BALCANI: Diverse le strade verso l’Unione europea

BELGRADO, 9 febbraio 2006 (IPS) – Tutti i paesi balcanici si preparano ad entrare nell’Unione europea, ma per strade diverse, e a ritmi differenti.

Secondo i ministri degli esteri dell’Unione europea (Ue), la strada giusta sarebbe un accordo regionale, siglato da tutti i paesi, sul libero scambio. Ma non tutti la pensano allo stesso modo. Per alcuni, la Croazia in particolare, questo tipo di accordo potrebbe risvegliare il fantasma della Yugoslavia divisa in nazioni indipendenti – Bosnia-Herzegovina, Croazia, Macedonia, Serbia e Montenegro, e Slovenia, già diventata membro dell’Ue a tutti gli effetti nel maggio 2004. La Croazia ha concluso i negoziati sull’Accordo di stabilizzazione e associazione (ASA) con l’Unione, e sarà membro effettivo entro la fine del decennio, mentre la Bosnia-Herzegovina ha avviato i suoi colloqui con l’Ue a gennaio. Le trattative sull’ASA sono cominciate anche per Albania, Macedonia, Serbia e Montenegro, il cui accesso però non è previsto prima di dieci anni. I negoziati sull’ASA sono intesi ad uniformare tutti gli strumenti legali, commerciali e istituzionali con i regolamenti Ue. Generalmente richiedono diversi anni, ma una volta completati consentono il pieno accesso all’Unione europea. A fine gennaio i ministri degli esteri dei 25 Stati membri dell’Ue hanno approvato la proposta della Commissione europea (CE) di istituire un accordo regionale di libero scambio nei Balcani occidentali (Albania, Bosnia-Herzegovina, Macedonia e Serbia e Montenegro). Il documento è stato presentato il 27 gennaio dalla CE, ramo esecutivo dell’Ue. Nel testo della Commissione si legge che l’accordo servirà a costruire dei vincoli tra le cinque nazioni, e ad “aiutare i paesi a realizzare la loro prospettiva europea”. La regione dei Balcani occidentali ha una popolazione di circa 24 milioni di abitanti. Entrare a far parte a pieno titolo dell’Ue è la massima priorità politica dei cinque paesi, anche se la guerra degli anni ’90 ha lasciato in tutti – con la sola eccezione dell’Albania – un diffuso sentimento di sfiducia. “Dobbiamo incoraggiare le popolazioni dei Balcani occidentali a guardare avanti, verso il futuro europeo, e non indietro verso il nazionalismo del passato”, ha dichiarato Olli Rehn, Commissario per l’allargamento Ue. “Il modo migliore per farlo è concentrarsi sulle misure pratiche che integreranno le loro economie e società nel grande flusso europeo”. La Croazia non ha apprezzato il suggerimento. “Ciò non significa assolutamente creare una Nuova Yugoslavia”, ha affermato il primo ministro Ivo Sanader in una conferenza stampa convocata con urgenza l’ultimo fine settimana di gennaio. “Nessuno dovrà tentare di creare, in nessun modo, qualcosa come la Yugoslavia all’interno delle strutture europee, né nulla di simile”, ha detto Sanader, che ha rifiutato l’idea di un’unione doganale tra i paesi della regione. Sanader ha invece proposto di tornare a istituire l’Accordo di libero scambio dell’Europa centrale (CEFTA), creato per promuovere il commercio tra le nazioni dell’Europa centrale. L’accordo era stato smantellato lo scorso anno, quando la maggior parte dei paesi membri sono entrati a far parte dell’Ue a tutti gli effetti. Il CEFTA era stato inizialmente creato per le economie emergenti dell’Europa centrale nel 1993, e comprendeva Bulgaria, Repubblica ceca, Croazia, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Slovenia. Con l’allargamento e l’entrata nell’Unione, nel 2004, di Repubblica ceca, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Slovenia, erano rimaste nel CEFTA solo Bulgaria, Romania e Croazia. Con lo smembramento della Yugoslavia nel sanguinoso conflitto degli anni ’90, gli scontri tra Serbia, Croazia e Bosnia, il processo di riconciliazione e la ripresa delle relazioni sono stati lenti, nonostante la guerra si sia conclusa più di dieci anni fa. Ma le realtà economiche attuali rendono l’accordo commerciale più difficile che in passato. La Croazia, con 4,4 milioni di abitanti e un prodotto interno lordo (PIL) di 7000 dollari pro capite, è ben più avanti degli altri paesi. La Bosnia-Herzegovina ha una popolazione di 3,8 milioni e un PIL pro capite di 2000 dollari; la Macedonia ha un PIL di 2200 dollari, l’Albania di 2500 e Serbia e Montenegro di 2600 dollari. Un accordo regionale sul libero scambio “è inaccettabile dal punto di vista economico, visto che le condizioni della Croazia sono di gran lunga migliori rispetto al resto della regione”, ha dichiarato l’ex ministro dell’economia croato Ljubo Jurcic ai media locali. Altri paesi hanno invece accolto favorevolmente l’idea. Secondo il presidente della Camera di commercio serba Slobodan Milosavljevic “con l’accordo regionale sul libero scambio i prodotti raggiungerebbero velocemente i mercati Ue, e la Serbia ha moltissimo da offrire, in particolare nell’agricoltura”. “In più, una regolamentazione in sintonia con l’Unione ci consentirebbe di eliminare una trentina di leggi che ostacolano oggi le esportazioni e la cooperazione”, ha aggiunto. Jela Bacevic, a capo dell’ufficio dell’Associazione di Serbia e Montenegro all’Ue, ha detto all’IPS che un simile accordo porterebbe migliori investimenti nella regione. “Gli investitori Ue potrebbero programmare di spostare le loro produzioni in uno qualsiasi di questi paesi, che si tratti di Serbia, Bosnia o Macedonia, contando su leggi chiare e in sintonia con l’Ue, pianificando costi e profitti”. “Sarebbe un importante passo avanti per la regione”.