POLITICA-SOMALIA: La sicurezza appare fragile

WASHINGTON, 8 gennaio 2007 (IPS) – Nonostante l’euforia diffusa negli ultimi mesi tra i funzionari Usa, per la disfatta inaspettatamente rapida delle Corti islamiche da parte dell’Etiopia e del governo federale di transizione (TFG), permane un forte scetticismo sulla possibilità che la nazione africana, da tempo sofferente, possa recuperare la stabilità.

Ora molto dipende, secondo gli esperti, dalle probabilità di persuadere lo stizzoso TFG a fare ampie concessioni, per portare gli elementi moderati dell’Unione delle Corti islamiche (ICU) e i suoi clan affiliati dentro il governo, come parte di un insediamento politico fondato su un’ampia base.

Senza progressi tangibili in questa direzione, le nazioni africane saranno molto reticenti a contribuire con i propri eserciti ad una qualsiasi forza di peacekeeping destinata a sostituire le forze etiopi, che hanno capeggiato la campagna militare e portato il TFG nella capitale, Mogadiscio.

Quanto al presidente etiope Meles Zenawi, questi sembra intenzionato a ritirare le proprie truppe, dal momento che la loro presenza, soprattutto nella capitale, potrebbe essere e verrebbe usata per convogliare il sentimento nazionalista contro l’Etiopia, tradizionale nemico della Somalia, e contro il TFG.

”Gli etiopi hanno fatto capire chiaramente che vogliono ritirarsi il più presto possibile”, secondo una fonte diplomatica bene informata, che non vuole essere rivelata. “Hanno raggiunto il loro obiettivo di mandare via le Corti islamiche, e adesso vogliono andarsene perché sanno che diventeranno il bersaglio di ogni sorta di reazioni”.

Al tempo stesso, tuttavia, sia Meles che il TFG non sanno se e in che misura le forze della ICU – che, dopo aver subito gravi perdite nei primi giorni di scontri intorno alla capitale provvisoria Baidoa, hanno abbandonato Mogadiscio e altre città sulle quali detenevano il controllo – siano state effettivamente sconfitte.

”Non credo che gli etiopi se ne andranno tanto presto, perché Meles sa che se lo farà, gli islamici torneranno a prendere il controllo, e il TFG non ha la forza per fermarli”, ha detto Ted Dagne, esperto del Corno d’Africa presso il Congressional Research Service (CRS).

”Potrebbe sembrare che gli islamici siano stati sconfitti, ma in realtà non hanno fatto altro che passare in clandestinità”, ha detto all’IPS. “Non sappiamo cosa faranno, né come riemergeranno”.

”Molti membri delle milizie (delle Corti) si sono più o meno dileguati”, secondo la fonte diplomatica. “Ma sono ancora lì; sono ancora armati, e c’è la possibilità concreta di una loro rivolta, se non verrà determinato un qualche insediamento politico”.

L'ICU ha fatto la sua comparsa sulla scena internazionale la scorsa estate sconfiggendo una coalizione di warlords sostenuta dagli Usa, che è stata cacciata da Mogadiscio. Washington aveva accusato le Corti di ospitare tre sospetti membri di al Qaeda, presumibilmente coinvolti nei bombardamenti delle ambasciate di Nairobi e Dar es Salam del 1998.

Nel corso dell’estate e dell’autunno, le Corti, appoggiate da clan importanti e uomini d’affari, hanno esteso il loro fermo controllo su quasi tutto il resto del paese, a quanto pare conquistando un notevole successo popolare per aver ripristinato la sicurezza, la legge e l’ordine in città e villaggi che sin dal 1991 erano stati sede degli scontri tra i signori della guerra.

Durante la loro avanzata, tuttavia, Meles, che accusava le Corti di sostenere i ribelli somali in Etiopia, inviò 8000 soldati a Baidoa per difendere il TFG e aiutarlo ad addestrare le sue truppe.

Tra le crescenti tensioni suscitate tanto dalla presenza delle truppe etiopi quanto dall’approvazione di una risoluzione sostenuta dagli Usa da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che liberava la forza di peacekeeping a sostegno del TFG da un lungo embargo sulla fornitura di armi alla Somalia, le milizie della ICU hanno attaccato la capitale provvisoria a metà dicembre, ma sono state rapidamente travolte dalla schiacciante superiorità dalle forze armate etiopi.

