LONDRA, 14 novembre 2007 (IPS) – I ministri del Commonwealth hanno avvertito lunedì scorso il dittatore pakistano, il generale Pervez Musharraf, che il Pakistan sarebbe stato sospeso dal Commonwealth se non avesse revocato lo stato d’emergenza, con tutto ciò che questo comporta.
Ma non era che una mezza minaccia. L’avvertimento lanciato dal Commonwealth Ministerial Action Group (CMAG) al Pakistan prevede la sospensione “dai consigli del Commonwealth”, e non una piena sospensione.
La differenza tra le due cose è fondamentale. Quando fu sospeso dai consigli del Commonwealth nel 1999-2004, il Pakistan partecipò, per esempio, ai Giochi del Commonwealth tenutisi a Manchester nel 2002. E rimase membro del Commonwealth anche in altre occasioni. Fu sospeso solo dalla partecipazione in alcuni organismi decisionali del Commonwealth, come lo stesso CMAG.
Il fatto che lunedì il CMAG non abbia lanciato una minaccia a tutti gli effetti deriva dalle profonde divisioni tra i ministri. I nove paesi del CMAG sono Malta, che presiede il gruppo, Malaysia, Lesotho, Sri Lanka, Gran Bretagna, Papua Nuova Guinea, Canada, Tanzania e St. Lucia. Il Commonwealth comprende 53 nazioni, quasi tutte un tempo parte dell’impero britannico. Le eccezioni sono la stessa Gran Bretagna, e il Mozambico.
All’incontro di lunedì, la Gran Bretagna sembra si sia battuta con forza contro la sospensione del Pakistan. I ministri di alcuni dei paesi più piccoli hanno chiesto la piena sospensione, soprattutto dopo la fermezza dimostrata dal Commonwealth contro il dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe; una posizione assai meno tenue di quella assunta nei confronti di Musharraf. Mugabe è stato causa dell’espulsione dello Zimbabwe dal Commonwealth nel 2003.
Dopo che il meeting concesso dai funzionari ha sfiorato momenti burrascosi, il ministro degli esteri maltese Michael Frendo ha ammesso di aver “presieduto incontri molto più facili”. Il segretario generale del Commonwealth Don McKinnon ha riconosciuto che hanno dovuto “blandire” alcuni ministri per arrivare al consenso che poi è stato raggiunto.
Secondo il consenso, Musharraf deve attuare cinque misure entro il 22 novembre, quando il CMAG tornerà a riunirsi a Kampala, alla vigilia del Meeting dei capi di governo del Commonwealth (CHOGM, 23-25 nov.).
Queste misure sono:
– Abrogazione dei provvedimenti d’emergenza e pieno ripristino della Costituzione, e indipendenza del potere giudiziario;
– Dimissioni di Musharraf da capo dell’esercito;
– Rilascio dei leader di partito, attivisti, avvocati e giornalisti detenuti;
– Stop al controllo sui media;
– Elezioni libere e giuste conformi alla Costituzione.
In questa lista di richieste viene omesso un elemento importante: nulla vieta a Musharraf di candidarsi alla Presidenza del Commonwealth in caso di dimissione da comandante delle forze armate. E lascia spazio per negoziare un accordo temporaneo per cui la leader del Partito popolare del Pakistan (PPP) Benazir Bhutto possa avviarsi a diventare primo ministro con Musharraf presidente.
A quel punto, la richiesta della Gran Bretagna nel CMAG era in linea con l’accordo proposto da Washington per il Pakistan. Sia Musharraf che Benazir Bhutto vengono visti come i naturali alleati di Washington nella sua “guerra al terrore”, e finora il Commonwealth ha fatto e detto assai poco nella direzione di un accordo partorito a Washington.
Contro Benazir Bhutto sono state intraprese diverse azioni palesi, che hanno sollevato critiche in tutte le direzioni, ma molti in Pakistan credono che si tratti di differenze apparenti, che vengono sventolate pubblicamente per conquistare credibilità, ma dietro le quali si celano stretti accordi sotterranei.
Ma data la tradizione del Commonwealth di decidere in base al consenso e non con il voto, alcuni dei paesi più piccoli hanno guadagnato terreno nell’imporre almeno una scadenza – e almeno verso una sorta di mezza misura. Questi paesi sono riusciti a resistere alla richiesta della Gran Bretagna di dare tempo a Musharraf fino a gennaio, prima che il Commonwealth metta in atto ulteriore misure.
Dopo il CHOGM di Malta nel 2005, il Commonwealth ha concesso a Musharraf, piuttosto generosamente, fino al 15 novembre di quest’anno per decidere tra la posizione di capo dell’esercito e presidente. Il Commonwealth è stato coerente, non negandogli mai l’opzione della presidenza – anche se il suo cammino in quella direzione sarebbe il colpo di stato.
Lunedì, il CMAG ha prorogato di un’altra settimana la scadenza. Pochi si aspettano che Musharraf rinunci al suo ruolo militare entro dieci giorni solo perché il Commonwealth lo vuole. McKinnon è andato di recente in visita a Islamabad (19-21 settembre) per fare pressioni su Musharraf verso la democrazia, come vorrebbe il Commonwealth, e secondo i principi di Harare concordati al CHOGM di Harare, Zimbabwe, nel 1991. Ovviamente, questo non ha fermato Musharraf dall’imporre la legge marziale in nome dello stato di emergenza.
Né ha suscitato grossi timori per la sospensione, o la parziale sospensione, da parte del Commonwealth. Non è chiaro a nessuno cosa il Pakistan avrebbe perso esattamente durante il periodo di sospensione dal Commonwealth 1999-2004. E non è neppure chiaro che cosa il Commonwealth ci avrebbe guadagnato. Qualunque sia la posizione ufficiale del Commonwealth, ad Harare o dopo, sta al Pakistan adesso prendere in considerazione se unirsi all’esercito, organizzare un colpo di stato, dimettersi da presidente.

