WASHINGTON, 5 febbraio 2007 (IPS) – Sempre più preoccupati dell'escalation di retorica contro l’Iran da parte degli alti funzionari Usa, tra cui il presidente George W. Bush, i membri del Congresso stanno cercando di mettere dei paletti alla sua facoltà di attaccare la Repubblica islamica.
Finora, i loro sforzi si sono concentrati soprattutto su ciò che i lobbisti definiscono “Resoliferation” – e cioè la proliferazione di una serie di risoluzioni fondamentalmente non vincolanti – sia alla Camera che al Senato, nelle quali si asserisce che Bush deve chiedere l’approvazione del Congresso prima di qualsiasi attacco contro l’Iran o contro un altro paese vicino dell’Iraq.
L’ultima risoluzione, presentata la settimana scorsa da un gruppo di cinque democratici della Camera, sostiene che la stessa politica degli Stati Uniti contempla di non entrare in guerra preventiva con l’Iran, e vieta lo stanziamento da parte del Congresso di fondi per azioni segrete tese a realizzare un cambiamento di regime, o una qualsiasi azione militare contro Teheran, in assenza di una minaccia imminente.
Diversi autorevoli senatori hanno anche chiesto apertamente all’amministrazione se ritiene di avere l’autorità costituzionale per portare avanti un’azione militare contro l’Iran senza l’approvazione del Congresso.
“L’amministrazione pensa di avere l’autorità per intraprendere un’azione unilaterale contro l’Iran, in mancanza di una minaccia diretta, senza l’approvazione del Congresso?”, ha chiesto il neoeletto democratico della Virginia James Webb, durante una testimonianza del Segretario di Stato Condoleezza Rice, l’11 gennaio. La Rice ha detto che avrebbe risposto in un secondo momento.
Webb, che è stato per qualche giorno sotto le luci dei riflettori, dopo aver portato la durissima risposta dei democratici al discorso di Bush sullo stato dell’Unione, ha ribadito la sua domanda in una lettera risoluta alla Rice, che ha fatto parlare molto di lui anche nei giorni successivi. “Si tratta, in sostanza, di una domanda che esige un sì o un no, su una questione urgente che riguarda la politica estera del nostro paese”, ha scritto.
In realtà, il fatto che l’amministrazione non abbia ancora dato nessuna risposta formale a domande come quelle poste da Webb, ha alimentato i timori a Capitol Hill e altrove che la Casa Bianca pensi non solo che la risposta sia sì, ma anche di attaccare l’Iran, e presto anche.
A queste paure si sono poi da poco aggiunte una serie di nuove accuse, in particolare dagli alti ufficiali militari, che Teheran stia rifornendo le milizie irachene sciite di armi che andrebbero dalle mortali testate perforanti EFP, o proiettili autoforgianti, al tipo di razzi katyusha usati dagli Hezbollah in Libano nella guerra con Israele la scorsa estate, ma che sembra non siano ancora stati usati in Iraq.
Per di più, i funzionari Usa sostengono che gli iraniani starebbero dietro al sofisticato attacco del 20 gennaio contro un complesso governativo a Karbala, nel quale è morto un soldato e altri quattro sono stati sequestrati e poi uccisi.
L’incidente, sul quale è in corso un’inchiesta, ha anche alimentato i sospetti che possa trattarsi di una rappresaglia per la cattura di alcuni ufficiali della sicurezza e diplomatici iraniani nel corso di due raid delle forze Usa nelle ultime cinque settimane. Cinque di questi iraniani sono ancora tenuti prigionieri.
”Abbiamo catturato degli individui sospettati di consegnare tecnologie esplosive molto sofisticate nelle mani di gruppi di ribelli sciiti, che poi le utilizzerebbero per colpire e uccidere i soldati americani”, ha dichiarato il sottosegretario di Stato per gli affari politici Nicholas Burns in un’intervista alla Radio pubblica nazionale.
“È una situazione molto grave. E il messaggio è: l’Iran dovrebbe farla finita e desistere”, ha aggiunto Burns, il quale, chiaramente cosciente dei crescenti timori circa le intenzioni dell’amministrazione, ha più volte ribadito che Washington non avrebbe intenzione di attaccare l’Iran per rappresaglia.
”Non intendiamo oltrepassare il confine in Iran, non vogliamo colpire l’Iran, nello stesso modo in cui siamo entrati in Iraq”, ha detto, lasciando palesemente aperta la possibilità che Washington possa invece attaccare l’Iran per altre ragioni; proprio come l’avvertimento lanciato da tempo da Bush, secondo cui “tutte le opzioni rimangono aperte” rispetto al programma nucleare di Teheran.
