CULTURA-ITALIA: La moda ecologica conquista le vetrine

MILANO, 20 Maggio 2006 (IPS) – Rispetto per l’ambiente, fibre e tinture naturali e riciclaggio di indumenti e oggetti usati sono i pilastri della moda ecologica, che sembra poco a poco conquistare consumatori e designer.

La “moda ecologica” include anche la produzione di abbigliamento biologico, ossia abiti prodotti in fabbriche che non fanno uso di prodotti chimici, fertilizzanti o pesticidi.

Con 72.000 imprese e 700.000 persone occupate nel settore, l’industria dell’abbigliamento in Italia è tra le prime nel mondo, con introiti che si aggirano intorno ai 90 milioni di dollari l’anno. Benché la moda a basso impatto ambientale sia più avanzata sui mercati tedesco e britannico, giganti come Giorgio Armani sono pronti a seguire la tendenza.

Armani sta già disegnando jeans “biologicamente corretti”, prodotti con cotone proveniente da coltivazione biologica.

Anche altre note imprese internazionali presenti sul mercato italiano si sono orientate verso la moda ecologica, come Levi Strauss, Gap, Nike e Marks & Spencer.

Poncho intessuti con fibre di soia, abiti fabbricati con i cartoni delle uova, pantaloni prodotti con le alghe, sono solo alcuni esempi della moda alternativa che combina creatività con materiali originali.

Molti designer riutilizzano capi d’abbigliamento vecchi o consumati, per preservare le risorse naturali.

La moda ecologica era in voga negli anni ’80, e aveva una connotazione “povera” o “hippy”. Oggi, invece, è diventata alta moda, con rassegne speciali nelle capitali mondiali della moda, come Londra, New York e Milano.

Ma l’improvviso interesse delle maggiori etichette a produrre abiti nel rispetto dell’ambiente e degli essere umani ha sollevato delle critiche tra gli ambientalisti.

Il progetto di Armani “è interessante… (ma) non tutte le compagnie vogliono rinnovarsi per ridurre il loro impatto ambientale”, ha detto a Tierramérica Gabriella Foglio, un’attivista del principale gruppo ambientalista italiano, Legambiente.

“Non c’è un mercato forte in Italia per la moda ecologica, e non ci sono consumatori disposti a pagare di più per l’abbigliamento ‘verde’”, ha spiegato.

“Dobbiamo chiederci dove, come e a quali prezzi vengono vendute queste confezioni ‘verdi’ di alta moda. Per esempio, io non ho visto i jeans di Armani, dove e come sono stati prodotti, né quanto costano”, ha detto Marco Roveda, fondatore di Lifegate, un’organizzazione italiana di sensibilizzazione sul tema dell’ambiente e su uno stile di vita sostenibile e solidale.

Lifegate sta per lanciare sul mercato nazionale gli “eco-jeans”, prodotti in Italia ma con un cotone turco coltivato secondo standard biologici.

Il cotone è tra i materiali più usati dall’industria tessile e dell’abbigliamento, e uno dei più controversi. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), i coltivatori di cotone rappresentano un terzo delle vittime di avvelenamento da agrochimici nel mondo (che oscilla tra mezzo milione e due milioni di persone).

Il riciclaggio è un’altra importante componente della moda ecologica, non solo per la salvaguardia dell’ambiente, ma anche per promuovere la conservazione nelle grandi imprese, o il recupero dei materiali nei paesi in via di sviluppo.

A Milano, l’Istituto europeo di design riutilizza diversi materiali ed ha persino fabbricato delle magliette con fogli di alluminio, abiti con filo elettrico o carta da imballaggio, o anche pantaloni con il metallo delle biciclette.

“Sono i progetti degli studenti del secondo anno, che trasformano calze di nylon e suole di scarpe in indumenti originali ed ecologici. Non hanno una linea definita, stanno solo sperimentando, e cercando delle alternative all’uso di materiali che altrimenti finirebbero nella spazzatura”, ha spiegato a Tierramérica Sara Azzone, direttrice per le relazioni internazionali dell’Istituto.

Alcuni consumatori, come il milanese Egidio Consoni, affermano che non comprerebbero mai abiti usati: “Non potrei mai indossare qualcosa che è stato usato da altri prima di me. Sarebbe orribile. I vestiti devono essere nuovi, non fatti con pezzi di qualcun altro, usati, o vecchi”, ha detto.

Altri, come i clienti di Annika Saunders e Kerry Seager, i fondatori britannici di Junky Styiling, un’impresa che produce bigiotteria e abbigliamento riciclati, seguono la filosofia di chi cerca di non gettare niente nella spazzatura. I prodotti di questi designer, tra i più noti al mondo della moda ecologica, sebbene provengano da articoli usati o consumati, campeggiano nelle vetrine dei negozi.

(*Francesca Colombo è collaboratrice di Tierramérica, un servizio realizzato dall'IPS col supporto del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite e del Programma Onu per l’ambiente).