SVILUPPO: Aumentare la produzione alimentare del 50 per cento

ROMA, 4 giugno 2008 (IPS) – È necessario incrementare la produzione alimentare del 50 per
cento entro il 2030 per poter rispondere alla domanda crescente,
ha dichiarato il segretario generale Ban Ki-moon ai leader mondiali
nella prima giornata di un summit convocato per affrontare la crisi
dei prezzi del cibo.

Sarojeni Rangam Sabina Zaccaro IPS

Sarojeni Rangam
Sabina Zaccaro IPS

“Il mondo deve produrre più cibo”, ha detto nel suo discorso d’apertura martedì, alla Conferenza sulla sicurezza alimentare mondiale ospitata a Roma dall’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). “Dobbiamo rispondere con urgenza al rialzo dei prezzi alimentari, ma nel frattempo è fondamentale che l’attenzione sul lungo periodo vada al miglioramento della sicurezza alimentare mondiale – e che rimanga tale nei prossimi anni”.

Quaranta capi di stato e di governo stanno partecipando alla tre giorni della FAO per proporre delle soluzioni politiche per evitare che l’impennata dei prezzi dei prodotti di base, i più alti negli ultimi 30 anni, aggravi ulteriormente la condizione di centinaia di milioni di persone che soffrono di fame cronica.

Il segretario generale Onu ha chiarito che le politiche economiche globali saranno al centro del dibattito. “Prima di questa emergenza, più di 850 milioni di persone nel mondo soffrivano di carenze alimentari; e secondo la Banca mondiale questa cifra potrebbe aumentare di altri 100 milioni”, ha segnalato. “I più poveri tra i poveri spendono almeno due terzi del loro reddito nel cibo; e saranno i più colpiti”.

Oltre a ribadire l’appello di Ban per un aumento della produzione, il direttore generale della FAO Jacques Diouf ha anche chiesto ai leader mondiali 30 miliardi di dollari l’anno per rilanciare l’agricoltura e prevenire la minaccia futura di conflitti per il cibo.

“Oggi i fatti parlano da soli”, ha osservato. “Gli aiuti all’agricoltura sono calati da 8 miliardi di dollari nel 1984 a 3,4 miliardi nel 2004, ossia una riduzione in termini reali del 58 per cento”. La quota dell’agricoltura negli Aiuti pubblici allo sviluppo (APS), ha detto, sono calati dal 17 per cento nel 1980 al 3 per cento nel 2006.

“La soluzione strutturale al problema della sicurezza alimentare nel mondo è nell’aumento della produzione e della produttività nei paesi a basso reddito con deficit alimentare”, ha spiegato Diouf. Ma all’attuale crisi hanno contribuito anche contraddizioni e distorsioni a livello politico internazionale, ha precisato.

”Nessuno riesce a capire come si possa avere un mercato del carbone di 64 miliardi di dollari nei paesi sviluppati, e non si riescano a trovare fondi per impedire ogni anno la distruzione di 13 milioni di ettari di foreste”, ha detto.

I prezzi globali delle derrate sono aumentati del 37 per cento lo scorso anno, e di un altro 16 per cento nel primo trimestre del 2008, secondo l’indice FAO. E questo sarebbe da attribuire all’aumento nell’uso del mais per l’etanolo, la crescente domanda di cibo dall’Asia, le restrizioni commerciali, e la scarsità dei raccolti.

Tra le risposte a questi problemi cruciali, il segretario generale Onu ha proposto di ampliare l’assistenza alimentare, di promuovere la produzione alimentare dei piccoli proprietari agricoli attraverso la fornitura di semi e fertilizzanti, di eliminare politiche commerciali e fiscali che “distorcono il mercato”, e attraverso una “rapida risoluzione del Round di Doha”.

”I negoziati commerciali del Round di Doha del WTO possono essere in parte la risposta sul medio e lungo periodo alla crisi dei prezzi dei generi alimentari”, ha detto martedì sera all'incontro il direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio Pascal Lamy. Attraverso “una concorrenza maggiore e più giusta, il commercio internazionale può contribuire a ridurre i prezzi”, ha detto. “Semplificare gli scambi e renderli più aperti può rafforzare la capacità produttiva dei paesi in via di sviluppo, rendendoli meno vulnerabili”.

