SALUTE: Aids, rafforzare la risposta globale

CITTÀ DEL MESSICO, 5 agosto 2008 (IPS) – È necessario rivedere l’attuale architettura globale di risposta alla pandemia di Aids, fare passi avanti negli studi sull’incidenza del virus che ne è la causa e applicare strategie di prevenzione efficaci, affermano gli esperti presenti alla diciassettesima conferenza internazionale sulla malattia che si è aperta domenica scorsa in Messico.

Ha dato certamente dei frutti la straordinaria mobilitazione di risorse e di persone intorno alla pandemia di Hiv (virus da immunodeficienza acquisita), causa dell’Aids, ma bisogna rinnovare gli sforzi per continuare a combattere la malattia, ha dichiarato lunedì il medico messicano Jaime Sepúlveda, tra i partecipanti al dibattito della prima sessione plenaria sullo “Stato dell’epidemia”.

Secondo l’ultimo rapporto del Programma congiunto delle Nazioni Unite su Hiv/Aids (Unaids), nel 2007, 33 milioni di persone nel mondo erano affette dal virus, e nello stesso anno l’Aids ha provocato due milioni di decessi.

Sepúlveda ha anche ricordato che, sempre nel 2007, tre milioni di individui sieropositivi provenienti da paesi a medio e basso reddito hanno ricevuto cure antiretrovirali (il 31 per cento delle persone che ne avrebbero avuto bisogno), ma allo stesso tempo ci sono stati 2,7 milioni di nuovi casi di infezione da Hiv.

Le donne rappresentano la metà dei malati di Hiv nel mondo, e l’Africa subsahariana concentra più del 60 per cento delle infezioni.

Qual è lo stato dell’epidemia? “Le cifre sono in aumento, ma crescono ad un ritmo più lento di prima. Ci sono ancora molti nuovi casi, ma il tasso di infezione ha rallentato grazie alle iniziative e agli sforzi compiuti per combattere l’Aids”, ha spiegato all’IPS lo studioso britannico Geoff Garnett, intervenuto all’incontro lunedì.

È però molto difficile calcolare l’incidenza della malattia, ossia i nuovi casi di infezione che si presentano ogni anno, e questo impedisce di accertare l’efficacia delle strategie di prevenzione adottate finora, ha sottolineato Garnett, dell’Imperial College di Londra.

Per di più, “non abbiamo fatto abbastanza per valutare le variabili sociali, strutturali e biologiche” legate ai comportamenti a rischio, ha aggiunto.

Servono maggiori finanziamenti per la ricerca scientifica e per la valutazione dei trattamenti e della prevenzione, ha segnalato Sepúlveda, che adesso lavora con la Bill & Melinda Gates Foundation.

Che cosa funziona? In quali popolazioni?, ha chiesto Sepúlveda, fondatore del Consiglio nazionale per la prevenzione e il controllo dell’Aids del Messico (Conasida).

Bisogna estendere gli “interventi di prevenzione combinati”, ha proposto, che prevedono l’accesso alle terapie antiretrovirali, l’uso del preservativo, la circoncisione maschile e l’integrazione dell’educazione all’Hiv nei piani familiari, tra le altre cose.

L’esperto ha anche invitato a riformare le istituzioni che finanziano la lotta alla malattia – come Unaids, il Fondo Globale per la lotta ad Aids, tubercolosi e malaria, la Banca Mondiale e il Piano presidenziale USA di emergenza contro l’Aids – sollecitandole a “lavorare in squadra”.

Domenica scorsa, alla sessione d’apertura della Conferenza, il segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) Ban Ki-moon ha chiesto ai paesi donatori di aumentare i fondi destinati alla lotta contro la malattia, per raggiungere l’accesso universale alla prevenzione e al trattamento entro il 2010.

Ma la maggioranza degli esperti ritiene che questi obiettivi – concordati in una Sessione speciale su Hiv/Aids dell’Assemblea generale dell’ONU nel 2001 – non verranno raggiunti.

”Per dare una risposta all’Hiv e all’Aids, sono necessari finanziamenti sostenuti e sul lungo periodo. Nella misura in cui sempre più persone riceveranno le cure e vivranno più a lungo, sarà necessario aumentare considerevolmente i budget nei prossimi decenni”, ha avvertito Ban.

Alex Coutinho, medico presso l’Istituto di malattie infettive dell’Università di Makerere, Uganda, ha sottolineato la necessità di programmi specifici per fronteggiare la pandemia nelle zone rurali e di difficile accesso, e per aiutare le popolazioni più emarginate e a rischio, come i migranti.

Ha poi sollecitato un maggiore coinvolgimento nella prevenzione delle stesse persone affette da Hiv, che possano agire da catalizzatori di cambiamento, sottolineando che il modo migliore per sostenere gli orfani dell’Aids è mantenere in vita i loro genitori.

Elisabet Fadul, della Rete Dominicana per i diritti dell’infanzia, ha ricordato che il 40 per cento delle nuove infezioni nel mondo si riscontra fra le persone tra i 15 e i 24 anni. Per questo sono necessari programmi specifici per la salute sessuale “basati sui dati”, che coinvolgano i giovani e tengano conto dei loro problemi, come povertà e disoccupazione. “Le attuali strategie di prevenzione sono efficaci? Si basano su dati concreti?”, ha chiesto.

Fadul si è infine congratulata con i ministri per la salute e l’educazione dei 33 paesi latinoamericani e dei Caraibi che l'1 agosto hanno concordato nella capitale messicana strategie intrasettoriali di “educazione sessuale integrale e promozione della salute sessuale”. Ma li ha invitati ad andare oltre la semplice retorica.

Fino a venerdì, saranno presenti alla conferenza più di 20mila delegati provenienti da 188 paesi – tra cui esperti, autorità, donatori, attivisti e persone affette da Hiv – per parlare, tra gli altri temi, dei progressi scientifici, delle sfide della prevenzione e delle risorse finanziarie destinate alla lotta contro la pandemia, oltre che dello stigma e della discriminazione persistenti.