AFGHANISTAN: Cacciati dall’Iran, i profughi afgani devono sopravvivere in patria

KABUL, 27 febbraio 2007 (IPS) – Costretti al rimpatrio dall’Iran, migliaia di profughi afgani devono ora sopravvivere nei tanti campi di fortuna sparsi per l’Afghanistan.

Hoden Makhtab, espulsa da Tehran sei mesi fa, ora vive in un campo prifughi a Kabul Anand Gopal/IPS

Hoden Makhtab, espulsa da Tehran sei mesi fa, ora vive in un campo prifughi a Kabul
Anand Gopal/IPS

Molti degli sfollati, fuggiti dall’invasione sovietica e dalla guerra civile, sono tornati in patria per ritrovare una situazione di grave penuria di posti di lavoro, alloggi e programmi di reinserimento governativi.

Hoden Makhtab, 40 anni, una madre deportata da Teheran, racconta: “Prima vivevamo in una casa, ma abbiamo lasciato tutto ciò che avevamo quando il governo (iraniano) ci ha rimandati qua. Siamo otto in famiglia. Siamo tornati sei mesi fa, ma il governo afgano non ci ha dato nessun aiuto”.

Makhtab ha parlato con l’IPS fuori della sua nuova casa, una piccola tenda di tela sostenuta da paletti in legno che ondeggiano al vento. Vive con altre 400 famiglie in mezzo ai cantieri del campo Chamany Babrak di Kabul, dove un ammasso di tende è immerso in pozze di fango alte fino alle caviglie. Non c’è acqua corrente né elettricità, ma solo adulti nella sporcizia e bambini mezzi nudi.

Il campo che si estende in modo irregolare ospita i rifugiati dai paesi vicini e altre città dell’Afghanistan. Alcuni spiegano di essere stati deportati dal Pakistan, dove hanno vissuto e lavorato durante gli anni della guerra. Ci sono anche dei rifugiati pakistani, sfuggiti alle aspre temperature e al conflitto civile nel loro paese.

Ma la parte del leone l’ha avuta l’Iran, dove negli ultimi mesi le autorità hanno espulso migliaia di afgani. La maggior parte dei residenti sono arrivati dall’Iran e hanno messo su le loro tende solo sei mesi fa, come parte di uno stesso processo che ha coinvolto altre grandi città afgane. Secondo le agenzie di aiuti ci sono migliaia di campi come Chamany Babrak sparsi in tutto l’Afghanistan, che ospitano migliaia di deportati e sembrano indicare l’insorgere di una vera e propria crisi umanitaria. Sadaf Ismat, deportata dall’Iran sei mesi fa, racconta tremante: “Mio genero è rimasto ucciso in un terremoto in Iran. Pensavamo che il governo ci avrebbe aiutati, e invece ci hanno costretti a venire qua”.

”Sono malata e non riesco a mangiare”, racconta, mostrando ai visitatori la lingua gialla per un’infezione non curata. “Siamo una famiglia numerosa ma non so cosa sarà di noi. Non c’è lavoro per nessuno e io sono talmente malata che non posso neanche chiedere l’elemosina”.

In un paese che lotta per superare decenni di guerra e disordini, il lavoro scarseggia. Alcuni residenti riescono a rimediare occasionalmente degli impieghi giornalieri, ma la maggior parte è costretta a chiedere la carità. Ai profughi rimpatriati manca persino la legna per scaldarsi dal freddo pungente di Kabul – che porta al diffondersi di malattie – e a causa dell’alto costo del cibo, molti devono andare a letto digiuni.

L’Alta Commissione Onu per i rifugiati (Unhcr) e il governo afgano hanno dei programmi in atto per gli sfollati rimpatriati volontariamente, ma non è previsto nulla per le persone espulse da altri paesi.

Come Makhtab, anche altri qui accusano il governo iraniano di averli mandati via con la forza. “Sono partito per Sheraz, Iran, 20 anni fa”, racconta Fazel Ghrias all’IPS, mentre mostra una carta d’identità di rifugiato rilasciata da Teheran. “In Iran vivevamo in una tenda, ma il governo ci ha aiutati. Poi un giorno (sei mesi fa) ci hanno detto ‘il vostro paese adesso è libero, potete tornare’”. Secondo Ghrias, i soldati iraniani hanno costretto i rifugiati a salire su dei camion col fucile puntato, e poi hanno rovistato nelle loro tende, prendendo tutto il denaro che trovavano. ”I soldati – ha proseguito – ci hanno detto “se non volete tornare in Afghanistan, vi uccideremo. Poi hanno bruciato le case di chi si rifiutava di partire”.

L’Unhcr stima che circa un milione di afgani siano tornati dall’Iran dal 2001, e che nell’ultimo anno l’Iran avrebbe deportato 360mila persone. Secondo il Ministero afgano dei rifugiati e dei rimpatri (MRRA), nei primi due mesi di quest’anno sarebbero stati espulsi 17mila afgani, nonostante un accordo firmato tra Kabul e Teheran per limitare le espulsioni durante i mesi invernali.

Secondo l’Unhcr e il governo iraniano, le persone espulse erano afgani non registrati che cercavano illegalmente lavoro nel paese e che dovrebbero essere considerati “migranti economici”, e non rifugiati. Ma nei campi di Chamany Babrak, quasi tutti gli abitanti sono in grado di produrre carte d’identità di rifugiati rilasciate da Teheran, che dimostrano il loro status regolare.

Per di più, stando ai rapporti di alcune Ong, spesso i soldati iraniani smantellano gli insediamenti dei rifugiati in modo indiscriminato, senza verificare se sono irregolari.

Muzafar Khoram, 54 anni, residente di un campo profughi, deportato sei mesi fa da Sheraz, ricorda: “Un giorno mentre lavoravo vicino casa sono arrivati dei soldati iraniani, senza preavviso. Avevamo le carte d’identità, ma il governo non le ha neanche guardate. Non volevamo ripartire, ma ci hanno costretti, mentre ci gridavano ‘via dall’Iran!’. Non abbiamo neanche potuto prendere le nostre cose, ci hanno costretti a salire sui camion, prima gli uomini, poi donne e bambini”.

Secondo il portavoce dell’Unhcr Ahmed Nader Farhad, la sua agenzia considera rifugiati solo le persone rimpatriate volontariamente. Quelli espulsi, perciò, non rientrano nel mandato dell’Unhcr e non ricevono nessun aiuto significativo.

“Non è colpa dell’Iran né del nostro governo”, ha detto all’IPS Abdul Qader Zazai, capo consigliere di Mohammed Etibari, ministro del MRRA. Etibari ha dichiarato di recente che il governo afgano non ha la capacità né le risorse per assorbire le migliaia di deportati, e ha chiesto alle autorità iraniane di frenare l’ondata di espulsioni.

Ma questo non sembra essere di grande conforto per i residenti del campo di Chamany Babrak. “Siamo molto poveri e abbiamo bisogno di aiuto – è questo il nostro problema principale”, sostiene Khoram. Mentre parla, un’autocisterna si fa strada nel fango denso – i residenti mettono insieme i loro guadagni giornalieri per comprare dell’acqua – mentre i bambini si scansano al passaggio del mezzo pesante. “Abbiamo bisogno di cibo e di legna”, prosegue.”Soprattutto in inverno, non abbiamo ciò che ci serve. Non abbiamo ricevuto né olio, né farina o pane. Siamo 10 persone in casa. Tutte m alate. Non so più che fare”.