WASHINGTON, 7 febbraio 2007 (IPS) – Un altro anno cruento per la stampa di tutto il mondo: nel 2006 è cresciuto il numero di giornalisti uccisi e arrestati, riferisce il rapporto annuale della Commissione per la tutela dei giornalisti (CPJ), con sede a New York.
Il documento, dal titolo “Attacchi alla stampa nel 2006”, riporta numerosi casi di violenza e censura contro la stampa. Secondo il rapporto, nel 2006 sono stati uccisi 55 giornalisti per ragioni direttamente collegate al loro lavoro, rispetto ai 47 del 2005, e per il secondo anno di fila, riferisce il rapporto, i giornalisti iracheni rappresentano la maggioranza di quelli uccisi.
Anche il numero di operatori dei media arrestati e censurati continua a crescere, con 134 giornalisti dietro le sbarre in tutto il mondo. Tra gli arrestati, uno su tre è un giornalista web, un blogger o un redattore online, prosegue il rapporto. In quello che la CPJ definisce “la pressione più forte del governo da Piazza Tiananmen”, la Cina detiene il record mondiale, per l’ottavo anno di seguito, con 31 operatori dei media in carcere.
Il rapporto cita anche gli omicidi mirati in Russia, “l’aumento di autocrati democraticamente eletti in America Latina, e l’abolizione dello status di osservatori neutrali ai corrispondenti di guerra”, come minacce alla libertà di stampa.
Il rapporto di 323 pagine, che riferisce nel dettaglio le circostanze di ogni attacco, arriva una settimana dopo l'analogo documento annuale di Reporter senza frontiere, l’organizzazione con sede a Parigi.
”È un record preoccupante quello dei giornalisti e operatori media assassinati o messi in prigione in tutto il mondo nel 2006”, riferisce il rapporto di RSF, “e si teme per quanto potrebbe accadere nel 2007, dato che solo a gennaio sei giornalisti e quattro operatori media sono stati assassinati”. Il rapporto RSF cita diversi regimi dittatoriali, come Corea del Nord, Eritrea, Cuba e Turkmenistan tra i “colpevoli principali” nel mettere a tacere la stampa, ma giudica anche le democrazie, “altro caso in cui servono dei progressi”.
Il rapporto RSF dichiara che in Iraq 65 tra giornalisti e operatori dei media sono stati assassinati. La violenza in quello stato ha colpito il maggior numero di giornalisti mai registrato dalla CPJ.
La sintesi della CPJ per l’Iraq ha fornito cifre inferiori. Quattro giornalisti vittime di “fuoco incrociato o azioni di guerra”, e 28 assassinati, molti a seguito di minacce. Secondo il rapporto, il fuoco incrociato e altri “incidenti legati ai combattimenti” avevano causato un numero maggiore di morti tra i giornalisti nei primi due anni del conflitto.
”Quasi tutti questi omicidi sono rimasti impuniti”, ha detto all’IPS Joel Campagna, coordinatore della CPJ per il programma in Medio Oriente e Nord Africa. “Questi attacchi rappresentano il tentativo dei gruppi ribelli di minacciare l’ordine politico nel paese”.
L’Iraq è il paese al mondo che conta più giornalisti uccisi dall’invasione Usa nel marzo 2003. Secondo la CPJ, con le vittime dell’anno scorso, arriva a 97 il numero totale di giornalisti uccisi in Iraq dall’invasione. Anche trentasette tra interpreti, autisti, montatori, e impiegati d’ufficio sono stati assassinati per la loro collaborazione con la stampa.
Il rapporto evidenzia inoltre che 30 dei giornalisti uccisi lo scorso anno in Iraq sono iracheni, mentre solo due sono stranieri, entrambi residenti a Londra.
”Questo fa parte di una tendenza continua, secondo cui i giornalisti iracheni si assumono la maggior parte del rischio in questo conflitto”, ha detto Campagna. “Cresce il loro ruolo di informatori dal campo, esponendoli a un rischio maggiore: da quando i giornalisti iracheni sono diventati occhi e orecchie del conflitto, sono diventati le vittime principali”.
Il 28 giugno del 2006, il corrispondente dell'IPS Alaa Hassan è stato colpito da sei proiettili mentre guidava la sua auto per andare a lavorare a Baghdad: si trovava su un ponte già teatro di altri omicidi, e si è imbattuto in quella che si ritiene una casuale azione di violenza. Originario di Babilonia, nell’Iraq centrale, Hassan, 35 anni, ha lasciato sua moglie incinta del loro primo bambino.
Se in Iraq gli omicidi di giornalisti sono un attentato per destabilizzare il paese, in altre parti del mondo prigione, censura e violenza contro la stampa sono motivate da una pretesa di stabilità.
Il rapporto dichiara che il governo del Presidente Hu Jintao “ha realmente messo a tacere alcuni dei migliori giornalisti in Cina”. Il documento ricorda il caso di Zhao Yan, il ricercatore del New York Times in carcere dal 2004. Malgrado la pressione internazionale possa aver contribuito all’assoluzione dalle accuse di divulgazione di segreti di stato, il giornalista resta in carcere, condannato a tre anni per accuse false, senza neanche la possibilità di un processo aperto.
Alcuni paesi hanno migliorato i loro risultati durante l’anno, secondo il rapporto. All’Arabia Saudita, per esempio, è stata riconosciuta un’apertura rispetto alla sua “stampa nazionale pesantemente censurata.”
”I giornalisti locali hanno preso l’iniziativa di produrre reportage più coraggiosi su crimine, traffico di droga, disoccupazione ed estremismo religioso”, riferisce il documento.
Entrambi i rapporti di RSF e CPJ evidenziano inoltre la tendenza a pressioni discutibili sulla libertà di stampa da parte di leader eletti democraticamente. Nell’introduzione del rapporto, Joel Simon, direttore esecutivo della CPJ, cita il presidente venezuelano Hugo Chavez e il russo Vladimir Putin come “leader sofisticati che hanno creato una struttura legalizzata di controllo, intimidazione e censura all’informazione”.
”L’aumento dei 'democratators' – autocrati regolarmente eletti – è allarmante, perché rappresenta un nuovo modello di controllo governativo sulla stampa”, scrive Simon. “I democratators tollerano la democrazia –stampa libera, opposizione ai partiti politici, sistema giudiziario indipendente – ma la corrodono dall’interno”.

