PAKISTAN: Libero accesso ai media per i talebani

PESHAWAR, 4 settembre 2008 (IPS) – I gruppi talebani nella Provincia della Frontiera del Nord Ovest (NWFP) e nelle aree tribali sono stati dichiarati fuorilegge, e i loro resoconti congelati dal governo del Pakistan. Ma questo non ha minimamente scalfito la loro presenza sui media.

Ashfaq Yusufzai/IPS Ashfaq Yusufzai/IPS

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Ashfaq Yusufzai/IPS

I rappresentanti dei talebani hanno regolari contatti con i principali media in lingua urdu che gli concedono spazi gratuiti. In seguito al divieto imposto il 25 agosto, il portavoce del movimento Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) Mohammad Omar ha telefonato ai giornalisti per comunicare che la decisione del governo non avrebbe danneggiato i loro interessi, ma piuttosto li avrebbe rafforzati.

“Non abbiamo nessun conto bancario. Abbiamo tutto, ma nessun conto corrente”, ha detto Omar all’IPS da una località segreta.

Asma Jahangir, avvocato di spicco e presidentessa della Commissione indipendente del Pakistan per i diritti umani (HRCP), accusa i media di reggere il gioco ai talebani.

“Le immagini dei militanti sui giornali e sui media elettronici trasmettono messaggi terrificanti alla società”, ha commentato Jahangir in un’intervista telefonica da Lahore. “I talebani, che stanno facendo stragi di civili con i loro attentati mirati, acquisiscono forza grazie alla copertura mediatica”.

I talebani eseguono assalti e attacchi suicidi, e fanno presto a rivendicare sui media la loro responsabilità nella morte di persone innocenti, ha affermato Jahangir. I media dovrebbero mettere in luce le violazioni dei diritti umani commesse dai talebani, sottolinea.

“Deplorevole è il silenzio del governo sul genocidio compiuto per mano dei talebani”, osserva. I talebani hanno libero accesso ai media, ma il governo sembra non avere nessuna urgenza di fermarli, aggiunge.

Ashraf Ali, ricercatore indipendente di cultura talebana presso l’Università di Peshawar, condivide l’opinione di Jahangir: “I media stanno spudoratamente promuovendo i talebani”, sostiene. “Il capo del Tehrik-i-Taliban Pakistan ha la sua sede nell’agenzia del Sud Waziristan (nelle Aree tribali amministrate federalmente – FATA). In tutti i distretti della NFWP e delle aree tribali il TTP ha i suoi portavoce, che sono lì a disposizione di tutti i giornalisti”, segnala.

Anche la televisione di stato sta indubbiamente dando ampio spazio ai portavoce dei talebani sui notiziari in prima serata. Per il ministro dell’interno pakistano, il rischio maggiore è che i talebani possano rendere noto pubblicamente il loro ruolo negli attacchi suicidi contro i civili.

“Loro stessi (i talebani) si sono attribuiti la responsabilità di diversi attacchi kamikaze, e il governo non può aprire nessun dialogo con questa gente”, avrebbe detto il ministro dell’interno Rehman Malik.

All’inizio di quest’anno, il governo federale si è rifiutato di riaprire i colloqui di pace tra i talebani nella Swat Valley e il governo provinciale della NWFP. Il governo guidato dal Partito nazionale Awami non potrebbe comunque negoziare una pace stabile, e dopo giugno le violenze sono aumentate nella maggior parte delle aree della NFWP e delle FATA.

Carta stampata e media elettronici riferiscono liberamente le attività dei talebani.

Ciononostante, la legge antiterrorismo del 1997 (Anti-terrorism Act) è molto chiara circa il ruolo dei media nella stampa, pubblicazione e diffusione di qualsiasi materiale che inciti all’odio o articolo su individui condannati per atti terroristici o organizzazioni bandite.

Il comma 1 specifica: “Un individuo commette reato se stampa, pubblica o diffonde qualsiasi materiale, audio o video o mezzo scritto, fotografico, elettronico, digitale, scritte sui muri o qualunque mezzo che inciti all’odio religioso, settario o etnico o dia evidenza a individui riconosciuti colpevoli di atti terroristici, o individui e organizzazioni coinvolte nel terrorismo, o qualsiasi organizzazione bandita o sotto osservazione”.

Secondo la legge, gli individui colpevoli di uno dei reati previsti dalla legge rischiano, mediante procedimento sommario o condanna, una pena massima di sei mesi di prigione e una multa. Ma nessuno nel mondo dei media, riconosciuto come il quarto potere dello stato, sembra turbato da questa legge, in questa fame insaziabile di notizie sul “terrorismo” da rivendere ai media nazionali e internazionali.

I giornalisti ambiziosi non solo rischiano la loro vita per intervistare i capi delle organizzazioni bandite ma in alcuni casi sono andati anche oltre, diventando i portavoce delle stesse organizzazioni vietate.

I giornalisti delle FATA fuorilegge camminano sul filo del rasoio. Alcuni sono stati uccisi in circostanze poco chiare, mentre altri sono dovuti fuggire per salvarsi la vita.

I giornalisti vengono chiamati dai militanti “wajibul qatl (a rischio di morte)”: se scrivono qualunque cosa contro la loro volontà rischiano di essere uccisi.

Alcuni osservatori che preferiscono rimanere anonimi ritengono che i media abbiano perso ogni senso di imparzialità. Qualunque cosa venga detta da un’organizzazione bandita viene presa come notizia e diffusa dai media. In quasi tutti i servizi sulle violenze e le operazioni militari, i combattenti islamici vengono valorizzati. La fiorente stampa in lingua urdu è diventata la voce dei banditi talebani?