MALESIA: Attivisti contro la riforma dell’assicurazione sanitaria nazionale

Penang, 3 giugno 2005 (IPS) – Gli attivisti della società civile in Malesia si dicono preoccupati perché il progetto di riforma per un’assicurazione sanitaria nazionale, che dovrebbe decollare alla fine del prossimo anno, soddisferà le esigenze della classe più agiata del paese, ma discriminerà i poveri, molti dei quali possono a stento pagare per i servizi medici di base.

Ad oggi sono stati rivelati ancora pochi dettagli della proposta. I consulenti, nominati in un alone di mistero, dovranno elaborare il meccanismo secondo cui un ente per il finanziamento della sanità nazionale (National Healthcare Financing Authority) gestirebbe annualmente 13 miliardi di ringgit (3,4 miliardi di dollari Usa), 8 miliardi dei quali (2,14 miliardi di dollari Usa) vengono già spesi dal settore pubblico.

I funzionari, nel tentativo di dissipare i timori, affermano che un milione di dipendenti pubblici, 200.000 disabili, 1,8 milioni di anziani, 435.000 pensionati, 250.000 cittadini che vivono nella povertà estrema e i disoccupati sarebbero esentati dall’obbligo di contributi mensili.

Esiste però la preoccupazione che, nonostante le promesse, i cittadini a reddito più basso dovranno comunque lottare per sottrarsi al versamento dei contributi. Le famiglie con un reddito mensile inferiore a 500 ringgit (131 dollari Usa) vengono ufficialmente considerate povere, mentre la soglia della povertà estrema è di circa la metà. Tuttavia, gli attivisti sostengono che il limite più realistico dovrebbe essere di almeno 1000 ringgit (262 dollari Usa).

L’Eighth Malaysia Plan riferisce che un quarto delle famiglie ha un reddito mensile inferiore a 1000 ringgit, il che fa temere una probabile pressione su queste categorie per contributi mensili alla sanità.

Secondo gli attivisti, anche per i nuclei che vivono con meno di 2000 ringgit (524 dollari Usa) al mese – il 57 per cento del totale delle famiglie – sarebbe difficile versare regolari contributi.

“Ciò significa che il governo dovrebbe ancora sovvenzionare alcuni malati”, ha dichiarato di recente Jeyakumar Devaraj, medico delle malattie respiratorie che si batte contro la privatizzazione della sanità.

I consulenti, nel concepire la proposta, devono scontrarsi con un enorme dilemma, trovandosi di fronte l’abisso tra ospedali pubblici e privati del paese.

Il settore pubblico malese, provvedendo ampiamente alle categorie a reddito più basso, si trova già al limite e sotto-finanziato. I 120 ospedali di proprietà dello stato hanno 34.000 posti letto, tre quarti di tutto il paese, mentre le 220 cliniche private ne hanno appena 9100.

Gli ospedali pubblici usano soltanto un terzo dei medici e chirurghi del paese, ma questi professionisti – sottopagati e oberati di lavoro – devono prendersi cura dell’80 per cento dei malati.

L’origine di molte piaghe della sanità nazionale, secondo alcuni critici, risale all’epoca del Primo ministro Mahatir Mohamad. L’economista Subramaniam Pillay fa osservare che quando Mahatir andò al potere nel 1981, introdusse politiche in favore di un ruolo più importante dell’industria privata nella sanità e nell’istruzione superiore. Il numero delle cliniche private aumentò vertiginosamente.

Ma, anziché risolvere i problemi, la sfera pubblica sperimentò una massiccia fuga di cervelli. Oggi due terzi dei chirurghi e medici del paese preferiscono lavorare nel privato, dove ricevono lauti compensi mensili, fino a decine di migliaia di ringgit, in alcuni casi più di 200.000 ringgit (26.300 dollari Usa).

“La crisi ha radici di carattere strutturale: la crescita dell’industria ospedaliera privata provvede al benessere di una società che si è vista sottrarre i propri professionisti dal settore pubblico”, ha dichiarato Subramaniam, che è anche membro del comitato direttivo della Coalizione contro la privatizzazione della sanità, costituita da 81 gruppi della società civile.

“La conseguenza è stata un deterioramento della sanità pubblica”, ha spiegato Subramaniam all’IPS.

Inoltre, alcuni settori del sistema pubblico sanitario sono stati privatizzati o “corporativizzati”, peggiorando ulteriormente la situazione. Nel 1993 è toccato alla fornitura dei farmaci in ospedali e cliniche pubbliche, per la quale è stata incaricata un’azienda con buone amicizie politiche. L’anno seguente, il costo delle medicine è raddoppiato.

Nel 1996, cinque aree degli ospedali pubblici – lavanderia, pulizia, manutenzione delle apparecchiature, smaltimento rifiuti e manutenzione degli impianti – sono state privatizzate a favore di altre tre imprese. Il costo totale per questi servizi è passato da 140 milioni di ringgit (36,82 milioni di dollari Usa) nel 1996, a 450 milioni di ringgit (118,3 milioni di dollari Usa) l’anno successivo.

“Hanno creato un mostro che ha prosciugato il settore pubblico”, ha dichiarato Jeyakumar, aggiungendo che la privatizzazione e il moltiplicarsi degli ospedali privati sono stati grossi errori. “Non sarà facile tornare indietro”.

Il nuovo piano assicurativo dovrà anche tenere conto delle 5000 cliniche gestite privatamente da professionisti, per lo più concentrate nelle aree urbane e che trattano un gran numero di malattie comuni.

“Come lavorerebbero queste strutture secondo i termini della riforma?”, si chiede T. Jayabalan, professionista privato che lotta per un accesso equo alla sanità pubblica.

Jayabalan teme che il governo possa essere costretto a fare marcia indietro dopo aver attuato la riforma, lasciando dietro di sé il caos.

I politici sostengono di non poter affrontare i costi della sanità, ed esprimono la necessità di una riorganizzazione. In parte, la causa viene individuata nel cambiamento del tipo di patologie, dalle malattie contagiose del passato, al cancro e ai problemi cardiaci, per i quali il trattamento è più costoso.

La crescente domanda di cure di qualità e di impianti sofisticati rappresenta un ulteriore fattore di emergenza.

Tuttavia, la spesa per la sanità in Malesia ha tradizionalmente oscillato intorno al tre per cento del PIL, ben al di sotto delle indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), che suggerisce il cinque o sei per cento. Ma, nonostante i finanziamenti inadeguati, se il tasso di vita della popolazione rappresenta un indice in qualche modo significativo, si può concludere che gli ospedali pubblici hanno funzionato comunque in maniera eccezionale.

La nuova riforma sanitaria nazionale, da quel che si dice, “predisporrà in ogni caso pacchetti specifici per coloro che desiderano servizi migliori”, dando sicuramente maggiori opportunità a chi gode dei privilegi economici.

Questo è proprio ciò che irrita gli attivisti come Subramaniam, i quali vorrebbero che la riforma offrisse un pacchetto unico con copertura globale per tutti, senza discriminazioni basate sul reddito.

“Non si deve permettere alle assicurazioni private di offrire i servizi di base”, insiste l’economista, aggiungendo che lo stato dovrebbe provvedere al pagamento di questi servizi per i poveri, anziché negare loro l’accesso chiedendo pesanti contributi.

Alcuni tra i medici impegnati nella campagna, come Jayabalan, ritengono che il livello di apatia pubblica e di ignoranza riguardo la proposta renda tutto più difficile. “La popolazione è totalmente all’oscuro su ciò che sta accadendo”, conclude Jayabalan.