GINEVRA, 25 giugno 2008 (IPS) – Secondo Pascal Lamy, direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) i negoziati commerciali sui prodotti agricoli “sono a buon punto”. I delegati la pensano diversamente.
All’inizio di questo mese Lamy ha osservato che “siamo a buon punto sul tema dell’agricoltura, ma non altrettanto sull’accesso al mercato per i beni industriali”. Le stesse considerazioni erano state ripetute anche in altri forum.
Alcuni delegati dei paesi in via di sviluppo si sono opposti con forza a queste affermazioni.
Un delegato africano ha spiegato all’IPS in condizioni di anonimato che “sta circolando l’idea che in agricoltura si starebbero facendo dei progressi. Che la situazione sarebbe più stabile, e che dovremmo concentrarci sul NAMA (accesso al mercato dei prodotti non agricoli). Ma noi siamo preoccupati. L’agricoltura ha fatto sì dei progressi negli ultimi mesi, ma non è vero che ‘siamo a buon punto’, né che ci siamo vicini”.
Ha poi detto che i delegati sono preoccupati degli aiuti nazionali Usa. La recente legge agraria (Farm Bill), anche in questi tempi di prezzi estremamente alti, serve solo ad aumentare il sostegno agli agricoltori Usa.
Anche un altro delegato di un paese in via di sviluppo ha osservato che “non è vero ciò che si dice, che ci siano stati progressi importanti nelle consultazioni sulle politiche agrarie. Stiamo sottovalutando il lavoro che c’è ancora da fare in questo campo. Siamo molto lontani da un accordo sul SSM (meccanismo di protezione speciale)”. L’SSM dovrebbe essere uno strumento per permettere ai paesi in via di sviluppo di tutelare i propri mercati”:
Secondo il delegato, la sessione speciale sull’SSM guidata da Crawford Falconer, che presiede i negoziati sull’agricoltura, sembrava “una passeggiata nel bosco”: alla fine della scorsa settimana non ha prodotto nessun risultato.
Il problema in parte è che gli Usa non hanno ancora detto che accetteranno la proposta di una riduzione negli aiuti nazionali contenuta nell’ultimo testo negoziale di Falconer. Oggi gli Usa forniscono 7,5 miliardi di dollari in aiuti nazionali “che distorcono il mercato”.
La bozza del documento consentirebbe agli Usa di continuare a fornire tali aiuti per un valore che varia tra i 13 e i 16 miliardi di dollari, proprio la cifra da negoziare. Anche la variabile più bassa significherebbe raddoppiare gli attuali sussidi Usa ai propri agricoltori.
Alla fine della scorsa settimana, la stampa riportava le dichiarazioni del ministro indiano del commercio e industria Kamal Nath: “Ciò che propongo agli Usa è di ridurre i loro sussidi di un solo dollaro, e concludiamo l’affare. (Ma) loro dicono ‘dimenticatevi di ridurre i sussidi anche di un solo dollaro, vogliamo avere il diritto di raddoppiarli nei prossimi 10 anni’”.
Anche i colloqui sulle preferenze e i prodotti tropicali sono bloccati. L’Unione europea sembra puntare a liberalizzare dei prodotti che i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) vogliono proteggere, per preservare il loro accesso al mercato Ue.
Zucchero e banane sarebbero le produzioni più a rischio, ma ci sono anche altri prodotti che sono importanti per gli ACP, tra cui un’ampia varietà di frutta fresca e secca; diversi tipi di olio (di arachide e di cacao); oltre alla vaniglia e ad altri estratti, essenze e concentrati.
Questi ultimi sono spesso i più ignorati, per via del loro scarso volume commerciale. Ma ciò che le grandi economie potrebbero non vedere come un prodotto d’esportazione significativo dei paesi ACP, può essere invece importante per i piccoli agricoltori ACP.
I colloqui NAMA sono a un punto fermo. Ci sono diverse questioni importanti in gioco che rischiano di compromettere l’accordo.
Prima di tutto, i paesi in via di sviluppo che dovrebbero applicare grossi tagli sulle formule tariffarie si oppongono alle cifre proposte nel testo attuale, che chiede di ridurre le loro tariffe su percentuali più alte persino dei paesi sviluppati. Questi paesi formano la coalizione dei paesi in via di sviluppo NAMA 11, che comprende Sud Africa, Namibia, Egitto, Tunisia, Brasile, Argentina e India.
In base all’analisi dell’organizzazione non governativa di ricerca South Centre, i paesi in via di sviluppo del NAMA 11 dovranno ridurre le loro tariffe tra il 54 e il 60 per cento, mentre i paesi sviluppati solo del 30 per cento.
I sindacati dei paesi NAMA 11 hanno mandato una lettera ai ministri del commercio all’inizio di questo mese, dichiarando che le cifre menzionate nella bozza porterebbero a “una perdita di posti di lavoro in molti settori, ostacolando il futuro sviluppo delle industrie dei nostri paesi”.
Il testo di NAMA consente ai paesi alcune “flessibilità”, riferite al numero limitato di linee tariffarie che possono subire minori tagli rispetto a quelli richiesti nella formula generale.
Ma il grosso problema per il Mercosur (il Mercato comune dell’America del Sud che comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) è che il testo avrebbe introdotto delle restrizioni nel volume degli scambi per merci che godono di questo trattamento “flessibile”. E su questo punto hanno giocato le pressioni di Usa e Ue.
Per i paesi del Mercosur, ciò significa che pur ottenendo queste “flessibilità”, loro non saranno in grado di utilizzarle in pieno. Come ha spiegato un mediatore: “Prendiamo un’economia come quella argentina: anche se ottenesse flessibilità per il 12-14 per cento delle sue linee tariffarie, verrebbero compromessi i limiti del volume di scambi, dopo aver utilizzato la flessibilità su appena il sette per cento delle sue linee tariffarie”.
Il gruppo del Mercosur ha proposto di applicare un trattamento flessibile sul 16 per cento delle linee tariffarie della sua unione doganale, senza nessuna restrizione al volume degli scambi. Un delegato del Mercosur ha avvertito che “su questo tema, è così o niente. Senza queste condizioni, non verremo neanche a sederci al tavolo nei negoziati”.
L’altro tema fortemente criticato dai paesi del NAMA 11 è la clausola sull’“anticoncentrazione”. Donald Stephenson, presidente dei negoziati NAMA, ha introdotto testi negoziali che secondo i delegati dei paesi in via di sviluppo ridurrebbero considerevolmente la loro capacità di proteggere alcuni settori vulnerabili.
Questi testi, dicono i delegati all’IPS, vanno oltre il mandato dei negoziati NAMA. Secondo il mandato originario, questi paesi non dovrebbero utilizzare le loro flessibilità per tutelare intere categorie di prodotti. Il testo dice adesso che le flessibilità non possono essere usate per proteggere intere sottocategorie di prodotti.
Come ha osservato un delegato, “perché dovremmo essere d’accordo? Per noi sarà la stessa cosa sui prodotti sensibili?”; riferendosi alla clausola per cui l’Ue e altri paesi sviluppati godono di certe flessibilità, e sono in grado di proteggere alcuni settori agricoli. ”Allora noi dovremmo dire che loro non possono avere delle flessibilità concentrate su un intero gruppo di prodotti? Loro sarebbero d’accordo? È contro il mandato”.