Lamy si dice consapevole del fatto che non tutti condividono quest’idea e che a detta di alcuni un commercio più aperto potrebbe danneggiare la capacità produttiva nazionale. Ma la tesi del WTO è avvalorata dai numeri, sostiene Lamy.

”Se guardiamo alla lista dei 22 paesi che la FAO considera più vulnerabili alla crisi dei prezzi delle derrate, vediamo che ci sono alcune tra le economie meno integrate al mondo nel mercato agricolo”. Tra questi, Lamy ha citato lo Zambia, che importa solo il 4 per cento delle sue forniture di grano, e la Cambogia, con solo il 5 per cento.

La posizione di Lamy ha suscitato la dura reazione dei gruppi della società civile, secondo cui il Round di Doha non risolverà la crisi alimentare globale.

Secondo una rete globale internazionale di 237 Ong, organizzazioni di agricoltori, sindacati e movimenti sociali provenienti da oltre 50 paesi, “la risposta non è una maggiore deregulation nella produzione e negli scambi alimentari”.

Questi gruppi sostengono che il Round di Doha non farà altro che “intensificare la crisi, rendendo i prezzi del cibo più volatili, aumentando la dipendenza dei paesi in via di sviluppo dalle importazioni, e rafforzando il potere delle multinazionali dell’agrobusiness nei mercati alimentari e agricoli”.

“I leader mondiali presenti al summit devono assumersi le loro responsabilità, e rivedere le politiche che vanno contro i bisogni delle popolazioni povere”, ha detto all’IPS Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid International, un’organizzazione impegnata nella lotta contro la povertà.

Secondo De Ponte, i governi ricchi devono aiutare i paesi poveri “a gestire le sfide poste dal WTO, e devono riconoscere che gli aiuti alimentari non sono sufficienti a rispondere a questa crisi globale”.

Ciò che serve davvero è aumentare gli investimenti in agricoltura e promuovere il processo di riforma del sistema agricolo a livello globale, ha detto. “Perché il problema è politico, non umanitario”.

ActionAid ha indetto una manifestazione fuori dai cancelli della FAO, dispiegando uno striscione di 200 metri con la scritta: “Basta approfittare della fame – diritto al cibo adesso!”.

I gruppi della società civile aspettano il verice del G8 di luglio in Giappone (degli otto paesi più industrializzati: Usa, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Giappone e Russia) come un’altra opportunità cruciale per portare avanti un’azione concreta sugli aiuti, la produzione alimentare e il cambiamento climatico.

Il primo ministro giapponese Yasuo Fukuda ha chiesto ai leader mondiali di distribuire le derrate eccedenti ai paesi più poveri per compensare il loro deficit alimentare, e ha offerto più di trecentomila tonnellate di riso importato e conservato dal Giappone.

”Credo che non sia solo una misura d’emergenza per rispondere alla carenza di cibo, ma che serva anche come una misura a breve termine per restituire un certo grado di equilibrio al mercato alimentare”, ha detto al summit.

”Al vertice del G8 di Hokkaido Toyako il mese prossimo, a partire dalle discussioni e dai risultati di questo incontro di alto livello, approfondiremo il dibattito sul mercato, gli scambi, lo sviluppo, il cambiamento climatico e l’energia – che sono certamente i fattori alla base di questa impennata nei prezzi del cibo – per poi tradurlo in azione”, ha dichiarato.

”Chiediamo ai governi di adempiere ai loro obblighi sui diritti umani e di ascoltare le proposte delle stesse popolazioni colpite”, ha detto all’IPS Sarojeni Rengam, direttore esecutivo di Pesticide Action Network, con sede in Malaysia.

Secondo Rengam, la risposta alla crisi alimentare non può essere “la pericolosa intensificazione di input creati dal modello della rivoluzione verde, che qualcuno propone, e neanche un’ulteriore liberalizzazione degli scambi. Aiutare i piccoli agricoltori e sostenere i loro sistemi agro-ecologici può essere l’unico modo per allontanare la crisi attuale; ma temo che non se ne parli a sufficienza in quel palazzo”.