MONTEVIDEO, 25 novembre 2005 (IPS) – Come far sì che i problemi della povertà, l’educazione, la salute, l’ambiente e l’uguaglianza di genere conquistino un loro spazio tra i titoli dei giornali o nelle notizie della radio e della televisione?
Questa domanda scatena solitamente una specie di catarsi di giornalisti, quando riferiscono le loro “penurie” per informare di certi fatti che i mezzi di comunicazione non ritengono sufficientemente attrattivi o “degni di fare notizia”.
Del ruolo dei mezzi di comunicazione nello sviluppo si è discusso questo lunedì in un incontro organizzato a Montevideo dall’agenzia di notizie IPS (Inter Press Service), per giornalisti di Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia, Cile, Paraguay e Uruguay, a cui hanno partecipato reporter, editor e capi dei servizi stampa e di media elettronici grandi e piccoli, metropolitani e di località con pochi abitanti.
A un primo sguardo, gli otto Obiettivi di sviluppo del millennio – verso cui si sono impegnati i leader mondiali nel settembre 2000 – sono un tema difficile da collegare alle “notizie” locali con cui ogni giorno combattono cronisti e reporter, solitamente orientati dall’agenda politica locale, secondo alcuni partecipanti al seminario.
Conduttori e giornalisti di radio di piccole città dell’interno dell’Uruguay hanno descritto un campo minato, dai proprietari o concessionari delle onde, nel quale alcuni argomenti restano esclusi, pena il licenziamento, o la chiusura del programma in questione.
In Perù, dopo dieci anni di rigide restrizioni alla libertà di stampa per mano del regime di Alberto Fujimori (1990-2000), i mezzi di comunicazione oggi sono liberi, e per di più sono in vigore delle norme che obbligano i funzionari a rendere pubblica l’informazione che passa per le loro mani.
Tuttavia, “la qualità e l’immagine del giornalismo decadono continuamente”, ha riferito Angel Páez, direttore dell’unità di ricerca del quotidiano peruviano La República, citando un’inchiesta secondo cui otto persone su dieci in questo paese non hanno fiducia nei media.
A suo parere, ciò avviene perché la concorrenza tra i giornali per conquistare più lettori si gioca sul terreno del ridurre i costi abbassando gli stipendi dei giornalisti, e promuovendo un’informazione superficiale.
Dei problemi della concentrazione mediatica e dell’omogeneizzazione dei contenuti ha parlato il rappresentante dell’Associazione mondiale delle radio comunitarie (Amarc), Gustavo Gómez, osservando che l’unico canale televisivo aereo nelle città dell’interno dell’Uruguay ritrasmette una sintesi dei notiziari della capitale, nel mezzo di una programmazione stracolma di programmi della vicina Argentina.
Dov’è lo spazio per l’informazione locale?, si è chiesto Gómez, membro del Forum di comunicazione e partecipazione cittadina dell’Uruguay, che ha anche suggerito la necessità di sviluppare media alternativi, diversi dai privati e da quelli di proprietà dello Stato.
Alle diagnosi e alla catarsi, sono seguite alcune proposte di autocritica sull’esercizio della professione.
In Argentina non esiste una struttura di concentrazione dei media diversa da quella di altri settori dell’economia, come banche o supermercati, ha segnalato il giornalista Mario Wainfeld, columnist del quotidiano Página 12.
Alcuni colleghi tendono a mimetizzarsi con la proposta “antipolitica” dei proprietari dei media, che cercano di ridurre tutti i problemi, compresi quelli del sottosviluppo, alla “mala amministrazione” e alla “corruzione” dei governi, e secondo i quali il giornalista dovrebbe essere un “pubblico ministero”, ha aggiunto.
Si può addirittura arrivare alla “semplificazione” che “laddove c’è un povero, bisogna cercare il corrotto responsabile”, quando sappiamo tutti che i problemi della povertà sono “molto più complessi”, ha sostenuto Wainfeld.
Alcuni editor e conduttori di notiziari televisivi in Uruguay hanno segnalato che dei problemi della povertà e dell’ambiente si parla tutti i giorni nei telegiornali, per iniziative e piani sociali lanciati dal governo, o per la campagna contro l’insediamento di industrie di cellulosa nel paese.
