RAMALLAH, West Bank, 7 novembre 2008 (IPS) – Barack Obama arriva alla Casa Bianca nel momento in cui si registra un aumento drammatico dei gruppi estremisti dall’invasione americana dell’Iraq nel 2003, nonostante la resistenza delle forze occidentali nella regione. La stessa “guerra al terrore” guidata dagli USA è diventata oggi una minaccia per la pace.
Una combinazione di regimi arabi dispotici appoggiati dall’Occidente, neocolonialismo, intolleranza religiosa, stagnazione economica, scontro di culture e di ideologie religiose, oltre ad una politica estera americana sbilanciata in favore di Israele, ha contribuito a peggiorare la situazione.
E nella prospettiva di un possibile attacco contro l’Iran, il futuro imminente appare ancora più minaccioso. Ma ci sono ancora motivi di speranza, secondo alcuni analisti sia israeliani che palestinesi.
“È ancora possibile recuperare le relazioni tra Stati Uniti e Medio Oriente, ma per questo sarà necessario un cambiamento di fondo nell’atteggiamento dell’amministrazione USA verso gli arabi e i musulmani”, ha assicurato all’IPS dal suo ufficio a Gaza Ahmed Yousef, consulente politico del leader di Hamas Ismail Haniyeh.
Ma l’israeliano Moshe Maoz, professore emerito di studi islamici e mediorientali all’Università Ebraica di Gerusalemme e membro dell’Istituto di Ricerca Harry S.Truman per la Promozione della Pace, ha detto all’IPS che “gli stessi governi arabi e i leader estremisti islamici devono fare molta autoanalisi e mettere tutto il loro impegno, se vogliamo avere ancora qualche speranza di sbloccare la situazione politica”.
Diversi anni fa, dopo un momento particolarmente critico di morte e distruzione in Iraq, il Middle East Policy Council (MEPC), istituto di ricerca americano per il Medio Oriente, ha organizzato una conferenza su cosa fosse andato storto tra Occidente e mondo musulmano, e perché.
Secondo Milton Viorst, autore di “Storm from the East” e esperto della regione, assistiamo a un vero e proprio scontro di civiltà nella regione.
“Sono convinto del fatto che ci troviamo di fronte a due civiltà diverse che dobbiamo capire, e credo anche che la guerra in Iraq sia soltanto l’ultima espressione di un conflitto che risale ai tempi del profeta Muhammad, circa 1400 anni fa. Né la civiltà cristiana né quella musulmana sono necessariamente superiori, ma entrambe sono profondamente diverse”.
I sanguinosi massacri delle crociate cristiane, sin dalla prima spedizione nell’undicesimo secolo, portarono allo scontro con l’Impero ottomano, terminato solo all’inizio del ventesimo secolo.
“Gran Bretagna e Francia, i due grandi poteri imperiali, presero le proprie decisioni perché l’Impero ottomano intralciava la loro conquista della regione. E quando infine gli Ottomani caddero, nella Prima guerra mondiale, l’intera regione tornò ad aprirsi all’Occidente cristiano”, spiega Viorst.
Secondo Shibley Telhami, dell’Università del Maryland e membro del Brookings Institute, gli scontri di civiltà ci sono sempre stati nella storia, ma questo non spiega gli scontri come quello tra musulmani moderati e estremisti in Medio Oriente.
“Durante la seconda guerra del Libano (con Israele, nel 2006), la maggioranza della popolazione araba simpatizzava per Hezbollah, anche se il governo libanese è filo-occidentale”, ha spiegato Shibley.
Anthony Cordesman, del Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington, sostiene che “la battaglia è religiosa, culturale, intellettuale, politica e ideologica, ma non militare, né mossa da valori secolari. Perciò, la vera guerra al terrorismo può essere vinta solo in parte in Islam, e su un piano religioso e ideologico”.
In Medio Oriente, molti gruppi poveri e disillusi sono attratti dall’estremismo religioso, una risposta a ciò che vedono come un futuro limitato e ad una mancanza di speranza personale.
Inoltre, per molti arabi l'attuale strategia della forza militare americana è controproducente, se l’obiettivo è quello di conquistare i cuori e le menti della maggioranza degli arabi e dei musulmani moderati nei paesi arabi.
”La memoria del colonialismo è ancora molto viva, e c’è troppa rabbia per il legame degli Stati Uniti con Israele perché le forze occidentali possano avere successo”, afferma Cordesman. “Gli americani devono capire che possono soltanto usare la loro influenza e le loro capacità militari e di azione antiterroristica, se vogliono cambiare la loro immagine agli occhi del mondo islamico”. ”Questo è il punto”, sostiene Yousef. “Arabi e musulmani ne hanno abbastanza dell’approccio unilaterale dell’America rispetto al conflitto israelo-palestinese. Ha provocato un forte risentimento e una grande amarezza. Se questo conflitto si risolverà, avrà un effetto domino sulla pace in tutta la regione”, ha detto all’IPS.
Cordesman ritiene che per cambiare l’immagine degli Stati Uniti sarà necessario un impegno per promuovere riforme autentiche, e non solo false promesse. Creazione di posti di lavoro, consolidamento dell’economia, rispetto dei diritti umani e miglioramento dell’istruzione, è questo ciò che serve.
Moaz ha spiegato all’IPS che per sconfiggere davvero terrorismo e fondamentalismo, è anche necessario che i governi arabi corrotti lavorino per stabilire la democrazia e per una più equa distribuzione della ricchezza, lontano dai gruppi e dalle élite al potere, visto che la maggioranza degli arabi è più preoccupata dei problemi quotidiani di sopravvivenza, più che delle apprensioni occidentali per i diritti umani.
Ma a suo parere sarebbe controproducente forzare elezioni democratiche premature, prima che queste società abbiano consolidato sistemi politici con solidi meccanismi di controllo ed equilibrio di poteri per contrastare la demagogia politica. ”È un circolo vizioso. Come si possono istituire governi democratici e liberi, se un Occidente miope punta solo ai propri interessi geopolitici ed economici a breve termine, che comportano il sostegno a regimi dispotici e dittatoriali, almeno finché questi si dichiarano filo-occidentali”.
Secondo Shibley, il problema è che né i governi arabi non eletti né i loro benefattori occidentali si preoccupano particolarmente dell’opinione pubblica e dei suoi bisogni, finché i loro interessi vengono serviti.
Ma nonostante l’amarezza nei confronti dell’America, qualche buona intenzione resiste. Yousef, che ha vissuto per anni negli Stati Uniti, spiega di essere cresciuto insieme ai movimenti islamici negli anni ’60 e ’70, e che erano grandi ammiratori degli USA.
”Rispettavamo la tecnologia e le tradizioni di democrazia e diritti umani. Eravamo tutti con l’America nel combattere i comunisti, e i Mujahideen, in Afghanistan. ”Non odiamo il popolo americano e non proviamo simpatia per i criminali responsabili dei fatti dell’11 settembre. Ma queste persone riceveranno sempre più sostegno dagli elementi estremisti, se gli Stati Uniti continueranno a essere così di parte, e a mostrare ciò che appare come un’agenda chiaramente anti-islamica e anti-araba”.

