ROMA, 21 luglio 2006 (IPS) – Il consiglio dei ministri ha autorizzato la fiducia sul disegno di legge di rifinanziamento delle missioni all'estero da utilizzare al Senato nel caso in cui si rendesse necessaria.
La maggioranza non è infatti riuscita a far rientrare il dissenso degli otto senatori “dissidenti”, che chiedono al Governo di adottare una “exit strategy” dei militari italiani anche da Kabul.
Il voto di fiducia sembra l'unica soluzione percorribile per evitare ripercussioni sul governo.
La mozione presentata dall’Unione aveva introdotto un elemento nuovo: “Nell'ambito delle operazioni di rifinanziamento delle missioni militari, introdurremo in parlamento una commissione permanente per il monitoraggio di tutti gli impegni internazionali dell'Italia, incluso quello in Afghanistan”, ha detto all'IPS Marina Sereni, vice capogruppo dell'Ulivo.
“La commissione parlamentare verificherà se la presenza dell'Italia e le sue attività sono coerenti con gli obiettivi fissati dal governo – la normalizzazione e pacificazione del paese – prima di consegnare la responsabilità nelle mani del governo di Kabul”.
Il meccanismo di monitoraggio, ha spiegato Marina Sereni, “sarà rivolto in particolare al supporto della missione Usa, considerando anche la possibilità e i tempi per una nostra graduale uscita, e confermando al tempo stesso il sostegno alla missione della NATO (Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico) al fianco degli altri partner europei”.
L'Italia contribuisce con circa 1.300 soldati alla Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf) della NATO in Afghanistan. La missione di Isaf è oggi guidata dal generale britannico David Richards, che ha sostituito a maggio il generale italiano Mario del Vecchio.
Uno degli obiettivi di Isaf è mantenere la sicurezza in Afghanistan, e promuovere lo sviluppo delle istituzioni del paese mediante gli aiuti umanitari e le attività di ricostruzione. Ma Isaf appoggia anche la nota operazione Usa Enduring Freedom contro il terrorismo internazionale nel territorio afgano.
La crescente ambiguità sulle due iniziative militari – la prima considerata più “civil-oriented”, mentre la seconda chiaramente militare – è al centro del dibattito italiano.
Se ne è discusso ieri nel corso del primo di una serie di “instant talks” organizzati dall'Agenzia Italia (AGI) per discutere i grandi temi dell'attualità insieme ai loro protagonisti.
Militari ed Organizzazioni non governative nelle aree di conflitto. Un rapporto di intensa collaborazione ma anche di grandi difficoltà, come in Iraq e Afghanistan, dove le Ong hanno dovuto rifiutare ogni forma di collaborazione.
“Il ruolo delle unità militari nel paese è estremamente confuso”, ha detto all'IPS Nino Sergi, segretario generale di Intersos, una delle più grandi organizzazioni non governative italiane che lavora in Afghanistan dal 2001. “Queste unità comprendono forze di combattimento, forze di stabilizzazione e forze di ricostruzione. Ma alla fine è come dire nessuna di queste”.
La popolazione afgana, provata da anni di guerra, non si fida di loro, ha proseguito Sergi. “E ciò complica anche le nostre relazioni con la popolazione locale, rendendo più difficile il nostro lavoro. L'aiuto umanitario deve essere separato in maniera chiara dalla responsabilità politica delle missioni militari”.
Riconosciamo il ruolo dell’esercito nella protezione della popolazione, ha dichiarato. “Abbiamo noi stessi collaborato con loro in Somalia, Bosnia, Mozambico, Kosovo e Pakistan”. Ma in Afghanistan, ha detto Sergi, il governo deve avviare una seria valutazione di ciò che è stato fatto prima di decidere per una “exit strategy” o per altre opzioni.
E’ dello stesso avviso la viceministra degli esteri Patrizia Sentinelli. “La cooperazione deve uscire dal Prt, il team di ricostruzione provinciale che fa capo alla missione militare Isaf, di Herat”, ha dichiarato la viceministra all'Instant Talk dell'Agi.
“Il ruolo della cooperazione e delle organizzazioni non governative – ha spiegato la Sentinelli – mi dice che non ci possono essere commistioni con le missioni militari. Dunque dovremo garantire la cooperazione senza essere all'interno del Prt esistente”.
Romano Prodi considera l'estensione del finanziamento un segnale importante per far capire ai partner europei che l’Italia è un membro affidabile della NATO.
Il Segretario Generale dell'Onu Kofi Annan lo ha incontrato a Roma il 12 luglio scorso, proprio nel mezzo della dibattito in corso. In quell’incontro, Annan ha parlato di “collaborazione e relazioni eccellenti stabilite con l'Italia” nel sostegno alla missione afgana.
“Non possiamo permettere a un paese di affrontare situazioni così drammatiche da solo “, ha dichiarato. Le truppe italiane, gli Stati Uniti e gli altri paesi della NATO hanno giocato un ruolo “fondamentale” per il mantenimento della stabilità in Afghanistan, ha aggiunto.
In un'intervista al quotidiano Il Sole 24 Ore, anche il presidente americano Bush aveva chiesto al governo italiano di rimanere con gli alleati NATO in Afghanistan per collaborare alla ricostruzione del paese.
“Chiunque debba decidere se rimanere o meno in Afghanistan dovrebbe guardare alle conseguenze di un fallimento e prendere in considerazione i vantaggi reali della libertà per la popolazione afgana”, è la dichiarazione del presidente Usa riportata dal quotidiano.
Altre voci italiane dall'Afghanistan la pensano diversamente.
“Dopo la caduta del regime talebano, Kabul è schiacciata da delinquenza, prostituzione, consumo di droghe, inquinamento e prezzi inaccessibili, e le ambasciate straniere sono come dei bunker”, ha detto da Kabul Gino Strada, chirurgo e capo dell'organizzazione medica internazionale Emergency, in un’intervista riportata dal quotidiano La Repubblica. Emergency opera in Afghanistan dal 1999.
Secondo Strada tutte le truppe straniere dovrebbero lasciare il paese. “Siamo sicuri che cinque anni fa la situazione fosse peggiore?”.
In un'assemblea convocata a Roma sabato scorso da otto rappresentanti dell'ala pacifista della coalizione di Romano Prodi, diversi senatori “dissidenti” – sostenuti da molti leader politici, gruppi della società civile e figure di spicco del mondo della cultura – avevano ribadito il loro voto contrario alla Camera.
Il primo ostacolo è stato infatti oltrepassato con molte difficoltà. Con 298 voti a favore e 249 contrari la Camera dei Deputati ha approvato la mozione sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. Clamorosa la protesta di Paolo Cacciari, che ha annunciato le sue dimissioni da parlamentare del partito della Rifondazione Comunista e non ha preso parte alla votazione.

