CASABLANCA, 22 febbraio 2008 (IPS) – I primi passi del Marocco verso l'adozione di un'economia di libero scambio hanno portato ad un brusco aumento dei prezzi dei beni di prima necessità nel paese, causando privazioni e minacciando la stabilità sociale.
Ovunque è scoppiata la rabbia. A settembre dello scorso anno, nella città di Sefrou a est di Casablanca, le proteste di folti gruppi di residenti contro l'aumento dei prezzi hanno provocato scontri sanguinosi con la polizia. Sono stati incendiati diversi edifici governativi, e danneggiate le attrezzature locali.
Da allora i prezzi hanno continuato a salire, e la situazione a peggiorare.
Non è rimasto più niente di accessibile economicamente per i più poveri e per le famiglie a basso reddito, ha detto all'IPS il fotografo freelance Abdellah Bourahi. “È diventato tutto caro”.
“Lo stato vuole recuperare ciò che ha perso dalle entrate doganali, imponendo tasse più alte sui beni di consumo primari”, ha commentato all'IPS Abdessalam Adib, economista e membro della Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH). “Questo porta dritto verso un aumento dei prezzi”.
Gli accordi di libero scambio con Unione europea (Ue) e Stati Uniti (Usa) hanno senz'altro contribuito all'aumento dei prezzi. Il Marocco ha accordi di libero scambio con l'Ue, e un accordo analogo ratificato con gli Usa nel 2006. Una ulteriore liberalizzazione è prevista per il 2010.
Entrambi gli accordi obbligano lo stato del Marocco a deregolamentare i prezzi, “il che significa aumentarli allo stesso livello dei prezzi internazionali, nonostante le circostanze interne non prevedano tali misure”, ha detto Adib.
“Non dovrebbero dimenticare che il salario minimo mensile dei lavoratori è di soli 1800 dirham (circa 163 euro), e che la grande maggioranza dei cittadini vive al di sotto della soglia di povertà”, ha segnalato all'IPS il giornalista marocchino Loubna Goual.
Secondo i dati ufficiali, più di sei milioni di marocchini – su 32 milioni di abitanti – vivono sotto la soglia della povertà.
I prezzi dei beni di prima necessità hanno continuato ad aumentare dal 2005. Lo zucchero è salito a 6,5 dirham (0,59 euro) al chilo, dai 5 dirham del 2005. Il manzo è passato a 65 dirham al chilo (5,90 euro), dai 50 dirham (circa 4,50 euro) precedenti.
Alcuni gruppi, chiamati 'coordinamenti', stanno organizzando proteste in diverse parti del paese.
“Chi protesta è la popolazione che soffre per l'alto costo della vita”, segnala Abid. “I coordinamenti si limitano a sovrintendere alle diverse forme della protesta”.
Il nuovo governo, formatosi dopo le elezioni del 7 settembre, che ha suscitato una debole partecipazione da parte di un popolo disilluso, non ha proposto nessuna soluzione significativa. Al governo viene data scarsa legittimità, poiché la maggioranza della popolazione ha boicottato le ultime elezioni, dove ha votato solo il 27 per cento dell'elettorato.
I partiti politici non sono riusciti a prendere in mano la situazione. Solo le Ong hanno alzato la voce contro l'aumento dei prezzi. “Ma l'impegno per i diritti non può sostituire l'azione politica, e viceversa”, secondo Abid.
“La scena politica in Marocco è ormai piena di partiti politici la cui preoccupazione principale è servire lo stato”, ha proseguito. “La politica economica e sociale che è stata seguita per decenni nel nostro paese adesso serve solo gli interessi dell'imperialismo e le fasce più alte, e sta impoverendo enormemente le classi medie e basse”.
La stessa economia potrebbe risentirne, poiché “aumentare i prezzi senza che a questo segua nessuna misura preventiva porta all'inflazione, e ciò significa che la moneta perde il suo valore”, ha sostenuto Abid.

