JOHANNESBURG, 17 ottobre 2006 (IPS) – Dodici anni dopo la fine dell’apartheid, la povertà resta una delle sfide principali che il Sudafrica deve fronteggiare, sebbene vi siano opinioni divergenti sul suo effettivo grado di diffusione.
“La povertà è aumentata in tutti i gruppi razziali. Molte persone di diversi gruppi sperimentano gli stessi problemi”, ha detto all’IPS Hassen Lorgat, responsabile campagne e comunicazioni presso la South African National NGO Coalition (Sangoco), con sede nel centro finanziario sudafricano di Johannesburg.
Greg Ruiters, dell’Istituto per la ricerca sociale ed economica presso la Rhodes University, nella provincia del Capo orientale, la pensa in modo un po’ diverso.
“La povertà assoluta non è tanto grave quanto durante l’apartheid”, ha dichiarato in un’intervista all’IPS. Ma “la povertà relativa tra i ricchi e i poveri è in aumento. E questo è preoccupante”.
Il Congresso dei sindacati sudafricani (South African Trade Unions) mette in relazione povertà e disoccupazione.
“La disoccupazione, sia considerando il dato ristretto del 27 per cento, che esclude le persone troppo scoraggiate per cercare lavoro, che la definizione più ampia e realistica del 41 per cento, è ancora troppo alta”, ha detto ad agosto Bheki Ntshalintshali, vice segretario generale dell’organizzazione, al sindacato dei lavoratori comunali del Sudafrica nella città costiera di Port Elizabeth.
“Troppe delle nostre famiglie e comunità soffrono la miseria di una povertà opprimente, solo perché non ci sono lavori che portino soldi e quindi il cibo sulla tavola”.
Il livello di povertà deriva anche dagli effetti persistenti della segregazione istituzionalizzata, che escludeva in larga misura i sudafricani neri dall’economia.
“Non credo che la situazione sia cambiata”, ha commentato all’IPS Cathy Gush, direttore del Centro per lo sviluppo sociale della Rhodes University. “In base all’esperienza nelle comunità con le quali lavoriamo, la situazione non è migliorata”.
Un documento di discussione, il “Macro-Social Report”, pubblicato a giugno dal governo, evidenzia tra le altre cose le sfide da affrontare per aiutare la comunità maggioritaria dei neri a superare la povertà.
“Nonostante il significativo e rapido avanzamento degli africani nel ceto medio, in realtà la popolazione che appartiene a questo ceto è composta per il 7,8 per cento da africani; per il 15,6 per cento dalle persone di colore (razza mista); per il 20,7 per cento dagli indiani, e per il 33 per cento dai bianchi”, segnala il rapporto.
Secondo le statistiche ufficiali, i neri rappresentano il 78 per cento della popolazione sudafricana, di 46,9 milioni di persone; i bianchi sono il 9,6 per cento, la popolazione di colore l’8,9 per cento, e gli indiani il 2,5 per cento.
Delle cause della povertà in Sudafrica e in altre parti del mondo si parlerà oggi martedì 17, giornata mondiale contro la povertà.
In occasione di questa giornata, la Global Call for Action Against Poverty (GCAP), ombrello di un vasto numero di gruppi della società civile, ha organizzato la campagna “Stand Up Against Poverty”, intesa a stabilire un record mondiale del numero di persone che letteralmente si sono “alzate in piedi contro la povertà” in contemporanea domenica 15 e lunedì 16 ottobre.
Laura de Lange è tra le persone che hanno sostenuto l’iniziativa contribuendo ad organizzare le persone in Sudafrica all’insegna di questa campagna.
“Sono una ragazza bianca, di 16 anni, appartenente alla classe media. Questo può non sembrare significativo, ma è triste quanto influisca sulla mia vita quotidiana”, ha spiegato Lange all’IPS, osservando che ogni giorno si trova di fronte alla povertà.
“Quando prendo la macchina dei miei genitori per andare a scuola, quando vado al bar con gli amici, quando faccio volontariato a contatto diretto con la comunità, vedo la gente che vive all’aperto, sui terreni non ancora edificati dai costruttori ricchi”, ha riferito la studentessa alla Sutherland High School di Centurion, vicino alla capitale Pretoria.