L’amministrazione Bush non ha tenuto nascosto il suo sostegno all’Etiopia, le cui forze armate, probabilmente le più potenti in tutta l’Africa sub-sahariana, hanno ricevuto negli ultimi dieci anni consistenti aiuti e addestramento militari da parte degli Usa.

Alla vigilia dell’attacco delle Corti, Jenayi Frazer, vice segretario di Stato Usa per le questioni africane, aveva dichiarato alla stampa che la leadership delle Corti “è ora controllata da cellule di al Qaeda… (che sono) terroristiche”, e il Dipartimento di Stato ha quindi difeso la controffensiva dell’Etiopia in risposta all’“aggressione” degli islamici.

Oltre allo scambio di informazioni con gli etiopi, nelle ultime settimane gli Usa avrebbero anche schierato delle navi a largo della costa meridionale della Somalia, al confine con il Kenya, dove sembra si siano ritirati alcuni degli elementi più radicali delle milizie delle Corti, nella speranza di impedire la loro fuga via mare.

Benché si dicano molto soddisfatti della sconfitta delle Corti, i funzionari Usa sembrano sempre più consapevoli della fugacità della vittoria, in particolare se non verrà costituita una forza di peacekeeping in grado di sostituire gli etiopi prima che Meles decida di ritirare il proprio esercito.

Così, Washington si è concentrata nell’ultima settimana innanzitutto sul convincere l’Uganda, che aveva promesso all’inizio dell’autunno di contribuire con 1000 soldati ad una forza di peacekeeping, di prepararsi ad un pronto schieramento. La scorsa settimana Fraser si è incontrato con Meles e con il presidente ugandese Yoweri Museveni ad Addis Abeba. “Museveni sta subendo forti pressioni”, ha sostenuto la fonte diplomatica.

Ma gli analisti della regione ritengono che Museveni, le cui truppe mancano dell’esperienza sul campo e dell’equipaggiamento pesante degli etiopi, non adempierà alle sue promesse in mancanza di un fermo impegno da parte di altri stati africani, secondo David Shinn, ex ambasciatore in Etiopia e docente alla Johns Hopkins School for Advanced International Studies.

“Non credo che si farebbero avanti se non lo facesse nessun’altro”, ha detto, riferendo di voci secondo cui Nigeria e Sudan sembrerebbero disposte ad inviare delle truppe, ma che, finora, una forza di mantenimento della pace “rimane ancora il frutto della fantasia di alcuni”. Ha poi sottolineato che il tempo sta per scadere. “Gli etiopi non potranno restare intorno a Mogadiscio e in Somalia per più di qualche settimana”, ha sostenuto.

Intanto, i diplomatici europei incontratisi a Bruxelles la settimana scorsa hanno evidenziato l’importanza di costituire un insediamento politico su un’ampia base che porterebbe nel TFG i membri moderati delle Corti – alcuni dei quali si trovano ancora a Mogadiscio o a Nairobi – e i loro clan affiliati, in particolare gli Hawiye che predominano a Mogadiscio.

Per come stanno le cose, il governo di transizione rimane un gruppo eterogeneo e collerico di signori della guerra e leader di clan con uno scarso appoggio, se non addirittura privi di un sostegno, nella stessa capitale; un fatto reso palese dalla mancanza quasi totale di una risposta alla sua richiesta di consegnare tutte le armi alle forze di sicurezza del TFG in settimana.

Ma rimangono forti dubbi che il TFG, e in particolare il suo primo ministro Ali Mohammed Gedi, sia davvero intenzionato o disposto a fare i necessari compromessi. “Gedi non ispira fiducia”, osserva la fonte diplomatica, “e ci sono seri dubbi che questa gente del TFG possa adempiere alle aspettative. E se non lo faranno, le possibilità che si organizzi una rivolta aumentano vertiginosamente”.

Negli ultimi giorni, Washington si è mostrata più comprensiva circa l’importanza attribuita dagli europei ad un insediamento politico, secondo Dagne. “Potremmo assistere a qualche piccolo cambiamento nella politica, verso una maggiore enfasi sul dialogo e sull’importanza di portare gli elementi moderati nel gruppo, nonostante le maggiori pressioni (di Washington) sull’Uganda e su altre nazioni africane perché contribuiscano con le loro truppe”.

“Ma l’unico modo di arrivare a questo – ha aggiunto – è portando il grosso della leadership (delle Corti) dentro il governo, per mostrare a tutti che non è necessaria nessuna rivolta”.