DIRITTI: Con la fine delle guerre civili, diminuisce il numero di bambini soldato

NAZIONI UNITE, 28 febbraio 2008 (IPS) – Si abbassa il numero di bambini soldato costretti a combattere nei conflitti di tutto il mondo: da circa 300 mila nel 1997 ai 250 mila attuali, rivela il Sottosegretario generale dell’Onu Radhika Coomaraswamy.

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L’alto funzionario sottolinea che la ragione fondamentale di questo calo è la fine delle guerre civili in Liberia e Sierra Leone, dove i bambini soldato venivano pesantemente schierati in prima linea.

”Le Nazioni Unite sono arrivate, e hanno aalontanato i bambini dagli eserciti, inserendoli nei programmi di riabilitazione”, ha riferito Coomaraswamy, Rappresentante speciale dell’Onu per i bambini nei conflitti armati, in un’intervista con il corrispondente dell’IPS Nergui Manalsuren.

Secondo Coomaraswamy, le organizzazioni religiose hanno avuto un ruolo decisivo nella riabilitazione e istruzione degli oltre 50 mila bambini dimessi dagli eserciti.

IPS: Human Rights Watch sostiene che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrebbe imporre sanzioni contro governi e forze ribelli che insistono nell’utilizzo di bambini soldato. Tuttavia, nel dibattito aperto del Consiglio di Sicurezza, la Cina – membro permanente con diritto di veto – insieme a Libia, Indonesia, e Vietnam si oppone alle sanzioni. In simili circostanze, le sanzioni sono realmente attuabili?

Radhika Coomaraswamy: La risoluzione 1612 del Consiglio di Sicurezza, parla di misure mirate da imporre a chi viola costantemente le norme al riguardo … La Cina e gli altri concordano su questo punto. Ritengo che per chi continuerà a insistere, senza garantire alcuna contromisura negli anni futuri, esiste la possibilità di sanzioni. Tuttavia, dobbiamo riuscire a convincere i paesi a imporre le sanzioni. Si ricordi che si tratta di stati membri e che le sanzioni sono le misure più estreme che l’Onu possa applicare; per i paesi sottoposti a controllo un’unica volta, il sentimento diffuso è che si potrebbero creare ulteriori opportunità per rientrare in piani d’azione, un genere di misure che dovrebbe essere sperimentato prima di applicare le sanzioni.

IPS: In un recente rapporto, il Segretario Generale Ban Ki-moon si è detto preoccupato per l’uso crescente di bambini negli attacchi suicidi in Iraq e in Afghanistan. L’Onu può fare qualcosa per prevenire o eliminare questa pratica?

RC: Penso sia un’area molto difficile, perché richiederebbe l’accesso dell’Onu a soggetti non ufficiali, per indurli a non partecipare a questo genere di azioni. È molto complicato. Innanzitutto, è difficile incontrare questi attori non ufficiali, considerati spesso gruppi terroristi. In secondo luogo, sono soggetti che hanno una considerazione estremamente negativa dell’Onu dovuta alla loro particolare storia. Si tratta quindi di circostanze estremamente complesse. Non credo che indicare un nome o denunciarlo sia sufficiente, perché l’Onu non viene considerato come un sistema di condanna, e questi gruppi hanno una visione diversa del mondo. Credo dunque che si debba continuare a lavorare a livello della società civile, far sì che le comunità esercitino pressione su di loro, tentare di fermarli così. Al momento, bisogna lavorare attraverso le comunità locali.

IPS: In che misura l’Onu è riuscita a riabilitare e reintegrare i bambini soldato? Esistono programmi specifici al riguardo? L’Onu dispone di fondi sufficienti?

RC: Questo è un tema importante, perché i programmi di reinserimento vengono generalmente sottovalutati. Fondamentalmente, UNICEF [il Fondo Onu per l’infanzia] e altre organizzazioni che si occupano di questo tipo di programmi sanno che non basta smilitarizzare un bambino, e rimandarlo a casa, o sistemarlo in un orfanotrofio quando ha perso i genitori. Bisogna certamente riportarlo a casa, ma si ha anche il dovere di formare la comunità che lo dovrà accogliere. È un processo più complesso.

Nel mondo dei finanziamenti esistono gli aiuti per le emergenze e gli aiuti per lo sviluppo, due componenti che appartengono a categorie diverse. Nel caso dei bambini soldato, la smilitarizzazione è una questione di emergenza, ma la reintegrazione deve essere riconosciuta come un problema legato allo sviluppo. Quindi spesso c’è il denaro per smilitarizzare, ma le agenzie di sviluppo non vengono coinvolte abbastanza rapidamente per reintegrare i bambini soldato con successo. Su simili questioni, dovremmo pensare in maniera più olistica a quale sia la soluzione migliore per il bambino.

IPS: Si può dire che gli interventi siano sotto-finanziati?

RC: Sì, il reinserimento a lungo termine è scarsamente finanziato, al contrario della smilitarizzazione. IPS: Nella conferenza internazionale che si terrà a maggio a Hiroshima, la Global Network of Religions for Children con sede a Tokyo si occuperà dell’infanzia sotto assedio, compresi i bambini soldato, con particolare attenzione al ruolo dell'educazione, dell'etica e della religione nella riabilitazione dei bambini. Cosa ne pensa? Il dialogo inter-religioso può aiutare?

RC: Le organizzazioni religiose hanno un ruolo molto importante per quanto possono dire e fare, e l’UNICEF alla fine finanzia gruppi locali per la riabilitazione. L’UNICEF non fa la riabilitazione, quindi i gruppi locali coinvolti in questi programmi – molti dei quali sono religiosi – comprendono gente realmente dedicata alla causa. Per questo motivo, le Ong religiose sono molto importanti, anche se ritengo fondamentale l’istruzione. Stiamo cercando di creare delle aree di sicurezza in modo che anche nelle zone di guerra i bambini possano continuare a studiare e a giocare. Tutte le fedi sono contrarie alla guerra. La questione non riguarda tanto il dialogo religioso, ma il fatto che le tante organizzazioni religiose che operano con i bambini soldato e hanno fatto un buon lavoro, siano sostenute.

IPS: Secondo lei, quali sono le cause reali dell’arruolamento dei bambini? Quanti di loro si offrono volontariamente, e quanti sono costretti a combattere negli eserciti?

RC: Questo è un tema estremamente interessante. In alcune guerre venivano colpiti in testa e rapiti, portati via con la forza – come è successo alla maggior parte di loro in Sierra Leone e Liberia. Si tratta di reclutamento con sequestro. Ma in molte parti del mondo i bambini si uniscono volontariamente a questi gruppi. Sono state fatte delle ricerche, e una ragione naturale sembra essere che alcuni di loro sono orfani nella povertà estrema, e in questi gruppi possono trovare una casa e un pasto sicuro. Inoltre, molti iniziano a combattere perché si tratta di conflitti etnici, e le loro famiglie e comunità considerano nobile lottare per una simile causa anche per un bambino – a volte è la conseguenza di un’ideologia politica, come in Colombia. Altre volte, questi uomini con le pistole sono modelli esistenziali per i più piccoli, che vogliono anche loro armi e occhiali da sole, una sorta di modello di virilità.

Ci sono tante ragioni per cui i bambini possono unirsi a questi gruppi in maniera cosiddetta “volontaria”. Ma come sappiamo, non sono mai scelte realmente volontarie: a volte è solo l’unica scelta possibile, il duro prodotto della guerra.