“Vedo le loro case fatte di plastica e rifiuti, ha proseguito. Sento le loro voci sommesse o più animate, mentre aspettano il proprio turno per un pasto caldo dal pentolone comune. Sento le loro mani ruvide, mentre passo loro la scodella di minestra, grazie alla quale forse potranno vivere un po’ più a lungo”.
“E so che questo finirà”.
Sarita Pillay, un’altra attivista di 16 anni, racconta esperienze simili.
“Non è facile chiudere semplicemente gli occhi quando la realtà della povertà è ovunque. Una mamma con il proprio figlio che chiede l’elemosina davanti ad una BMW ferma al semaforo è una scena ricorrente in Sudafrica”, ha detto la studentessa del Sagewood College di Midrand, vicino Johannesburg.
“Non è giusto vivere in un paese dove c’è chi vive in una baracca e riesce appena a sbarcare il lunario, mentre ad appena qualche chilometro qualcun’altro abita in una villa imponente con tre macchine”, ha aggiunto.
“La povertà mostra una distribuzione ingiusta delle risorse mondiali, mentre è stato dimostrato che questo problema può essere fronteggiato. Il problema della povertà deve essere affrontato di petto, e non ignorato”.
Noziphozonke Hlophe, una volontaria di 21 anni coordinatrice dell’Ong Oaktree Foundation, ha sostenuto l’iniziativa “Stand Up Against Poverty” nella città portuale dell’Oceano indiano di Durban.
“Vogliamo dire al governo, che nell’ambito degli Obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite ha promesso di dimezzare la povertà entro il 2015, di mantenere il proprio impegno. Il governo si sta muovendo molto lentamente”, ha detto all’IPS.
Lorgat, di Sangoco, pensa che le imprese debbano svolgere un ruolo maggiore negli sforzi per alleviare la povertà.
“Penso che il governo stia facendo degli sforzi per ridurre la povertà. Ma il governo da solo non è forte quanto il settore privato. Quest’ultimo sta deludendo il paese”, ha sostenuto. “Il governo deve creare le condizioni per assicurare che il settore privato si dia da fare”.
Gush pensa che l’assistenza sociale, come il sussidio di 25 dollari che il governo stanzia ogni mese per i bambini bisognosi, stia facendo la differenza nella vita dei poveri. Ma ha anche delle riserve al riguardo.
“Il problema è che alle volte le persone abusano del sussidio e con quei soldi comprano l’alcol. Affidarsi agli aiuti può uccidere l’iniziativa”, osserva.
“Non dico che gli aiuti siano negativi. Ma non generano spirito d’iniziativa per fronteggiare la povertà, e causano una sindrome da dipendenza”.
Il ministro delle finanze Trevor Manuel, nella presentazione di bilancio lo scorso febbraio, ha dichiarato che il governo stava sborsando 9,3 miliardi di dollari l’anno, ossia il 3,4 per cento del prodotto interno lordo, destinati a più di 10 milioni di beneficiari: “I sussidi sociali – ha affermato – contribuiscono per oltre la metà al reddito del 20 per cento dei nuclei familiari più poveri, e sono raddoppiati in termini reali negli ultimi cinque anni”.
Alla conferenza tenutasi la scorsa settimana a Johannesburg, si è anche osservato che i trasferimenti diretti di denaro hanno dimostrato di migliorare la vita dei beneficiari, e lo stato delle economie locali. L’incontro è stato organizzato da Oxfam-Gran Bretagna, dalla Southern African Regional Poverty Network, un’organizzazione non-profit con sede a Pretoria, e dal Programma regionale per la fame e la vulnerabilità. L’iniziativa, con sede a Johannesburg, è stata inoltre sostenuta dai governi britannico e australiano.
Gush sostiene inoltre che per combattere la povertà in modo più efficace è essenziale un maggiore coordinamento tra i diversi ministeri statali.
“I diversi ministeri, come quello per l’educazione, il lavoro (e) la salute, lavorano in modo indipendente – ha sottolineato. Manca un approccio olistico per fronteggiare i problemi insieme”.

