa, l’attivista per i diritti civili Van Jones lavorava su temi legati alla delinquenza giovanile a Oakland, California. Cominciò a utilizzare il termine “lavori verdi” lanciando una proposta che affrontasse al tempo stesso due problemi diversi: povertà e cambiamento climatico.
L’idea di Jones prevedeva l’impiego di giovani disoccupati dei quartieri poveri nella piantagione di alberi, nell’installazione di strutture di isolamento termico e di pannelli solari, e nello smaltimento dei rifiuti tossici: i cosiddetti “lavori verdi”, o ecolavori.
Il mantra dei “lavori verdi” è diventato ormai una costante nei discorsi del presidente Usa Barack Obama e, di recente, il primo ministro britannico Gordon Brown ha lanciato un appello per la creazione di milioni di “green jobs” in Gran Bretagna. Nel frattempo, il ‘pacchetto di stimolo’ statunitense assegna 500 milioni di dollari per la creazione di migliaia di “colletti verdi”. E la Casa Bianca ha annunciato all’inizio di marzo la nomina di Jones come consulente speciale in materia di “lavori verdi, impresa e innovazione”.
Pur essendo tra i suoi più eloquenti sostenitori, per Jones l’idea di combinare rinnovamento ambientale urbano e sradicamento della povertà risale a più di dieci anni fa, agli esperimenti su larga scala realizzati sia a livello statale che federale.
Due programmi lanciati all’inizio degli anni ’90 a Chicago hanno prosperato con analoghe finalità: Greencorps, patrocinato dall’amministrazione comunale, offre formazione nel settore ortofrutticolo, materiali e occupazione per i giovani dei quartieri poveri, mentre Growing Home, un’organizzazione no-profit, gestisce una rete di aziende agricole per famiglie a basso reddito.
Majora Carter, una giovane attivista cresciuta nello squallore industriale del South Bronk di New York, è riuscita a riscattarsi diplomandosi in una scuola d’arte, anche se poi è stata costretta a tornare alle sue radici. Un giorno, mentre portava a passeggio il suo cane, ha scoperto che dietro ad un edificio in rovina c’era ancora il fiume Bronx.
Con incredibile forza e determinazione, ha quindi fondato il Sustainable South Bronx: insieme ad un gruppo di attivisti del quartiere è riuscita a creare un parco di oltre mezzo ettaro, l’Hunts Point Riverside Park, il primo di ciò che sperano diventerà una vasta area verde lungo il fiume.
Questo ed altri progetti pilota offrono ciò che gli analisti chiamano la “prova di fattibilità” per una strategia che, se applicata su larga scala, non solo potrebbe trasformare i quartieri con abitanti a basso reddito, ma l’intera economia statunitense. Ma passare da questa strategia ai grandi progetti a livello nazionale o internazionale è un altro discorso.
La proposta di Van Jones è semplice ed elegante: “Colleghiamo le persone che hanno più bisogno di un lavoro con i lavori più necessari”. Ma la sua applicazione è piena di complicazioni. In un’economia in recessione, che ha lasciato milioni di professionisti specializzati senza lavoro, chiedere di spendere fondi preziosi per promuovere l’occupazione di giovani cronicamente disoccupati e inesperti può sembrare un’impresa assai ardua.
Ma Jones non si lascia scoraggiare da ostacoli di questo tipo. “Per questo mi piace il termine ‘lavori verdi’: serve ad aprire il dibattito”, dice.
Per quanto efficace possa essere la proposta per alleviare al tempo stesso povertà e inquinamento, bisogna cercare di ottimizzare entrambi gli obiettivi in una sola iniziativa politica.
Jones mette a confronto la creazione di una serie di progetti di economia verde che includa gli emarginati cronici con la costruzione, decenni fa, di un sistema di strade statali e con Internet. È vero che quelle erano innovazioni che hanno favorito cambiamenti nel sistema. Ma allora non venivano presentate come iniziative di giustizia sociale e ambientale, ma come strategie per la sicurezza nazionale, un argomento sicuramente vincente, anche se i veri benefici erano in realtà diversi.
A un livello più profondo, Van Jones insiste che come l’economia, se l’ambiente non è un tema per tutti, per i ricchi quanto per i poveri, allora non solo sarebbe un fallimento sociale, ma rischierebbe anche di alimentare rabbia e amarezza nei quartieri urbani più degradati, con conseguenze fatali per la sicurezza cittadina, come già avviene in altri paesi.
“Qualcuno dice che non possiamo permetterci la creazione di lavori verdi, ma io dico che non possiamo permetterci di non farlo”, sostiene Jones.

