PORTOGALLO: L’Unione europea ha dato ricchezza solo a pochi

LISBONA, 31 ottobre 2005 (IPS) – Quasi vent’anni dopo l’ingresso nel club dei ricchi dell’Unione europea (Ue), povertà ed esclusione sociale continuano a colpire gran parte della popolazione del Portogallo.

Contrariamente alle aspettative del 1986, quando il Portogallo è entrato in quella che veniva ancora chiamata Comunità economica europea, il divario sociale si è accentuato, e oggi “i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri”, ha denunciato João Fernándes, presidente del consiglio esecutivo dell’organizzazione non governativa (Ong) Oikos-Cooperación y Desarrollo.

Le cifre presentate da Oikos, più simili a quelle dei paesi in via di sviluppo che del Nord industrializzato, indicano che le 100 maggiori fortune lusitane rappresentano il 17 per cento del prodotto interno lordo del paese.

Questi dati, diffusi la scorsa settimana, registrano inoltre che il quinto più benestante dei 10,2 milioni di portoghesi controlla il 45,9 per cento della ricchezza nazionale, mentre il quinto dell’estremo opposto vive in situazione di povertà.

Quest’ultimo segmento della popolazione, secondo le statistiche Eurostat, sale dal 20 al 26 per cento, se non si prendono in considerazione i sussidi alle persone a rischio di povertà.

Tra i casi più drammatici, si contano 120.000 pensionati in regime di lavoro autonomo, che ricevono 201 dollari al mese, un altro gruppo di oltre 272.000 persone del settore agricolo, che riceve 243 dollari, e 708.000 pensionati di industria, commercio e servizi, che hanno diritto a 264 dollari mensili.

Queste cifre sul reddito di più di un milione di pensionati sono da considerarsi di sopravvivenza minima, se si pensa che un chilo di carne o pesce di media qualità costa 12 dollari, una bolletta dell’elettricità sfiora gli 80 dollari al mese, quella del gas 40 e dell’acqua 35.

Tuttavia, queste statistiche, che sembrano mostrare nel profondo l’ingiustizia sociale, in realtà nascondono una specie di “doppio fondo”: ad agosto 2005, si sono registrate 145.263 persone che hanno ricevuto un reddito sociale di reinserimento di 74,5 dollari al mese.

Nel 2001, ultimo anno per cui si dispone di statistiche ufficiali, la sicurezza sociale portoghese ha speso per ogni cittadino il 56,9 per cento di ciò che mediamente gli altri 14 paesi membri destinavano allora ai propri abitanti.

Attualmente, sull’insieme dei 25 paesi che formano l’Ue, dal 1° maggio 2004 (con l’ingresso degli ultimi 10 stati), 72 dei suoi 456 milioni di abitanti sono considerati a rischio di povertà, e ricevono perciò sussidi statali.

Questi contributi alle fasce sociali a rischio permettono loro di disporre di un’entrata appena inferiore al 60 per cento del salario minimo del paese in cui vivono.

La povertà infantile, inoltre, è aumentata in generale nei paesi industrializzati del Nord, e tra i 15 ricchi dell’Ue i peggiori indicatori in tal senso riguardano l’Italia, con il 16,6 per cento dei bambini in questa situazione, l’Irlanda, con il 17,7 e il Portogallo, con il 15,6 per cento.

E mentre oggi, nei 25 Stati membri, i salari più alti sono in media cinque volte maggiori di quelli più bassi, il Portogallo presenta la maggiore disparità, con i salari più alti che superano 7,4 volte i salari minimi.

Nel corso di un dibattito organizzato la scorsa settimana dalla Commissione nazionale giustizia e pace (CNJP), della Chiesa cattolica, i partecipanti hanno concordato che il fenomeno della povertà in Portogallo non si limita esclusivamente alle ovvie difficoltà di acquisire beni materiali, ma è anche un problema di esercizio dei diritti di cittadinanza.

Invitato ad intervenire all’incontro, il presidente del Consiglio economico e sociale del Portogallo, Alfredo Bruto da Costa, ha deplorato il fatto che “le nostre società sono libere e si dedicano all’esercizio dei diritti, ma senza le condizioni necessarie”.

Ciò è evidente soprattutto con i diritti di cittadinanza sociale, “perché se i poveri non hanno accesso ai beni fondamentali, è impossibile che esercitino il loro diritto di cittadinanza politica”, ha aggiunto, giudicando il fenomeno una “contraddizione tra i diritti dichiarati e le condizioni per esercitarli”.

La dottrina sociale della Chiesa cattolica, che segue il principio della “assegnazione universale dei beni”, non è ancora riuscita “ad influenzare le decisioni di politici e governi, con le conseguenze nefaste che abbiamo visto in termini di povertà”, ha concluso Bruto da Costa.

L’economista Manuela Silva, vicepresidente della CNJP, ha denunciato da parte sua la proliferazione di ciò che ha definito “false verità”, in particolare rispetto al contenimento del deficit, che dovrebbe essere uno “strumento e non un obiettivo di politica economica”.

Dopo aver accennato ai progressi raggiunti in Portogallo negli ultimi anni, Silva ha sottolineato che “è inaccettabile che un paese che ha già raggiunto un certo livello di reddito, abbia ancora un grado tanto elevato di povertà”, ricordando che tra i 15 paesi ricchi della Ue, il Portogallo non solo è il membro con maggiore disuguaglianza, ma anche quello dove lo squilibrio è aumentato di più.

Silva ha osservato che ci sono già l’esperienza e la conoscenza necessarie per smontare il mito di “crescere prima, distribuire poi”, ma tra i cittadini meno informati si tende ancora a credere che “la povertà è una fatalità, in pratica la stessa cosa che si dice della globalizzazione, che è una fatalità e non si può fare niente”.

Le istituzioni della Chiesa cattolica dovrebbero “dare un segnale più forte a favore di un’altra globalizzazione”, ha sostenuto Isabel Allegro de Magalhães, dirigente del Graal, il movimento cattolico delle donne.

Tale affermazione è stata ribadita dal sacerdote gesuita Herminio Rico, che ha chiesto ai presenti “vogliamo essere ricchi come i più ricchi o lottare contro la povertà in questo paese e nel mondo?”.

A sua volta, il religioso domenicano Luiz de França ha deplorato gli argomenti di molti imprenditori e amministratori cattolici, che qualificano le analisi di questo tipo come “del passato” o di “terrore nazista”.

Padre Francisco Crespo, presidente della Confederazione nazionale delle istituzioni di solidarietà, ha invece proposto la soluzione radicale che la lotta alla povertà sia coordinata direttamente dal primo ministro portoghese, il socialista José Sócrates.

Ma perché ciò sia possibile, bisognerebbe riconoscere apertamente il flagello che colpisce un quinto della popolazione portoghese.

In una nota editoriale, il redattore principale del quotidiano Publico di Lisbona, Amilcar Correia, ha dichiarato che “la povertà in Portogallo è un problema grave e il suo mancato riconoscimento si è rivelato di recente uno dei maggiori ostacoli al suo sradicamento”.

La povertà, ha proseguito Correia, “viene ancora affrontata nella società portoghese con indifferenza e apatia, forse perché si tratta di un fenomeno persistente, o perché gli stessi poveri interiorizzano il fatalismo dell’essere poveri, in un paese in cui lo Stato-provvidenza non ha mai smesso di essere presente”.