MADRID, 4 gennaio 2005 (IPS) – Il Commercio equo cresce in Spagna (ora anche con l’appoggio del governo) ed è molto utile per promuovere lo sviluppo, anche in vista del raggiungimento degli Obiettivi del millennio. Ma non può contrastare gli squilibri degli scambi globali, soggetti agli ostacoli di dazi e monopoli.
Il commercio equo è un sistema commerciale alternativo, basato sul principio della cooperazione e non del lucro, che offre a produttori emarginati del Sud un accesso diretto ai mercati del Nord, in condizioni lavorative e di scambio eque.
In attesa dei risultati delle vendite di Natale e di fine anno, l’organizzazione non governativa (Ong) Intermon Oxfam, che coordina altre 70 entità di sostegno a questa attività in Spagna, ha segnalato che all’inizio di dicembre le operazioni ammontavano già a più del 40 per cento rispetto allo stesso periodo del 2003.
Una novità è l’appoggio del governo del socialista José Luis Zapatero, che ha espresso questo sostegno simbolicamente comprando i regali di fine anno nei negozi del Commercio equo.
Zapatero stima che il 2005 sarà un anno vitale per la cooperazione internazionale. In un incontro con i dirigenti di Ong alla vigilia di Natale, si è impegnato a portare avanti una politica estera orientata verso il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG).
Gli otto obiettivi del millennio, da raggiungere entro il 2015, stabiliti dall’Onu, si propongono come una piattaforma globale di sviluppo per porre fine alla povertà, la fame e le disuguaglianze.
Tra gli altri annunci, Zapatero ha ribadito l’intenzione di promuovere la conversione del debito estero in investimenti nell’educazione e la convocazione di una Conferenza sulla cooperazione nel primo semestre 2005, a cui parteciperanno rappresentanti di governo e di organizzazioni non governative, sindacali e imprenditoriali.
Nel 2004, le reti del Commercio equo in Spagna hanno venduto per quattro milioni e mezzo di Euro (circa 6 milioni di dollari), con prodotti provenienti da Africa, Asia e America Latina.
Questo sistema è uno strumento utile ma insufficiente per sostenere uno sviluppo equo, ha dichiarato all’IPS il sacerdote cattolico Angel García, presidente di “Mensajeros de la Paz”, prima di partire in Sri Lanka per coordinare gli aiuti alle vittime del maremoto abbattutosi il 26 dicembre sui paesi dell’oceano Indiano.
“Senza mettere da parte il Commercio equo, bisogna affrontare allo stesso tempo e con forza la lotta per eliminare le cattive pratiche del commercio internazionale e per aprire i mercati del Nord ai paesi del Terzo mondo”, ha detto García.
Marta López, dirigente di “Acción contra el hambre”, appoggia il Commercio equo come un “modo per dare impulso alla produzione di artigiani e piccoli imprenditori dei paesi in via di sviluppo”. Tuttavia, ha avvertito, “alcuni prodotti hanno l’etichetta del Commercio equo ma sono di imprese che pensano solo ai propri guadagni”.
López ha spiegato all’IPS che il Commercio equo è minoritario e ha prezzi poco competitivi. “Il grande problema è nei mercati dei paesi industrializzati, che non aprono le loro porte”, ha detto concordando con García.
Un esempio è l’America Centrale, “una regione che produce frutta di alta qualità e basso costo, ma che non può essere esportata liberamente verso l’Unione europea (Ue) e gli Usa, che hanno le loro porte bloccate dai dazi”, ha aggiunto López.
Il punto centrale dell’attuale serie di negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio è lo smantellamento delle sovvenzioni milionarie che le potenze industriali applicano alle loro produzioni agricole, poiché alterano il commercio agricolo mondiale e colpiscono principalmente gli agricoltori del Sud. Ma il dialogo è ancora fermo.
Lourdes Berges, di Intermon Oxfam, ha detto all’IPS che il Commercio equo è un’altra forma di cooperazione, che non esclude le altre. “Appoggiando la produzione di comunità contadine e gruppi artigianali, si aiuta il loro sviluppo”, ha sottolineato.
Una componente importante di questo scambio è il prefinanziamento della produzione. Le Ong coinvolte anticipano fino al 50 per cento dell’importo dei prodotti che dopo si preoccuperanno di commercializzare in Spagna e in altri paesi del Nord.
Grazie a questo finanziamento, le comunità, associazioni e cooperative di produttori possono sviluppare le loro attività senza indebitarsi. Esempi di questo meccanismo sono i prodotti importati come la bibita brasiliana Guaranito, o le stoffe intessute e i prodotti artigianali del laboratorio Tejemujeres, dell’Ecuador, che coordina il lavoro di 3500 artigiane.
In ogni caso, secondo Acción contra el hambre, il problema degli squilibri commerciali deve essere affrontato globalmente, poiché “esistono tre attori o soggetti che dirigono l’economia globale: produttori, distributori o intermediari e consumatori”.
Coloro che producono di più per il mercato mondiale sono quelli che guadagnano meno, circa 2 miliardi di lavoratori dei paesi in sviluppo, con salari da uno a tre dollari al giorno. L’altro estremo della catena, il Nord industriale, concentra l’80 per cento dei consumi, afferma l’Ong.
Tra le azioni di cooperazione non comprese nella rete del Commercio equo, rientra l’assistenza dell’agenzia governativa spagnola di cooperazione internazionale (AECI), a piccoli e medi imprenditori di paesi del Sud, che prevede il finanziamento, la formazione e l’appoggio tecnico per progetti produttivi.
In Spagna si vendono ad esempio prodotti come La Orquidea, cioccolato al latte con kiwicha, di Agroindustrias Mayo SA, peruviane.
Sull’etichetta del cioccolato si specifica che l’alimento vegetale kiwicha si consumava più di 3000 anni fa sulle Ande dell’America del Sud, e che ha un alto contenuto di proteine, fibre, carboidrati e vitamine.
La AECI ha anche distribuito durante le feste anacardi del Mozambico, coltivati da un’associazione di 227 cooperative con oltre 6000 donne contadine delle aree suburbane di Maputo, capitale del paese; pepe nero (di un progetto integrale per Sao Tomé e Principe); il caffè Tima (della Sierra Nevada in Colombia) e Chimoré, un’insalata di palma coltivata a Cochabamba, Bolivia.