Alcuni osservatori qui hanno a lungo pensato che, in mancanza di una soluzione diplomatica alla richiesta Usa che l’Iran congeli il suo programma di arricchimento dell’uranio, Bush intenda attaccare le attrezzature nucleari iraniane prima della scadenza del suo mandato. E i timori del Congresso sono aumentati dopo il discorso del presidente del 10 gennaio sulla strategia per l’Iraq.
In quel discorso, Bush accusava sia l’Iran che la Siria di aver lasciato entrare e uscire liberamente dall’Iraq “terroristi e insorgenti”, e in particolare imputava all’Iran di aver “fornito supporto materiale agli attacchi contro le truppe americane”. In risposta, il presidente annunciava lo spiegamento di un secondo gruppo portaerei d’attacco nel Golfo e prometteva di “distruggere la rete che addestra e rifornisce di armi i nostri nemici in Iraq”.
Questo appena qualche ora dopo la cattura da parte delle forze Usa dei funzionari iraniani, non ancora rilasciati, in un raid nel consolato iraniano nella città kurda irachena di Irbil.
La reazione a Capitol Hill è stato istantanea. “Mettere in moto questo tipo di politica di cui parla il presidente, è molto, molto pericoloso”, ha detto il senatore repubblicano Chuck Hagel alla Rice, il giorno dopo l’udienza nella quale Webb chiedeva alla stessa Rice se l’amministrazione ritenesse di avere l’autorità di attaccare l’Iraq; una questione sollevata anche dal nuovo presidente della Commissione relazioni estere del Senato, il senatore Joseph Biden.
Da allora, e nonostante la crescente ondata di accuse da parte dell’amministrazione e degli ufficiali militari circa il presunto sostegno di Teheran alle milizie sciite, il commesso del Congresso ha ricevuto un numero sempre maggiore di risoluzioni per far tendere l’amministrazione verso una posizione meno belligerante.
Il 16 gennaio, il deputato repubblicano dell’Oregon Peter DeFazio ha presentato una risoluzione sostenuta da 18 democratici, tra cui l’autorevole presidente della sottocommissione della Camera per gli stanziamenti alla difesa, nella quale si dichiarava che Bush non aveva l’autorità per intraprendere un’azione militare contro l’Iran senza l’approvazione del Congresso. Biden ha poi dichiarato di voler adottare una misura analoga al Senato.
Il 18 gennaio, un altro gruppo bipartisan, che includeva Murtha e il repubblicano Walter Jones, ha presentato una seconda risoluzione secondo la quale il presidente dovrebbe chiedere l’autorizzazione del Congresso prima di poter usare la forza contro l’Iran senza un “attacco da parte dell’Iran palesemente imminente” contro gli Usa o le sue forze armate.
A questa disposizione ne è seguita un’altra diversi giorni dopo, firmata anche da Murtha, oltre che da altri otto membri del Congresso, in cui si esprimeva la volontà del Congresso che Bush attuasse la raccomandazione – da lui esplicitamente rifiutata – dell’Iraq Study Group, guidato dall’ex segretario di Stato James Baker e dall’ex repubblicano Lee Hamilton, secondo cui Washington si deve “impegnare direttamente con l’Iran e la Siria” per cercare di stabilizzare l’Iraq.
Il 24 gennaio, il senatore Robert Byrd, il membro con maggiore anzianità al Senato, ha presentato un’altra risoluzione ispirata alla “volontà del Senato” sulla necessità dell’approvazione del Congresso per qualsiasi azione militare offensiva contro un’altra nazione; una posizione che è stata esplicitamente approvata rispetto all’Iran dal leader della maggioranza al Senato Harry Reid.
Sebbene tutte queste risoluzioni non siano vincolanti, o comunque includano provvedimenti che potrebbero essere facilmente ignorati o elusi da una Casa Bianca determinata ad andare in guerra e intenzionata ad architettare una qualsiasi provocazione per riuscirci, gruppi di lobby e attivisti sia a sinistra che a destra si augurano che esse siano almeno una spina nel fianco per i falchi dell’amministrazione.
“È tempo che il Congresso si concentri su questo problema, e cerchi di rimpossessarsi del suo diritto costituzionale di dichiarare guerra, e non si limiti a firmare un assegno in bianco al presidente”, ha detto Carah Ong, esperto iraniano del Centro per il controllo e la non-proliferazione delle armi, che coordina gli sforzi contro la guerra di una cinquantina di gruppi di tutti gli schieramenti.

