AFGAHNISTAN: Kabul, quando la natura chiama non ottiene risposta

KABUL, 9 giugno 2005 (IPS) – “Il grado di civilizzazione di una città si può giudicare dai suoi bagni pubblici, e purtroppo la nostra città ne è sprovvista”, dice Jawed, ventotto anni, trattenendo il respiro dietro la sciarpa avvolta fino al naso in una gioielleria di Khairkhana, alla periferia di Kabul.

Ma Jawed non è il solo a lamentare questa carenza: molti abitanti di Kabul dichiarano di non avere un posto dove andare quando la “natura chiama”.

Fatima, trent’anni, abitante di Chehelstoon, Kabul, dice di dover andare sulle rive del fiume Kabul per i suoi bisogni corporali, e racconta: “La mia bambina era disperata, ma per arrivare a casa dobbiamo fare un viaggio in autobus, allora l’ho portata sulla riva del fiume dove ha finalmente trovato sollievo”.

Un ambulante, Qurban Ali, ha ammesso: “Anch’io uso il fiume Kabul, perché non esistono servizi pubblici nei paraggi”.

Un altro abitante della capitale sostiene che a Kabul le fognature e i sistemi di scarico sono superati; ma la città è in continua espansione, e dovrebbero assolutamente migliorare.

Il capo del dipartimento urbanistico della municipalità di Kabul, Mohammed Ali Niaz, ha però dichiarato che esistono servizi pubblici moderni sparsi per i quartieri di Makroryan, Khairkhana o in alcune zone centrali di Kabul, e ha riferito che la città, in collaborazione con la Banca mondiale, ha in programma la costruzione a breve termine di ulteriori strutture igieniche.

Dalla caduta del regime talebano nel 2001, la popolazione della capitale afgana, da 1,3 milioni, è cresciuta di almeno due milioni, tra cui molti abitanti dei villaggi, privi di istruzione, fuggiti anni prima nel vicino Pakistan. Oggi sopravvivono allo stato primitivo, sbarcando il lunario ai margini di una comunità urbana impreparata ad accoglierli e sempre più oppressa dalla loro presenza.

A Kabul, la minaccia più seria alla salute pubblica è la mancanza di acqua sicura. Dopo anni di guerra, e una grave e dimenticata siccità, i sistemi idrici della città sono talmente danneggiati, che l’amministrazione dichiara di poter garantire acqua potabile sicura solo al 25 per cento delle abitazioni urbane.

L’insufficienza dello spazio in città ha inoltre spinto la popolazione verso aree precarie: centinaia di nuove costruzioni abusive sono sorte in tutta Kabul, per la maggior parte su colline scoscese. La posizione fisica di queste abitazioni comporta carenza di acqua, servizi sanitari insufficienti, difficoltà nello svuotamento delle latrine.

A causa dell’aumento della popolazione urbana, anche il sistema tradizionale di raccolta delle acque scure è fallito. Il numero di persone che svuotava regolarmente i gabinetti privati di Kabul, agricoltori o addetti alla depurazione delle fogne, non è più sufficiente per stare al passo con la crescita della popolazione.

Inoltre, l’enorme disponibilità di fertilizzanti chimici, la recente siccità e la diminuzione di terra coltivabile hanno provocato un ulteriore calo nella domanda complessiva di concimi naturali. Di conseguenza, le latrine vengono svuotate di rado, soprattutto nelle aree residenziali sovrappopolate, e gli escrementi straripanti sono una visione ricorrente a Kabul.

Anche la raccolta dei rifiuti sembra essere un problema nella capitale afgana: ogni 24 ore, la popolazione produce più di 800 metri cubi di rifiuti solidi.

I 60 camion municipali per la raccolta della spazzatura lavorano diverse ore tutti i giorni per ritirare l’immondizia da un capo all’altro della capitale. Ciascuno compie quotidianamente tre viaggi, scaricando i rifiuti in un’area a 30 chilometri dalla città. Ma Abdurramish, diciotto anni, studente liceale, afferma di non vedere nel suo quartiere un camion della spazzatura da almeno due mesi.

La spiegazione è semplice: secondo uno studio recente, la città non possiede un numero sufficiente di veicoli per la raccolta, ha pochi soldi per pagare il personale e manca delle competenze tecniche necessarie per far fronte alla montagna di rifiuti prodotti da una popolazione drammaticamente cresciuta dopo il crollo del regime talebano.

Il Programma delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani (UNHABITAT), insieme alla Banca mondiale, ha di recente portato a termine un progetto di 18 mesi operando con funzionari locali e nazionali per affrontare il crescente problema della gestione dei rifiuti solidi.

”Il dipartimento municipale di Kabul per lo smaltimento dei rifiuti può rimuovere il 40 per cento della spazzatura giornaliera”, ha dichiarato l’ingegnere Nasrullah Habibi, capo progetto del programma UNHABITAT per la gestione dei rifiuti solidi.

Secondo la ricerca condotta dall’agenzia Onu, il restante 60 per cento viene accumulato ai bordi delle strade, nei cortili delle case, nei tombini, oppure gettato nel fiume o in altri spazi aperti, aggiungendosi alle tonnellate di rifiuti mai smaltiti, accumulatisi per anni a causa della carenza del servizio.

UNHABITAT ha inoltre giudicato la tassa per il “Safa'I” – o pulizia – insufficiente per coprire i costi base di gestione del servizio.

Il programma UNHABITAT, disponendo di ben 850.000 dollari Usa, ha offerto alla comunità educazione alla salute e all’igiene, includendo una spesa di circa mezzo milione di dollari per la manutenzione di 40 veicoli in 13 quartieri della città.

Ha inoltre portato avanti un progetto pilota per sperimentare la privatizzazione dei servizi di raccolta. Ma il progetto si è rivelato un fallimento, poiché il numero di veicoli era insufficiente.

”In passato, noi dovevamo cercare la spazzatura; oggi è la spazzatura a cercare noi”, ha dichiarato Gul Mohammad, responsabile per la raccolta.

(*in collaborazione con Sonny Inbaraj da Bangkok, e Mohammad Jawad Sharifzada e Shahabuddin Tarakhil dell’Institute of War & Peace Reporting da Kabul)