MANAGUA, 4 settembre 2006 (IPS) – Una grave siccità impedisce alle compagnie elettriche del Nicaragua di funzionare a pieno ritmo. La crisi energetica ha scatenato le proteste verso la fine di agosto, quando i tempi del razionamento elettrico hanno raggiunto le 15 ore al giorno.
Dopo quattro mesi di blackout, migliaia di persone si sono riversate nelle strade della capitale per chiedere la rimozione della multinazionale Unión Fenosa, principale fornitore di energia elettrica nel paese, e a cui i residenti imputano la crisi del servizio.
Nella città sudorientale di Masaya, nel corso delle manifestazioni, i dimostranti hanno lanciato pietre contro gli uffici della compagnia.
L’impresa, con sede in Spagna, e che dal 2000 ha un contratto per la fornitura in Nicaragua, ha voluto chiarire le proprie responsabilità sostenendo che il deficit energetico del paese (valutato intorno ai 140 megawatt) sarebbe dovuto ai difetti di diversi generatori elettrici e all’impennata nei prezzi del petrolio, ma in particolare agli scarsi livelli di acqua nei bacini idrici della diga di Apanás.
David Castillo, presidente dell’Istituto energetico del Nicaragua, ha annunciato che l’impresa idroelettrica statale Hidrogesa, che produce energia dal lago artificiale di Apanás, aveva smesso di operare a causa della siccità.
La diga di Apanás, nel dipartimento settentrionale di Jinotega, produce normalmente il 23 per cento dell’elettricità consumata in Nicaragua.
Secondo Castillo, la prossima estate la centrale energetica potrebbe subire un collasso, a causa della mancanza d’acqua.
Il presidente Enrique Bolaños ha avvertito che se non pioverà nei prossimi giorni, la crisi energetica si aggraverà, insieme al malcontento pubblico.
Alcuni esperti associano la penuria d’acqua alla diffusa deforestazione, e ammoniscono che l’abbattimento indiscriminato degli alberi deve essere fermato.
“Stiamo perdendo (l’acqua) a ritmi vertiginosi. Nelle riserve abbiamo una media di 38.000 litri d’acqua pro capite, ma i principali bacini sono colpiti dalla siccità provocata dalla deforestazione”, ha detto in un’intervista a IPS-Tierramérica Salvador Montenegro, direttore del Centro di ricerca sulle risorse idriche (CIRA) presso l’Università nazionale autonoma del Nicaragua.
La diga di Apanás rifornisce 41.000 chilometri quadrati di area urbana, proprio dove nascono le fonti sotterranee che alimentano i due grandi laghi del paese: il Xolotlán, inquinato da oltre 50 anni, e il Cocibolca, anch’esso colpito dall’inquinamento negli ultimi vent’anni.
Sebbene Montenegro non abbia dati precisi sulla quantità d’acqua che il Nicaragua avrebbe perso a causa della distruzione delle foreste, alcuni segnali rivelano una grave situazione ambientale nel paese.
Nel 1964, il lago Apanás ricopriva un’area di 60 chilometri quadrati, che comprendeva boschi litorali. Oggi si è ridotto a 50 chilometri quadrati, a causa dell’abbattimento degli alberi nell’area circostante, che ha portato alla scomparsa del fiume Viejo de Jinotega, che alimentava il bacino.
Secondo il segretario municipale per l’ambiente di Jinotega, María Teresa Centino, il lago artificiale ha perso volume a seguito della deforestazione del suo bacino, e dell’irrigazione incontrollata dei campi vicini.
Gli studi del CIRA indicano che negli altopiani meridionali di Carazo, i pozzi stanno perdendo quasi un metro di portata ogni anno, mentre nelle catene montuose che circondano la capitale, le perdite sono state di quasi 10 metri negli ultimi otto anni.
“Se continuiamo così, saremo costretti a cambiare nome alla capitale. Si chiama Managua perché, un tempo, da questa terra sgorgava l’acqua perforando appena la superficie”, ha osservato Montenegro.
Gli esperti avvertono che la superficie vegetale del paese si è drammaticamente ridotta. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), in Nicaragua sarebbe scomparso l’85 per cento delle foreste aride e il 65 per cento delle foreste pluviali.
Il governo nicaraguense sostiene che questi dati sono “approssimativi”, e ha decretato lo stato d’emergenza in diversi dipartimenti del paese, dove l’esercito ha l’ordine di ispezionare i veicoli che trasportano legname per prevenire il traffico illegale dei materiali boschivi.
La misura è ancora in vigore, ed è stata rafforzata con la creazione di una legge sull’ambiente che punisce i reati contro le foreste e le fonti idriche.
Ma secondo Jaime Morales, presidente della Commissione per l’ambiente dell’Assemblea nazionale, queste misure giungono in ritardo.
“La maggior parte (l’80 per cento) dei bacini del paese sono contaminati e in degrado. Ciò che possiamo fare è evitare che si continuino a perdere, e preservarli”, ha affermato Morales.

