BIRMANIA: Segnali di apertura dalla giunta

BANGKOK, 23 maggio 2006 (IPS) – A giudicare da come il regime militare birmano agisce normalmente, è stata una vittoria per la diplomazia internazionale. Lo scorso fine settimana, la giunta sembra aver fatto un passo indietro, permettendo ad un alto funzionario delle Nazioni Unite di incontrare la leader del movimento democratico Aung San Suu Kyi, attualmente agli arresti.

L’incontro di un’ora tra il sottosegretario generale per gli affari politici dell’Onu Ibrahim Gambari e Suu Kyi, in una residenza governativa riservata agli ospiti, è stato concesso dopo due anni di rifiuti da parte della giunta che negava agli inviati Onu persino il visto di entrata nel paese.

Il successo di Gambari – laddove alti delegati Onu avevano fallito – nell’incontro con Suu Kyi, che ha trascorso agli arresti domiciliari più di 10 degli ultimi 17 anni, evidenzia l’importanza che il Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo (SPDC), nome ufficiale della giunta, ha accordato a questa visita.

Perciò, la visita di tre giorni in Birmania dell’alto inviato, conclusasi sabato scorso, è stata vista da alcuni osservatori come un segno che il regime militare comincia a sentire le pressioni dell’Onu per la sua storia di oppressione. “La campagna per far discutere della Birmania al Consiglio di Sicurezza dell’Onu sta funzionando”, ha detto all’IPS Debbie Stothard, dell’Alternate ASEAN Network on Burma (ALTSEAN), una lobby regionale per i diritti. “A Gambari è stato concesso di visitare i membri più importanti dell’opposizione”.

Il disappunto dell’organizzazione mondiale per il fallimento della Birmania nel riportare la democrazia nel paese, e per i suoi pessimi precedenti sui diritti umani, ha assunto negli ultimi mesi toni sempre più accesi.

Lo scorso dicembre, Gambari ha presentato un aspro rapporto al Consiglio di Sicurezza, in cui si elencavano i tanti orrori imposti alla popolazione birmana da una dittatura brutale. Tra questi, ad esempio, villaggi bruciati, attacchi sistematici contro i civili, lavoro forzato e una emergente crisi umanitaria.

In altre due risoluzioni dell’organismo più potente dell’Onu – sui bambini soldato e sull’abuso dei civili nei conflitti – la Birmania figura nella lista dei paesi violatori.

Oltre all’Onu, anche il governo degli Stati Uniti (Usa) e l’Unione europea hanno aumentato le pressioni sul governo del paese asiatico, intimandogli di allentare il pugno di ferro al potere, liberare i prigionieri politici, porre fine agli attacchi contro le minoranze etniche, oppure affrontare le conseguenze, come le sanzioni. Giovedì scorso, il presidente Usa George W. Bush ha rinnovato le sanzioni di Washington alla Birmania, che includono il divieto di esportazione dei prodotti locali sul mercato americano.

Fortunatamente, Gambari non dovrà aspettare a lungo per accertare la serietà delle decisioni dei generali al governo nel discutere del destino di Suu Kyi. Dopotutto, la libertà per la leader sessantenne della Lega nazionale per la democrazia (NLD), che nelle elezioni generali del 1990 aveva ottenuto una piena vittoria non riconosciuta dalla giunta, è fondamentale, se il paese vorrà portare avanti una riforma politica significativa.

L’attuale mandato per gli arresti domiciliari di Suu Kyi scadrà infatti il 27 maggio: “Bisognerà vedere se il regime militare deciderà di estenderà l’arresto. La scelta sarà rivelatrice”, secondo Stothard.

Il potere di decidere sulla liberazione di Suu Kyi è nelle mani del generale maggiore Than Shwe, l’uomo forte della Birmania, che Gambari ha incontrato nel corso di questa visita. “Si ritiene che sia stato lui ad aver dato il via al massiccio attacco contro Suu Kyi e la sua scorta a Depayin nel (maggio) 2003 (dopo il quale fu arrestata), e solo lui può decidere se liberarla o se estendere il suo arresto oltre la scadenza dell’ultimo periodo di prigionia”, scrive Aung Zaw, direttore del “The Irrawaddy”, una rivista di attualità pubblicata da cittadini birmani in esilio.

D’altronde, la libertà per Suu Kyi come prova delle sincere intenzioni della giunta rispetto alla riforma politica, sarà difficile da evitare, viste le direttive ricevute da Gambari prima della visita nel Myanmar, il nome dato dalla giunta alla Birmania. “Nella sua visita, il vicesegretario generale Gambari porterà il chiaro messaggio che le possibilità del Myanmar di migliorare le relazioni con la comunità internazionale dipenderanno dai progressi tangibili nel restaurare le libertà democratiche e il pieno rispetto dei diritti umani”, ha dichiarato Stephane Dujarric, portavoce del segretario generale dell’Onu Kofi Annan.

A Suu Kyi è stato negato ogni contatto con il mondo esterno al di là dei muri della propria casa di Rangoon, dove vive in compagnia di due domestiche. Le visite mediche sono state limitate e le è stato proibito di avere contatti con i familiari o con i membri del suo partito politico.

La leader birmana non può incontrare cittadini stranieri dal marzo del 2004, quando le fu accordata la visita del malese Razali Ismail, inviato speciale dell’Onu in Birmania, che dopo quell’incontro si è dimesso dall’incarico. Lo scorso marzo, il ministro degli esteri malese, Syed Hamid Albar, aveva annullato la sua visita a Rangoon come inviato del gruppo regionale dei paesi ASEAN, di cui la Birmania fa parte, dopo che gli era stato negato un incontro con Suu Kyi.

Dal colpo di stato del 1962, in Birmania si sono succeduti diversi regimi militari. L’attuale governo militare è salito al potere dopo aver represso una rivolta popolare guidata dagli studenti nel 1988, che portò alla fucilazione di centinaia di civili.

L’SPDC ha anche tentato di isolare Suu Kyi e il suo partito portando avanti un pacchetto di riforme politiche inadeguate, volte a consolidare il potere militare, piuttosto che a favorire la democrazia. “L’SPDC non è mai stato sincero, perché vuole mantenere il proprio potere”, ha detto Zin Linn, portavoce del governo birmano formatosi dopo le elezioni parlamentari del 1990, ma costretto all’esilio.

“Ciò che è avvenuto durante la visita di Gambari potrebbe essere un’altra delle tattiche “ritardanti” del regime militare, una strategia già utilizzata in passato”, ha spiegato all’IPS. “Crediamo che l’SPDC lo stia facendo di nuovo perché messo alle strette dall’Onu, e vuole evitare di finire sull’agenda del Consiglio di Sicurezza”.