SVILUPPO: Piccole isole, grandi scommesse – e grandi problemi

PORT LOUIS, Mauritius, Gennaio 2005 (IPS) – “Piccole isole, grandi scommesse” è stato lo slogan del giorno, nella capitale di questa nazione arsa dal sole e sommersa dalle piogge nel mezzo dell’Oceano indiano. Vi si poteva aggiungere “grandi problemi”, quelli di cui hanno parlato i quasi 2000 delegati riunitisi alle Mauritius per una conferenza che alcuni partecipanti hanno definito make-or-break (“o la va o la spacca”), sul futuro dei 37 Piccoli Stati Insulari in via di Sviluppo (SIDS).

La conferenza si è tenuta sullo sfondo dello tsunami del 26 dicembre, che ha portato via più di 150.000 vite e ne ha distrutte milioni. Lo tsunami ha dimostrato la vulnerabilità e l’isolamento di queste isole, oltre ad averne compromesso commercio, salute, energia e agricoltura.

La conferenza “Piccole isole, grandi scommesse”, convocata dal 10 al 14 gennaio dalle Nazioni Unite (Onu), ha presentato quella che il segretario generale dell’Onu Kofi Annan spera rappresenti una “strategia pro-attiva” per realizzare gli accordi sui SIDS raggiunti nel 1994 alle Barbados.

Gli accordi della Conferenza globale delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile dei SIDS sono noti come il “Piano d’azione delle Barbados”.

L’incontro era stato deciso a seguito del “Vertice della Terra” tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992, dove era stata evidenziata la particolare fragilità delle piccole isole in via di sviluppo.

Il piano delle Barbados prevedeva azioni nazionali, regionali e internazionali in ambiti che vanno dal cambiamento climatico alla biodiversità, dalle risorse marine al turismo. Il piano d’azione è stato considerato il primo testo relativo a una “partnership globale” affrontato nel corso del Vertice della Terra.

Ma, nonostante gli appelli dell’Assemblea Generale dell’Onu e del Vertice del Millennio, il piano ha prodotto un’azione limitata. Perciò è stato organizzato l’incontro delle isole Mauritius, allo scopo di elaborare “strategie di implementazione”.

Il segretario generale della Conferenza, Anwarul K. Chowdhury, ha affermato che essa costituisce una “finestra critica per le opportunità” dei SIDS: “Se fallirà quest’occasione di estendere l’aiuto della comunità internazionale ai piccoli stati insulari nei loro sforzi di sviluppo, ci potrebbero volere decenni prima che una tale opportunità si presenti nuovamente”, ha avvertito.

I rappresentanti dei SIDS ritengono che il Piano delle Barbados abbia fallito perché non costituiva una priorità per i donatori.

“Qualunque cosa sia stata fatta nella fase di implementazione, ne abbiamo realizzato il 70 per cento”, ha detto all’IPS durante la conferenza l’ambasciatore di Tuvalu, Enel Sopoaga. “Ma noi non possiamo fare tutto”. A Tuvalu vivono circa 10.000 persone e il suo punto più alto è di 4,5 metri sopra il livello del mare. Nove delle sue isole sono state sommerse da una marea nel febbraio scorso.

Sopoaga ha dichiarato che il disastro dello tsunami rappresenta “un segnale del fallimento della comunità internazionale”. Se ci fosse stata la volontà politica, ha aggiunto, un sistema di allarme preventivo sarebbe stato attivo già da tempo.

L’occidente è responsabile di molti degli insuccessi dei piccoli stati insulari in via di sviluppo. “Dobbiamo fare la nostra parte, ma abbiamo anche bisogno di partner internazionali”, ha detto Claude Morel, capo della delegazione delle Seychelles. “E poi, noi non siamo i responsabili delle emissioni inquinanti (responsabili dell'effetto serra, N.d.T.), siamo le sue vittime”.