Secondo Magdalena Riverso, del quotidiano del Paraguay Ultima Hora, la tematica sociale può conquistare i titoli dei giornali del suo paese quasi esclusivamente con “toni lacrimevoli”.
Da parte sua, Emiliano Cotelo, conduttore e direttore del programma radio En Perspectiva, dell’Uruguay, ha segnalato le difficoltà di approfondire alcuni temi, “perché a volte noi giornalisti siamo dominati dal breve periodo”.
Ma ha anche indicato che le questioni trattate nei grandi vertici mondiali perdono peso, per il discredito acquisito dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) e altri enti internazionali, davanti alla scarsa risposta ad alcuni impegni presi.
Il rappresentante in Uruguay del Fondo Onu per l’infanzia, Tom Bergmann-Harris, ha sostenuto che il raggiungimento degli obiettivi del millennio è una “responsabilità dei governi”, che la cittadinanza, attraverso i mezzi di comunicazione, dovrebbe poter controllare. Ha poi invitato a “scoraggiare l’idea che gli obiettivi non siano raggiungibili”. In definitiva, non sono altro che “i diritti umani fondamentali”, ha aggiunto.
Gli otto obiettivi si propongono di dimezzare la percentuale di popolazione mondiale che vive nell’indigenza e nella fame, con una scadenza stabilita tra il 1990 e il 2015.
Inoltre, puntano a raggiungere l’insegnamento universale di base, promuovere l’uguaglianza di genere e l’autonomia delle donne, ridurre di due terzi la mortalità infantile, e di tre quarti quella materna; combattere l’Aids, la malaria e altre malattie; garantire la sostenibilità ambientale, e promuovere un partenariato globale per lo sviluppo.
Si tratta di obiettivi “conservatori, minimalisti e poco ambiziosi”, secondo la valutazione iniziale effettuata da organizzazioni della società civile, ha ricordato l’attivista uruguayano Roberto Bissio, portavoce della Campagna globale di azione contro la povertà (GCAP, la sigla in inglese).
“Quando abbiamo chiesto il perché di certe percentuali ai tecnici del sistema delle Nazioni Unite che le hanno formulate, la risposta che abbiamo avuto è stata semplice: si è trattato di proiettare al 2015 il ritmo degli avanzamenti registrati nei decenni precedenti”, ha segnalato.
“Ciò significava, fondamentalmente, non chiedere niente in più ai governi e alle istituzioni multilaterali”, ha aggiunto.
Tuttavia, “per una volta” , ha riferito, le organizzazioni non governative hanno colto la sfida di accettare questi impegni e di chiedere ai governi ogni anno cosa avessero fatto per osservare l’agenda verso cui si erano impegnati loro e le organizzazioni multilaterali come Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e Organizzazione mondiale del commercio.
La cosa certa, ha concluso Bissio, è che, a partire dagli anni ’90, gli anni delle grandi conferenze internazionali che hanno prodotto importanti documenti e impegni, “gli indicatori dello sviluppo hanno cominciato a ristagnare e, in alcuni casi, addirittura a retrocedere”.
L’incontro di giornalisti si è realizzato nel quadro del seminario “Governi locali per l’inclusione sociale e contro la povertà – Le città davanti alla sfida degli Obiettivi di sviluppo del millennio”, convocato dal governo di Montevideo, l’apparato dell’Onu in Uruguay, GCAP e IPS, e sotto gli auspici del Comune di Roma.
I sindaci Ricardo Ehrlich, della capitale uruguayana, Marcos Carámbula, del dipartimento meridionale di Canelones, e Fernando Damata Pimentel, della brasiliana Belo Horizonte, e la vicesindaco di Roma, Maria Pia Garavaglia, hanno discusso nella mattinata delle strategie locali di lotta contro la povertà e della necessità di combattere la frammentazione sociale delle città, in parte provocata dalla globalizzazione.
“Siamo molto lontani dal raggiungere gli obiettivi del millennio, e il cittadino è molto lontano dal capirli”, ha detto il direttore generale di IPS, Mario Lubetkin.

