TUNISI, 22 novembre 2005 (IPS) – Il Vertice mondiale sulla società dell’informazione (WSIS) si è concluso venerdì scorso con l’approvazione di Nazioni Unite, governi e settore privato; ma la società civile non ha condiviso lo stesso entusiasmo sul suo esito.
“Parlare di successo o fallimento per definire il vertice sarebbe eccessivo”, ha detto a TerraViva/IPS Anriette Esterhuysen, direttrice esecutiva del gruppo della società civile Association for Progressive Communications. “Diciamo che l’incontro è stato efficace. L’impatto è ancora da vedere”.
La società civile ha fatto dei passi avanti, ha detto, ottenendo il riconoscimento di “partecipante” (stakeholder) nel Forum sulla governance di Internet, insieme a governi, settore privato e organizzazioni internazionali. Ma di fronte alla ferma opposizione degli Stati Uniti (Usa), è fallito il tentativo di avere il controllo sulla gestione di Internet.
Il cosiddetto “Impegno di Tunisi” (Tunis Commitment) alla chiusura del vertice ha visto i partecipanti promettere “di costruire una società dell’informazione centrata sulla gente, inclusiva e orientata verso lo sviluppo”, così che “le persone ovunque possano creare accesso, utilizzare e scambiare informazioni e conoscenze”. Nel documento si è poi sottolineato che “la libertà d’espressione e il libero flusso di informazioni, idee e saperi, sono essenziali per la società dell’informazione e lo sviluppo”.
“I risultati sono molto positivi ed equilibrati”, ha detto a TerraViva/IPS Sarbuland Khan dell’Onu, coordinatore della task force sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). “Adesso abbiamo la piena consapevolezza che tali questioni non possono risolversi da sole, ma solo attraverso delle alleanze”.
In una dichiarazione congiunta, i gruppi della società civile hanno affermato che il forum proposto prevede la loro partecipazione ma non entra nei dettagli e ha una durata di vita di soli cinque anni, estendibili. È più noto per ciò che non può fare piuttosto che per ciò che può fare: non ha un ruolo di supervisione o di gestione.
Un altro aspetto criticato dalla società civile è l’assenza di un nuovo meccanismo di finanziamento. Esiste un fondo per lo sviluppo di Internet, ma la partecipazione è volontaria e non v’è certezza su nessun donatore eccetto la Francia.
La società civile ha chiesto inoltre l’istituzione di una commissione indipendente, “per riesaminare le regolamentazioni e le pratiche ICT nazionali e internazionali in conformità con gli standard dei diritti umani”.
Se la società civile non ha ottenuto ciò che voleva nel summit, il settore privato sembra invece che l’abbia avuta vinta. Le grandi imprese sono riuscite a frustrare i tentativi di porre la gestione di Internet sotto il controllo di un’unità multilaterale. Le loro merci e gadget dominavano le esposizioni, e si sono stabiliti i contatti per assicurare l’entrata tempestiva di nuove imprese.
In conclusione del vertice, il sentimento prevalente è che il settore privato, escluso dai summit e dagli altri importanti incontri intergovernativi fino a pochi anni fa, si sia ora avviato verso una accresciuta influenza negli affari globali al di là del puro business. Era presente con una rappresentanza coordinata tramite la Camera di commercio internazionale, e altre organizzazioni ben finanziate, mentre le organizzazioni della società civile mancavano di una struttura unificata.
Allo stesso tempo, il settore privato sta anche mostrando un atteggiamento più attento, in quanto le multinazionali, un tempo guardate con sospetto dalla comunità impegnata per lo sviluppo, puntano adesso a molteplici partenariati con i governi, l’Onu e le organizzazioni non governative (Ong) del mondo in via di sviluppo.
“C’è molta voglia di coinvolgersi nello sviluppo”, ha detto Khan dell’Onu, che ha incontrato i dirigenti di Siemens, Microsoft e altre imprese durante i tre giorni del vertice.
“In sostanza, c’è la consapevolezza piena e accettata che il settore privato debba partecipare allo sviluppo”, ha detto Gora Datta, presidente dell’impresa Usa di software Cal2Cal, aggiungendo che per le imprese è positivo anche riuscire a raggiungere gran parte della popolazione mondiale nei mercati emergenti.
I partecipanti sono rimasti abbagliati dai gadget in mostra. C’era infatti ciò che potrebbe definirsi “la macchina del summit”, un semplice laptop da 100 euro per gli studenti. È alimentato da una carica a manovella e consuma pochissima energia, ed è stato elaborato da Nicholas Negroponte, del Massachusetts Institute of Technology’s Media Lab.
Nella presentazione della cosiddetta “macchina verde”, Negroponte ha affermato che in un anno se ne possono vendere milioni nel mondo in via di sviluppo. Lo studioso ha dichiarato al vertice che spera di produrne piccole quantità, diverse migliaia, entro quest’anno, e più di 100 milioni entro la fine del 2006 o 2007. Brasile, Tailandia, Egitto e Nigeria sono candidati a ricevere la prima ondata di laptop a partire da febbraio o marzo, e ognuno ne comprerà almeno 1 milione di unità.
C’era anche una forte presenza della sicurezza al summit, con numerosi checkpoint intorno al luogo dell’incontro lungo la costa della capitale. Anche se non ci sono state manifestazioni pubbliche, il governo tunisino ha ricevuto delle proteste dai membri della società civile, dai media e persino dal governo Usa, sulla libertà d’espressione e sul tema dei diritti umani a Tunisi.
Verso la conclusione del vertice, Steve Buckley dell’Internal Freedom of Expression Exchange (IFEX), una coalizione di 14 Ong, ha presentato un appello al segretario generale dell’Onu Kofi Annan per una investigazione formale sul trattamento dei giornalisti da parte delle autorità tunisine, come una presunta pugnalata a un giornalista francese, l’accesso negato a Tunisi e altri maltrattamenti verificatisi in città.
Sette persone in sciopero della fame che chiedevano la liberazione di prigionieri per reati di espressione hanno ricevuto la visita dei rappresentati di un comitato organizzatore della società civile, dell’Unione europea, di membri del Parlamento europeo e di avvocati iraniani, oltre che del premio Nobel per la pace Shirin Ebadi.
In un comunicato stampa, la delegazione Usa ha espresso il proprio “disappunto” sulla mancanza di libertà d’espressione e di riunione a Tunisi.
Il summit ha visto la presenza, secondo le stime ufficiali, di oltre 18.000 persone. Il gruppo più folto era rappresentato dai membri della società civile, con 5864 persone, seguito dai gruppi di governo, con 5782 presenze. Anche il settore privato era forte, con 3981 membri, e i media erano presenti con 1218 rappresentanti accreditati.
Dei 44 capi di Stato o di governi presenti al summit, la maggior parte veniva dall’Africa – e solo uno da una nazione sviluppata, la Svizzera. Il presidente svizzero Samuel Schmid ha apertamente criticato il governo tunisino sul tema dei diritti umani, e il suo discorso è stato censurato dalla televisione tunisina.

