RAMALLAH, 7 gennaio 2009 (IPS) – Almeno 42 palestinesi rifugiati in una scuola delle Nazioni Unite nel campo profughi di Jabaliya vicino Gaza sono stati uccisi martedì, in seguito all’esplosione di due granate anticarro israeliane all’esterno dell’edificio.
Nel tentativo di sfuggire ai bombardamenti, centinaia di palestinesi terrorizzati avevano trovato riparo nella scuola, sperando che un edificio segnalato dall’ONU non sarebbe stato preso di mira. Ma fonti palestinesi riferiscono che la scuola è stato uno dei 26 edifici residenziali colpiti martedì. Anche un altro complesso delle Nazioni Unite, la scuola Ash-Shouka di Rafah, a sud della Striscia di Gaza, era stato bombardato lunedì notte.
L’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha spiegato che prima degli attacchi aveva comunicato alle autorità israeliane le coordinate GPS di tutte le sue strutture a Gaza, comprese le scuole. L’organizzazione ha chiesto spiegazioni ad Israele, sollecitando l’avvio di un’indagine.
“Non esiste nessun luogo sicuro a Gaza. Sono tutti terrorizzati e traumatizzati”, ha commentato John Ging, responsabile ONU a Gaza, accusando la comunità internazionale di non essere in grado di fermare il protrarsi delle violenze.
“Invito i leader politici locali, della regione e mondiali a coordinarsi per mettere fine a tutto questo”, ha annunciato Ging in un incontro presso il principale ospedale di Gaza. “Sono responsabili di questi morti”. Sempre martedì, altri 13 palestinesi sono rimasti uccisi nel sobborgo di Zeitoun di Gaza city, nel crollo del loro condominio preso di mira dai bombardamenti; e almeno 30 palestinesi sarebbero morti nei raid lanciati da una nave da guerra israeliana contro Deir Al-Balah, Striscia di Gaza centrale, e contro il campo profughi di Al-Brej, vicino alla città.
Questi ultimi attacchi hanno portato a 600 il bilancio delle vittime palestinesi, dopo 11 giorni dal lancio dell’Operazione israeliana Cast Lead (“Piombo fuso”).
Intanto, il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), che ha denunciato una “crisi umanitaria totale” a Gaza, starebbe indagando sulla notizia che un centro ambulanze della Croce Rossa palestinese nel campo profughi di Jabaliya sarebbe stato preso di mira lunedì notte. Il CICR ha riferito che in un precedente attacco venerdì scorso, due medici di ambulanza della Croce Rossa palestinese segnalati dall’ONU erano stati colpiti dal fuoco delle Forze di difesa israeliane (IDF) mentre evacuavano i morti e i feriti di un precedente attacco israeliano.
I paramedici indossavano giubbotti fosforescenti e le loro ambulanze avevano luci lampeggianti visibili a notevole distanza.
“Non ho dubbi che uno dei missili fosse diretto contro di noi. Non so per certo se volesse ucciderci o solo avvertirci di stare lontano, ma era sicuramente rivolto nella nostra direzione”, ha riferito l’autista dell’ambulanza palestinese Khaled Abu Saada.
Sammy Hassan, portavoce dell’ospedale di Shifa, ha riferito che la scorsa settimana quattro componenti dello staff dell’ambulanza sarebbero stati uccisi negli attacchi israeliani. “Uno era dottore e gli altri tre paramedici. Siamo molto preoccupati per il nostro personale delle ambulanze”, ha detto Hassan all’IPS. Israele ha riferito martedì di aver ucciso Ayman Siam, capo dell’unità missilistica e comandante delle forze d’artiglieria di Hamas, in un attacco aereo contro Jabaliya.
Mentre Israele continua a colpire senza sosta Gaza, le truppe israeliane hanno anche arrestato alcuni civili palestinesi a Gaza sospettati di coinvolgimento nei movimenti di resistenza. Il reporter di una rete TV israeliana ha riferito che ben un centinaio di palestinesi sarebbero stati rapiti e portati oltreconfine per essere interrogati.
Nel frattempo, la situazione al confine settentrionale di Israele con il Libano resta tesa, dopo la dichiarazione dello stato di allerta da parte dell’organizzazione di resistenza sciita Hezbollah. Il gruppo dice di temere che Israele utilizzi il pretesto della guerra a sud per lanciare un attacco contro il Libano. Israele ha spostato le proprie truppe verso nord per rafforzare il confine, in caso di un possibile attacco di Hezbollah contro Israele.
Israele continua a rifiutare ai media stranieri di entrare a Gaza per dare informazioni sulla guerra. Dopo il ricorso presentato dall’Associazione della stampa estera (FPA) alla Corte Suprema israeliana, il 1° gennaio il governo d’Israele ha dichiarato che avrebbe consentito ad un piccolo gruppo di otto giornalisti di entrare a Gaza all’apertura di un varco. Sarebbero dovuti passare per i controlli della sicurezza, e sarebbero stati embedded alle IDF. Due delle otto persone sarebbero state scelte da Israele, e gli altri a caso. Il varco è stato poi aperto per permettere a diverse centinaia di persone con passaporto straniero di lasciare Gaza, ma a nessun giornalista straniero è stato consentito l’accesso, nonostante la sentenza della Corte.
Alcuni giornalisti stranieri erano però riusciti ad entrare nel territorio costiero dopo una breve apertura delle frontiere di Gaza all’inizio di dicembre. I confini erano rimasti chiusi per quasi tutto il mese di novembre.
I giornalisti si sono rifiutati di lasciare il paese, nonostante l’avvertimento ricevuto dalle IDF che non sarebbero più potuti ripartire e la loro sicurezza sarebbe stata compromessa.
John Ging dell’UNRWA, dall’Ospedale di Shifa a Gaza, ha dichiarato di essere stato costretto a riportare ciò che stava succedendo a Gaza, “visto che a Gaza non c’è nessun giornalista straniero per riferire i fatti”.
Nel corso di precedenti operazioni militari, ai giornalisti veniva normalmente concesso di entrare a Gaza individualmente senza nessun controllo di sicurezza, anche se le frontiere erano chiuse.
Secondo i media palestinesi, il giornalista palestinese Khader Shahin della World TV iraniana sarebbe stato arrestato martedì a Gerusalemme, e attualmente sarebbe indagato per aver diffuso “segreti di stato”. Dall’inizio dell’Operazione Piombo Fuso, l’esercito israeliano sembra aver intensificato le attività di monitoraggio dei media internazionali, arabi ed ebrei. Appare incerta la possibilità di un cessate il fuoco. Martedì, il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha respinto la richiesta dell’Unione europea di un cessate il fuoco di 48 ore, sostenendo che Hamas potrebbe approfittare della tregua per continuare a lanciare razzi contro Israele.

