DIRITTI: Per troppe donne, il silenzio equivale alla morte

Nazioni Unite, 29 novembre 2005 (IPS) – Nonostante le leggi e i trattati internazionali firmati da vari governi negli ultimi anni, milioni di donne sono ancora vittime della violenza maschile.

Mentre il mondo osserva la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne il 25 novembre, ci sono ragazze comprate e vendute, molestate e violentate, percosse e uccise.

A casa e in ufficio, nei campi profughi e nelle case di tolleranza, spesso versano lacrime – ma in silenzio. Talvolta, quando piangono troppo forte, le loro storie arrivano alle prime pagine, ma non così spesso.

”Dal Vertice Mondiale del 1995 a Pechino, c’è stato un certo progresso nella tutela dei diritti delle donne a livello statale e internazionale, ma c’è ancora molta strada da fare per un pieno riconoscimento dei diritti delle donne come diritti umani”, sostiene June Zeitlin dell’Organizzazione delle donne per l’ambiente e lo sviluppo (WEDO, Women's Environment and Development Organisation) con sede negli Usa.

Il gruppo sostiene che, nonostante la Convenzione Onu sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne sia stata ratificata da 179 paesi, diverse tendenze globali – tra cui una crescente militarizzazione, il predominio delle politiche economiche neo-liberiste e l’aumento dei movimenti fondamentalisti – hanno creato un ambiente ostile all’evoluzione dei diritti femminili.

Le ricerche delle agenzie Onu che studiano le tragiche proporzioni del problema della violenza di genere sono cariche di statistiche scioccanti.

Secondo i ricercatori delle Nazioni Unite, il traffico di donne destinate alla prostituzione mondiale va dalle 700.000 ai 4.000.000 ogni anno. Di queste donne, solo in Europa ne sono vendute dalle 120.000 alle 500.000. Molte vengono picchiate non soltanto da protettori e clienti, ma anche dai funzionari di polizia incaricati di proteggerle.

Ma quante là fuori continuano a tollerare la violenza nella presunta sicurezza delle loro stesse case?

Nessuno davvero lo sa – nemmeno quelli che hanno passato anni a studiare il problema, perché in molte parti del mondo, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, la violenza domestica viene trattata come un problema “privato”, e molti casi rimangono taciuti.

Tuttavia, un nuovo studio dei ricercatori che lavorano per il governo svizzero riferisce che, in base ai dati nazionali in molte parti del mondo, dal 16 al 50 per cento delle donne subiscono aggressioni fisiche da parte di un partner.

Le statistiche suggeriscono che la violenza domestica imperversa non solo nei paesi in via di sviluppo, che sono spesso carenti in termini di protezione legale e uguali opportunità socioeconomiche per le donne, ma anche nelle società industriali sviluppate.

Secondo la ricerca svizzera intitolata “Donne in un mondo insicuro“, negli Stati Uniti, per esempio, nonostante le rigide leggi contro la violenza di genere, una donna su quattro è vittima di abusi domestici.

La violenza domestica è definita dagli esperti legali un atto che racchiude diverse forme di maltrattamenti fisici, che vanno da schiaffi, pugni e calci a sesso forzato, aggressione armata e omicidio.

Nei paesi in via di sviluppo dell’Asia e del Pacifico, la proporzione di abusi per mano di mariti, padri e fratelli è inquietante, con percentuali che vanno dall’otto al 45 per cento. Le cifre di Europa, America Latina e Africa sono di poco inferiori.

Alcune forme di violenza domestica in Asia e Africa equivalgono letteralmente alla tortura. In India e Pakistan, per esempio, dieci donne su mille vengono picchiate, e in alcuni casi bruciate fino alla morte, semplicemente perché non hanno avuto una dote sufficientemente cospicua dai loro genitori. In alcune parti dell’Africa, i genitali di migliaia di donne vengono mutilati per impedire loro di fare sesso, o di trarre piacere dall’atto sessuale.

In risposta alla crescente pressione dei movimenti femminili e dei gruppi per i diritti umani, alcuni paesi hanno bandito la violenza domestica, ma altri sono lontani anche solo dal riconoscerla come un crimine.

Tuttavia, molti governi sembrano prendere abbastanza seriamente la questione della violenza di genere nei conflitti armati, dato che la vittimizzazione delle donne rifugiate ha attirato l’attenzione delle comunità e dei media.

Durante i conflitti armati, le donne profughe non solo diventano vittime della violenza domestica, ma talvolta subiscono molestie e abusi da parte dei soldati nemici, ma anche di operatori di pace e di funzionari dei programmi di aiuto.

Per richiamare l’attenzione sul problema, l’Alto Commissario Onu per i rifugiati ha organizzato “16 giorni di attivismo” iniziati il 25 novembre e che finiranno il 10 dicembre, in collaborazione con comunità di rifugiati, società civile, Ong, governi e altre agenzie Onu.

Gli eventi comprendono tavole rotonde giovanili su come affrontare la violenza di genere in Nepal; un talk show radiofonico in Sierra Leone; la presentazione di un opuscolo sull’eliminazione della violenza in Croazia; e una trasmissione televisiva in Sri Lanka.

”Le discussioni con donne e ragazze in tutte le regioni, dalla Colombia, a Darfur, Bangladesh, Macedonia, Pakistan, purtroppo confermano che, oltre a stupro ed abuso sessuale, le ragazze possono essere molestate o sottoposte a violenza quando vanno a scuola, raccolgono la legna o vanno a lavorare, o anche tramite pratiche tradizionali e violenza domestica”, ha denunciato António Guterres, Alto commissario Onu per i rifugiati.

Utilizzare lo stupro come un’arma di guerra è diventato oggi una strategia intenzionale di diversi gruppi combattenti ed eserciti in molti conflitti armati nel mondo. Tuttavia, alcuni attivisti riconoscono che le stesse donne giocano spesso un ruolo cruciale nelle guerre. ”Le nazioni sono andate in guerra contro altre nazioni per difendere i valori che li legano come popolo, e le donne sono appassionate quanto gli uomini nella difesa di quei valori”, ha dichiarato Funmi Olonisakin in un recente articolo pubblicato dal Centro per il controllo democratico delle forze armate, con sede a Ginevra.

Molte volte nel corso della storia “hanno incoraggiato i figli e sostenuto la mobilitazione di intere nazioni in favore della guerra”, ha proseguito Olonisakin, evidenziando che, mentre le donne hanno giocato un ruolo importante nel sostenere le guerre e trasmettere i valori che favoriscono i conflitti, sistema e istituzioni che perpetuano la violenza contro le donne sono largamente controllati dagli uomini.

”Le donne non ricoprono posti di comando nei sistemi patriarcali dominati dagli uomini che sostengono la repressione di donne e ragazze”, ha denunciato Olonisakin.

”Lo stato di milioni di donne e ragazze nel mondo rimane subordinato e questo destino sembra suggellato da strutture nazionali apparentemente immutabili che legittimano la violenza contro il sesso femminile”, ha proseguito. “Uno stato può legittimare la violenza di genere, oppure rappresentare la spinta per il cambiamento”.

Secondo Olonisakin, lo sradicamento della violenza di genere richiede “non solo cambiamenti istituzionali, ma anche un cambiamento nella mentalità e nelle opinioni di individui e stati”. ”Nonostante il progresso sembri lento”, ha concluso, “sono stati intrapresi alcuni passi a livello di comunità e a livello nazionale, e questi alla fine contribuiranno a modifiche significative”.