Come ha ricordato Morel, le Seychelles, dove l’ultimo disastro naturale risale a una frana nel 1862, hanno dovuto far fronte a un eccesso di piogge sin dal 1997, e a venti più forti dopo lo tsunami.

Il crescente livello del mare minaccia di sommergere completamente gli stati insulari di Nauru, Maldive e Tuvalu. Nei Caraibi, durante l’ultima stagione degli uragani, 14 violente tempeste tropicali hanno causato perdite per circa 20 miliardi di dollari.

I SIDS hanno dimensioni che variano da Haiti, nei Caraibi (8,4 milioni di abitanti su 27.750 km²), fino alla piccola Nieu nel Pacifico (2000 abitanti su una superficie di 260 km²). Quasi tutte le popolazioni sono penalizzate da ciò che è stata definita la “tirannia della distanza”, con difficoltà per spedire e ricevere qualunque cosa.

Le più piccole sono anche le più sensibili all’avanzata del mare. Il Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico afferma che il livello del mare è cresciuto 10 volte più velocemente negli ultimi 100 anni rispetto ai tre millenni precedenti.

Di fronte a tali difficoltà, l’Onu mostra che, negli ultimi dieci anni, gli aiuti ufficiali annuali per lo sviluppo dei piccoli stati insulari sono scesi da 2,3 a 1,7 miliardi di dollari.

La tragedia dello tsunami può diventare oggi un catalizzatore, veicolo di maggiori risorse per i SIDS. La comunità internazionale ha risposto alla carestia dell’Etiopia solo dopo aver visto le immagini di bambini che morivano di fame sugli schermi televisivi.

L’ambasciatore delle Maldive, Muhamed Latheef, ha detto all’IPS di intravedere “buone prospettive” perché si formi una partnership globale per fronteggiare i disastri naturali e gli altri fattori di vulnerabilità dei SIDS.

Il G7 (Stati Uniti, Canada, gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Giappone) ha congelato per almeno un anno il debito dei paesi colpiti dallo tsunami. Diversi paesi, organizzazioni non governative e agenzie multilaterali come la Banca mondiale hanno garantito aiuto immediato.

Ma l’incontro delle Mauritius ha affrontato anche altre sfide emerse negli ultimi dieci anni.

Secondo l’Onu, la liberalizzazione del mercato, unita alla perdita di privilegi commerciali, hanno avuto gravi conseguenze sulle fragili economie degli stati insulari.

Gli accordi preferenziali sono stati smantellati secondo le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), che hanno danneggiato l’esportazione di materie prime come zucchero, banane, caffè e cacao. I guadagni provenienti dall’esportazione di banane dall’isola caraibica di Saint Lucia, per esempio, sono crollati da 46,5 milioni di dollari nel 1996 a 21,7 milioni di dollari nel 2002.

All’incontro è stato chiesto anche di prendere in considerazione un’azione congiunta contro la diffusione dell’Aids. I Caraibi hanno un tasso del 2,3 per cento di sieropositivi tra gli adulti, secondi solo all’Africa subsahariana. La UNAIDS afferma che “ci sono le premesse per una epidemia diffusa e in espansione di Hiv nella regione del Pacifico”.

I SIDS chiedono inoltre un migliore e più ampio accesso a Internet, per collegare le comunità insulari tra loro e con il resto del mondo. Ritengono che la tecnologia dell’informazione e della comunicazione offra grandi opportunità, soprattutto negli ambiti di e-government, telemedicina e formazione a distanza. Ma il problema sono le infrastrutture carenti, i costi elevati dei computer e dei collegamenti a Internet, le politiche restrittive sulle telecomunicazioni e la scarsità di personale qualificato.

Il turismo, da cui queste isole per lo più dipendono, sta raggiungendo livelli che minacciano gli stessi ecosistemi e culture che attraggono i visitatori. Ed è anche sensibile agli shock esterni, come si è visto dalla riduzione del numero di turisti dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre e nel caso di Bali, durante il dilagare della crisi sanitaria legata alla sindrome respiratoria acuta severa (SARS).