RIFUGIATI: Ci vuole coraggio a chiedere asilo in Italia

ROMA, 20 giugno 2005 (IPS) – “Quando noi curdi chiediamo asilo politico, diciamo sempre che speriamo di vivere in Europa perché qui c’è la democrazia. Io so bene che anche in Europa, e in Italia, la democrazia non è per tutti”.

A parlare così è Aki, il nome è di fantasia, uno dei pochi fortunati ad aver ottenuto asilo politico dallo stato italiano. Ma, dopo lunghissimi mesi di angoscia e sofferenze, guarda amareggiato al suo risultato.

A quanto pare, molti sanno già cosa li aspetta, dato che l’Italia riceve poche domande di asilo. Secondo il Rapporto 2004 dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (ACNUR), l’anno scorso sono state presentate 7.408 domande di asilo, pari allo 0,12 ogni mille abitanti, contro lo 0,6 della media dell’Unione Europea (UE).

Solo una parte di queste richieste verrà accolta. Nel 2004, appena 780 richiedenti hanno ottenuto lo status di rifugiato, mentre ad altri 2.352 è stata riconosciuta protezione umanitaria.

Sono piccoli numeri, eppure si tratta di più della metà dei richiedenti asilo che la Commissione Centrale per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato è riuscita ad ascoltare. 2446 richiedenti non hanno potuto avere un colloquio perché non hanno mai ricevuto una convocazione.

Prima che la richiesta venga esaminata passano, infatti, almeno 18 mesi, durante i quali il richiedente asilo trova difficilmente alloggio, non può lavorare, né ricevere un’istruzione. Alcuni semplicemente scompaiono: chi non trova accoglienza nei centri di un Comune o di un’organizzazione non governativa (Ong), non ha neanche un domicilio dove essere rintracciato.

L’Italia di recente è stata anche accusata di violare la Convenzione internazionale per i diritti dell'uomo del 1951.

Nell’ultimo anno, migliaia di cittadini stranieri sbarcati sulle coste italiane sono stati rispediti forzatamente in Libia, dopo accertamenti frettolosi e discutibili sui loro diritti di accedere alle procedure per l’asilo, e impedendo loro perfino di presentare domanda di asilo. In alcuni casi, è stato anche vietato a funzionari dell’ACNUR di parlare con loro.

Molti di loro sono stati poi costretti dalle autorità libiche a tornare nei paesi di origine e almeno un centinaio di loro sono morti nella traversata del deserto.

Le espulsioni di massa si sono per il momento arrestate, dopo che, a maggio, Parlamento europeo e Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, hanno condannato il governo italiano e indicato la Libia come “paese terzo non sicuro”.

L’Italia è l’unico paese della UE a non avere una legge organica per la tutela del diritto di asilo, nonostante sia prevista come un dovere già nella Costituzione. Un disegno di legge è all’esame del Parlamento dopo otto anni di dibattiti.

Lo scorso 21 aprile sono entrate in vigore le norme sull’asilo contenute nella legge Bossi-Fini sull’immigrazione, che vi dedica appena due articoli.

La legge prevede, in sostituzione dell’unica commissione centrale, sette commissioni territoriali per l’asilo delle quali fa parte l’ACNUR con diritto di voto. Le procedure dovranno completarsi entro 35 giorni; ma sarà quasi impossibile fare ricorso contro un parere negativo: per restringere i tempi la persona viene espulsa e affidata all’autorità dell’Ambasciata del paese di origine o verso “paesi terzi sicuri”.

Una novità che preoccupa molto gli operatori umanitari è la nascita dei centri di identificazione, che potrebbero trasformarsi in centri di detenzione. Attualmente, sui sette centri previsti funzionano tre e tutti nel sud.

“La triste realtà è che tali centri stanno sorgendo nelle stesse aree dei centri di permanenza temporanea per immigrati: spesso capannoni, container o roulotte, tristemente famosi per le condizioni di affollamento e invivibilità”, commenta sconsolato padre Francesco De Luccia, presidente della Fondazione Centro Astalli, un organismo di accoglienza del Jesuit Refugee Service.

Le Commissioni territoriali hanno già iniziato a esaminare le domande presentate dopo il 21 aprile, ma è presto per fare un bilancio.

Però, tra i 22 e i 25mila stranieri sono in attesa di una decisione da prima di quella data. Per loro, spiega all’IPS Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano dei Rifugiati, che raggruppa le organizzazioni non governative più attive nell’accoglienza degli stranieri in Italia, sta lavorando la Commissione Stralcio, un’emanazione della Commissione centrale, con sede a Roma.

La Commissione sta lavorando al ritmo di 50 colloqui al giorno, ma questo può significare un esame approssimativo delle pratiche.

“Sembra che la soluzione sia affidata al tempo: tanti, infatti, si sparpagliano in tutta Italia, cambiando indirizzo, in cerca di un lavoro in nero, o cercano rifugio in altri paesi”, dice Hein.

Per questo le organizzazioni umanitarie chiedono una procedura rapida ma equa per il riconoscimento del diritto di asilo, che garantisca l’appello e blocchi l’espulsione. Chiedono un sistema di accoglienza che non equivalga alla detenzione, priorità per i minori soli e l’estensione alle famiglie dello status di rifugiato.

Il CIR, in particolare, chiede che la nuova legge non consideri solo quanti sono già in Italia. “E’ necessario prevedere la possibilità di arrivare legalmente in Italia”, spiega Hein “creando le condizioni per chiedere asilo nei paesi terzi o persino nel proprio paese, attraverso le ambasciate italiane”. Questo ridurrebbe i rischi per la vita dei profughi e insieme i traffici degli scafisti.

L’ACNUR ha scelto “il coraggio” quale tema per la Giornata del Rifugiato 2005. Presentare domanda di asilo in Italia richiede proprio un bel coraggio.