SVILUPPO: Il summit chiude con una spinta alle liberalizzazioni

ROMA, 6 giugno 2008 (IPS) – Il summit di tre giorni organizzato dalla FAO per rispondere alla crisi alimentare si è concluso con diversi propositi e promesse – e una nuova spinta verso la liberalizzazione.

Sabina Zaccaro IPS Sabina Zaccaro IPS

Sabina Zaccaro IPS
Sabina Zaccaro IPS

Il piano d’azione, concordato da 183 paesi giovedì al termine dell’incontro, non chiede nessun impegno vincolante ai governi, e la sua formulazione somiglia molto alle precedenti dichiarazioni sulla sicurezza alimentare diffuse dalle Nazioni Unite negli ultimi dieci anni.

I fondi stanziati da alcuni governi e istituzioni finanziarie per superare la crisi sono pari a quasi otto miliardi di dollari. Tra questi, Stati Uniti, Banca Mondiale, Banca Islamica per lo Sviluppo e Banca Africana per lo Sviluppo.

I fondi verranno utilizzati per “aiutare i paesi in via di sviluppo e i quelli in transizione ad ampliare la produzione agricola e alimentare, e ad aumentare gli investimenti in agricoltura, agro- business e sviluppo rurale, sia da fonti pubbliche che private”, ha concluso il vertice.

Secondo il direttore generale della FAO Jacques Diouf, la sua organizzazione dovrebbe decuplicare il proprio budget e arrivare fino a 30 miliardi di dollari l’anno per aiutare gli agricoltori a fronteggiare il deficit alimentare, l’aumento dei prezzi e le condizioni climatiche avverse. Secondo il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon servirebbero tra i 15 e i 20 miliardi di dollari l’anno per incrementare la produzione alimentare e combattere la fame. I capi di stato e di governo hanno chiesto più risorse per i gruppi vulnerabili nelle aree rurali.

Hanno concordato urgenti aiuti economici per i paesi colpiti, e per sostenere la produzione agricola e il commercio attraverso un’ulteriore liberalizzazione e una riduzione delle barriere commerciali. Queste misure, si legge nel documento finale, assicureranno “una migliore integrazione dei piccoli produttori nel mercato locale, regionale e internazionale”. Il programma verrà attuato dal polo alimentare dell'Onu, in “stretta collaborazione” con una task force di alto livello sulla crisi alimentare globale presieduta dal segretario generale dell’Onu. Della task force faranno parte i capi delle agenzie Onu specializzate e gli organismi di Bretton Woods (Banca mondiale e Fondo monetario internazionale).

Secondo le organizzazioni internazionali di piccoli agricoltori, i risultati di questa conferenza di alto livello sono state deludenti. “La dichiarazione finale non riempirà nessun piatto; e le proposte di un’ulteriore liberalizzazione porteranno a ulteriori violazioni del diritto al cibo”, afferma Maryam Rahmanian dell’organizzazione iraniana per lo sviluppo Cenesta.

Cenesta è una delle tante organizzazioni non governative e gruppi di piccoli agricoltori che hanno dato vita al forum alimentare parallelo della società civile.

“Siamo profondamente delusi dei risultati dell’incontro”, ha detto Rahmanian all’IPS. “Prima di tutto, stiamo sentendo le stesse politiche e le stesse proposte che abbiamo già sentito nel (summit alimentare mondiale del) 1996, e di nuovo nel 2002. Ma soprattutto, temiamo che la FAO avrà un ruolo molto più debole nelle decisioni sulle politiche alimentari e agricole”.

Secondo Rahmanian, sarà solo la nuova task force istituita da Ban Ki-moon a prendere tutte le decisioni.

“La FAO è uno spazio molto più democratico per prendere decisioni; qui l’Asia, l’Africa, l’America Latina e tutti gli altri paesi possono sedersi intorno a un tavolo e decidere quali politiche sono necessarie”, ha spiegato. “Ma proporre una task force significa mettere insieme tutti i ‘capi’ delle agenzie Onu, dell'FMI e della Banca Mondiale, ciascuno con i propri interessi specifici”.

Secondo Rahmanian, molti paesi più piccoli “verranno completamente emarginati”. È un nuovo approccio allo sviluppo ad essere emerso da questo incontro, ha osservato. “Le politiche che propongono sono sempre le stesse, ma il modo in cui suggeriscono di controllare le politiche internazionali legate all’alimentazione e all’agricoltura è la vera novità di questo meeting”.

Diverse le divergenze sul tema della bioenergia, emerse delle nel corso del summit. Mentre per i funzionari Onu la rapida crescita del settore potrebbe aver contribuito fino al 30 per cento all’inflazione globale dei prezzi, alcuni paesi hanno insistito che la bioenergia sarebbe responsabile dell’aumento dei prezzi solo per il 3 per cento.

Tra questi paesi, gli Usa, il maggiore produttore al mondo di etanolo, e il Brasile, che produce etanolo dalla canna da zucchero da 30 anni.

Alla fine, l’unico accordo raggiunto è stata l'ammissione che i biofuel rappresentano “sfide e opportunità” per i paesi poveri, e che la questione dovrà essere ulteriormente approfondita.

“La sensazione diffusa è che non abbiamo una conoscenza sufficiente dell’impatto reale dei biofuel sull’alimentazione e sull’ambiente”, ha detto il funzionario FAO Astrid Agostini. “Per questa ragione, l’assemblea ha concordato la necessità di un programma di ricerca approfondito sull’utilizzo dei biofuel, per poter misurare le minacce e determinare la sostenibilità di questo tipo di carburante”, ha detto all’IPS. Il segretario generale dell’Onu aveva già sottolineato la necessità di linee guida internazionali sulla bioenergia. “C’è un urgente bisogno di stabilire un maggiore consenso internazionale e di concordare delle linee guida sulla produzione dei biocarburanti, che prendano in seria considerazione la sicurezza alimentare, l'aspetto economico e la domanda energetica a tutti i livelli”.